Tosatti: “No a divieti e censure culturali, sono l’anticamera della guerra”

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 Divieti e censure “sono l’anticamera della guerra. Siamo figli di una cultura democratica ma semplificando il ragionamento arriviamo al rapporto binario dell’io o tu, in cui l’unica soluzione è la soppressione dell’altro”. Lo spiega all’Agenzia Dire Gian Maria Tosatti, direttore artistico della Quadriennale di Roma 2022-2024, commentando i recenti casi che hanno visto coinvolti nel nostro Paese alcuni professionisti e artisti russi  sospesi dai loro incarichi, o altre opere russe bloccate all”interno di atenei e luoghi di cultura. Tosatti cita la nostra cultura democratica “basata sul dialogo, quindi anche sul dissenso. Vietare significa appiattirci sulle stesse posizioni di chi genera la censura. La differenza qual è – chiede – che noi non siamo armati? Attenzione, perché a forza di pensare come i dittatori, e imporre dunque le censure, si finirà con l’essere armati allo stesso modo“.

La prevenzione, ricorda il direttore artistico della Quadriennale, è fatta di “cultura, dialogo, dissenso e argomentazioni. È questo che ci tiene lontani dal campo di battaglia. Quando semplifichiamo tutto, anche il ragionamento, arriviamo al rapporto binario ‘io o tu’, senza pensare che l’evoluzione dell’uomo invece ci parla di ‘io e tu’, con tutte le differenze che questo comporta. Se riduciamo tutto ad acceso-spento, giusto-sbagliato, sì-no, l’unico modo che abbiamo per portare avanti il discorso è sopprimere l’altro“. È lo stesso approccio semplificativo mostrato con la cancel culture. “Niente di veramente profondo si può rappresentare con un semplice gesto”, sottolinea Tosatti, unico artista a rappresentare l’Italia alla prossima Biennale di Venezia.

“Non è con una forma semplificativa o un gesto eclatante che si rappresenta la complessità di un discorso. Per riuscirci abbiamo dialogo, lettura, discussioni, cineforum e costruzione di dibattiti. Quando vivevo negli Stati Uniti la società americana quasi pretendeva delle scuse per il solo fatto di essere bianchi ed era un errore perché replicava la stessa insensatezza che i neri hanno subito per secoli, ragionare in base alla pelle e non all’uomo. Invece proprio Martin Luther King nel suo discorso diceva: ‘Voglio che i miei figli siano giudicati non per il colore della loro pelle, ma per i valori di cui sono portatori””. Per essere portatore di valori, sostiene Tosatti, “c’è bisogno di una voce che sia in grado di esprimersi attraverso il ragionamento. E specialmente in Europa, patria del logos, non possiamo ridurci all’atteggiamento, a qualcosa di primitivo. Come diceva Heiddeger, ‘Quando conosci poche parole non sai pensare””.

Il caso Bicocca, con il corso di Paolo Nori su Dostoevskij prima annullato e poi ripristinato fino al “niet” dello stesso Nori, “non è dunque concepibile”, afferma Tosatti sottolineando però “la ridotta credibilità” del ‘giudice’ che in questo caso ha messo sul banco degli imputati Dostoevskij, “già processato in vita, per sovversione, dallo zar. Chi ha deciso di processarlo oggi, evidentemente, conosce poco la storia. La censura di un ateneo? È strano che avvenga in un luogo di cultura, questo ci fa pensare che anche questo Paese ha cominciato quel processo di semplificazione”. L’università, denuncia Tosatti, “è cambiata rispetto a 25 anni fa, la preparazione degli studenti è peggiorata proprio a forza di semplificare. Abbiamo dato ai ragazzi strumenti per l’analisi della realtà inferiori a quelli necessari. Così si diventa vulnerabili, e quando non capisci una cosa finisce che la spacchi. Questo ci riporta all’età della pietra”. In queste settimane di guerra “non dobbiamo dimenticare che esistono guerre tutti i giorni nelle nostre case, con donne uccise con dinamiche binarie. Avviene – conclude Tosatti – perché commettiamo lo stesso errore: stai con me oppure ti ammazzo. E non immaginiamo mai l’altro come una figura complessa”.

È sbagliato chiudere i ponti con il popolo russo, proprio ora bisogna stare con loro“. Il direttore artistico della Quadriennale di Roma 2022-2024 Gian Maria Tosatti riprende e sposa le recenti dichiarazioni di Alexey Navalny dopo l’invasione in Ucraina ordinata da Putin. “Gli stessi russi provano una profonda vergogna per quello che sta accadendo – spiega Tosatti alla Dire – è il momento di andare maggiormente verso di loro. Bisogna farlo con la cultura, perché è la cultura ad evolvere l’uomo e ad allontanarlo dal campo di battaglia. Chi sa codificare la vita mai si metterebbe a combattere. Putin “è un russo, ma non è il popolo russo”, ricorda Tosatti. “La parte meno acculturata del Paese si informa tramite i canali di Putin e pensa abbia ragione, poi ci sono molti altri che non riescono ad avere un’informazione libera e sono ostaggi della disinformazione. È quindi sbagliato dire che i russi stanno con Putin, specie nelle grandi città non lo sostengono”, pare quasi il destino di Trump “anche lui non amato nelle grandi città” americane.

Per il resto la guerra incombe ma l’Europa pare non essere ancora pronta. “Da noi vige una cultura ancora estremamente localizzata e coloniale – ricorda Tosatti – cioè quella mentalità secondo cui la guerra in Africa è normale, qui no. Ma non esistono guerre differenti, a maggior ragione se nei campi di battaglia in Africa ci siamo anche noi. Fino a ieri valeva il principio del ‘lontano dagli occhi, lontano dal cuore’ ma oggi con l’attacco all’Ucraina non è più così“. Europa assente anche su altri fronti visto che “manca una strategia militare e politica unica, tanto che la Nato esiste solo perché non esiste una vera Europa unita. Il punto di vulnerabilità della situazione è proprio la non-esistenza dell’Europa”. Il paradosso è che questo continua ad essere “un problema degli americani” svolto però sul teatro europeo. “Gli Usa invece dovrebbero parlarne come sta facendo la Cina, cioè non dovrebbe entrarci. Dovremmo essere noi a dire la nostra e a discutere con Putin che invece – termina Tosatti – può permettersi di giocare sull’irragionevolezza dell’Europa in cui leader sembrano essere sempre più minuscoli e non contare niente”.

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