La perfetta organizzazione rumena dei profughi al confine con l””Ucraina

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 I corvi e le cicogne sono gli uccelli che si vedono più di frequente nel cielo sopra alla dogana di Siret. Presagi  e speranze di (ri)nascite che accompagnano anche le donne, gli anziani e i bambini in coda al primo passo su una terra di pace dopo essere scappati dall’Ucraina.

Dal 24 febbraio al 6 marzo, informa la Prefettura locale che tiene un bollettino quotidiano, sono transitati dall’ultima cittadina prima del Paese in guerra 77600 persone, di cui 55mila ucraini, e 9328 autoveicoli. Uno sproposito per un abitato di poco più di novemila abitanti attraversato dal fiume da cui prende il nome con una stazione dei treni molto frenetica perché di confine, ora sospiro di salvezza per chi ci affonda un piede.

A guardarli arrivare con gli animali nelle gabbiette, i bambini nei passseggini, i sacchi pieni di vestiti, a volte anche con un sorriso per i pompieri e i traduttori che gli sono subito accanto, potrebbero sembrare un’umanità di passaggio non così inquieta.

Nessuno si dispera, nessuno piange.

Eppure, a guardarli meglio ci si atterrisce constatando chi manchi in questi quadri di famiglia. Gli uomini giovani e anche meno, quelli fino ai 65, un’età considerata ancora giusta per buttare il sangue in nome della bandiera e di valori dichiarati da mezzo mondo ancor più larghi, come la libertà di un continente. Alcuni ragazzini di Siret donano ai piccoli ucraini tavolette di cioccolato bianco e lettere colorate di giallo e blu. “Gli abbiamo scritto benevenuti e che gli vogliamo bene” spiega una di loro.

I profughi si espongono alla curiosità delle telecamere e dei media senza fastidio e poi percorrono con sollievo la strada breve ma ricca della solidarietà. Cinquecento metri di banchetti dove possono mangiare zuppe di lenticchie calde, panini, carne, piatti vegetariani, avere dei vestiti puliti, rifocillare i cani e i gatti, sostare gratis nell””albergo ””The frontier””, gestito da un caloroso signore maltese, Roger.

Anche qui, a guardare bene, c’è un dettaglio di inquietudine. Sono cinque tende blu con le etichette di altrettanti Stati: Italia, Germania, Romania, Polonia, Repubblica Ceca.

Chi vuole andarci entra in una di queste, assegnandosi un destino chissà quanto lungo. Sasha ha 16 anni, distribuisce succhi di frutta ai due fratellini e traduce in inglese il pensiero suo e della mamma ai cronisti che tirano giù la cerniera della tenda per vedere chi c’è. “Il nostro paese, Horenka, è stato distrutto dalle bombe e andremo in Italia dove ci porterà vicino a Millano la nostra amica Tania che è venuta a prenderci”. Gli occhi tremano solo un momento: “Papà ci ha accompagnati al pulmann e poi è andato a Kiev a difendere il nostro Paese. Sono orgoglioso di lui”.

 “Quelli che hanno chi li è venuti a prendere sono i fortunati – spiega un funzionario della regione di Suceava, dove spesso si svolgono laboratori per fotografi per via della luce, della neve, della fauna e delle belle chiese -. Gli altri vanno nel campo profughi allestito alla stadio o in scuole o palestre in attese di capire cosa fare”.

L’organizzazione sembra fluida. I pulmann sono frequenti, alcuni gratuiti, altri con tariffe fino ai cento euro.

Lo stesso funzionario che avevano incontrato prima sale su una di queste indicate come ‘corsa speciale’ e da’ le indicazioni in inglese urlando in mezzo alla folla stipata: “Quando arrivate alla fermata finale troverete dei volontari che vi accompagneranno a dei grandi bus che vi porteranno in tutte le parti del mondo”. Dice proprio così: in tutte le parti del mondo meno una, sembra essere il pensiero di una delle poche persone sole. Una ragazza pensierosa che aspetta un bambino il cui padre immaginiamo in questi momenti con un fucile tra le mani. 


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