Mondializzazione virale

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La progressiva integrazione sovranazionale delle economie (meglio detta mondializzazione) è stata resa possibile dalla possibilità, e quindi libertà concreta e giuridica, di spostare capitali, persone e cose da una parte all’altra del globo.
Con una spesa modesta andavi a Londra o Singapore solo che lo volessi.
Questi spostamenti hanno trasferito da una parte all’altra del globo anche i virus e la situazione economico sociale, pur apparentemente la stessa, è molto cambiata.

Le incombenze e le incertezze collegate agli spostamenti sono cresciute. Lasciapassare sanitari, prezzi dei trasporti, incertezza dei rientri, quarantene certe, possibili, probabili… hanno reso ogni trasferimento molto più complicato.
Quindi se è vero che almeno formalmente è rimasto possibile andare e venire da ogni dove, di fatto le cose sono molto diverse e tali rimarranno per molto tempo.
I produttori di auto e di computer, di jeans e di coca Cola, di carburanti e di commodities continueranno imperterriti nei loro traffici scaricando sui consumatori finali gli aggravi di costi… ma tutti gli altri, in ordine sparso cambieranno (e già hanno iniziato) il loro atteggiamento.
Rimpatrio di alcune produzioni, posticipazione o annullamento di nuove iniziative, riduzione delle produzioni, rincaro dei prezzi dei prodotti finiti e quindi riduzione delle quantità prodotte, sono alcune delle conseguenze certe che si traducono, tutte, in aumento drastico delle differenze socio economiche tra aree avanzate e aree povere! E quindi avremo ulteriore emarginazione e esodi.
Un film già visto certamente ma sempre più grave e profondo e noi del sud Italia ne sappiamo qualcosa.

Anche l’alibi della mondializzazione presentata come àncora di salvezza per le aree più indietro non può più tenere e rimane una sola equazione credibile: la mondializzazione ormai è solo il modello ideale per le imprese sovranazionali che senza di essa non esisterebbero; e attraverso di essa rastrellano soldi da tutte le parti del pianeta. Infatti anche quando la loro espansione nei paesi più poveri ha prodotto lì maggiore occupazione, quest’ultima è nulla se confrontata con la relativa crescita delle grandi imprese; crescita non solo in termini economici ma, quello che più conta, in termini politici e di potere. E quella maggiore occupazione è nulla anche se confrontata con gli svantaggi del contagio portati anche nei paesi più poveri dalla mondializzazione stessa.   

Ma se l’economia reale piange, se le economie più fragili accentueranno la loro fragilità, la finanza dovrà chiedersi cosa farsene dei debiti sovrani ampiamente inesigibili e dell’inflazione incomprimibile che investirà i ricchi proprio perché ricchi.
Un bel rompicapo non c’è che dire.

Canio Trione

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