La terza guerra mondiale

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La guerra in Ucraina non è solo quella guerreggiata.
Anzi, quella guerreggiata, che ci propinano i media nella salsa della solidarietà, è solo una minima parte. La gran parte è fuori dalla Ucraina stessa: è fatta di sanzioni, di economia, di comunicazione e disinformazione, di hackeraggi, di equivoci, di tensioni politiche, di strumentalizzazioni, di ansia di imperialismo.
Qui, l’Ucraina non c’entra, e non c’entra nemmeno l’Europa: altri sono i veri contendenti.
Abbiamo già scritto che, a nostro parere, la scintilla è stata innescata dal presidente ucraino, Zelensky, oggi presentato nel mondo occidentale come l’eroe di turno ma che ha saputo, molto professionalmente, ricoprire molti ruoli. Ha, tuttavia, sbagliato nel non capire la essenziale posizione “geografica” della Ucraina, da “stato cuscinetto”, per assumere una posizione di sensibile equilibrio fra contendenti e per optare, da subito, per la neutralità.
Zelensky ha, invece, portato la guerra in Ucraina.
Il risultato? I popoli soffrono; ma, per i potenti, questo è il loro destino.

Quali sono gli effetti di questa guerra che si poteva agevolmente evitare?
Il primo effetto è che è scoppiata la inflazione che, con la crisi ucraina, ha accusato una accelerazione.
Essa si era già rivelata prima della guerra – come sostiene Stefano Fantacone, direttore della ricerca del Centro Europa ricerche, in una sua intervista al DiariodelWeb.it – per le dinamiche economiche del mercato innescate dai progetti UE di “transizione”, quali quella energetica.
L’Europa, incredibilmente e infantilmente, non ha saputo tener conto di fattori esistenziali di “assestamento” tipici di ogni scenario economico sociale, soprattutto in quelli dove sia diffuso l’oligopolio.
Quali? Ovviamente, i tempi della transizione e la sua dimensione.
Si suole dire: è stato fatto il passo più lungo della gamba.
Per fare un paragone, si è fatto lo stesso errore della legge sul famoso “reddito di cittadinanza”: io Stato ti cerco il lavoro … ma nessuno si è posto il problema che il lavoro, prima di trovarlo, bisogna generarlo.
Questa inflazione e l’aumento incontrollato dei prezzi dà molto fastidio a popolo e imprese. Perciò, per fare un po’ di fumo e calmare le acque nella ricerca di un colpevole (cosa che mette tutti d’accordo), la procura di Roma indaga senza, tuttavia, alcuna ipotesi di reato; ma precisa, a scanso d’equivoci che l’indagine in atto è “volta a verificare le ragioni di tale aumento e individuare eventuali responsabili”.

Il secondo effetto è quello geopolitico della emersione di due blocchi contrapposti: l’Occidente e l’Oriente.
Il primo in uno stato di crisi che appare ormai irreversibile; il secondo in dinamica di sviluppo anche se, attualmente, alquanto frenato.
Qui è in ballo il predominio del mondo dal momento che quello statunitense mostra segni evidenti di stanchezza.
In questo scontro geopolitico, che speriamo non assuma contorni nucleari, è profondamente significativa la decisione della Russia di pretendere il pagamento del gas in rubli pur confermando che “le forniture di gas verso occidente restano alte e stabili”.
Un segnale molto forte: guerra totale ma senza esagerare!
Putin ha riscosso, con una sola mossa, tre bonus: 1. con la crescita indotta della domanda, il rublo si è apprezzato; 2. incassando dollari ed euro per il gas questi, perché via Gazprombank, non sono soggetti alle restrizioni delle sanzioni e sono quindi utilizzabili per acquisti all’estero; 3. un rublo apprezzato consente di riprendere la campagna russa di acquisti di oro che, partita nei giorni scorsi, terminerà il 30 giugno.
Tre bonus che sterilizzano, in parte, il regime sanzionatorio occidentale che, afflitto da una sospetta indifferenza di Paesi come India e Cina, non appare così efficace come annunciato con grande fanfara.
A questo si aggiunge che, nel bilaterale con gli USA, la Cina ha rifiutato di prendere posizione nel conflitto e che l’India continua ad acquistare in Russia.

Allora, ci si rende conto che una oscura spada di Damocle pende sulle onnipotenti Banche Centrali occidentali il cui vizietto di “stampare moneta”, con l’idea dello sviluppo, potrebbe essere fatale.
Stampare moneta non significa creare valore: il castello di carta occidentale potrebbe andare in fumo da un momento all’altro; la bolla potrebbe esplodere; l’economia entrare in una pericolosissima e tragica recessione.

Il mercato vince sempre: al fine correrà compatto verso una divisa, alternativa a dollaro ed euro, che ha il sapore dell’oro e che è legata a materie prime e cereali di cui la Russia è ricca nel suo smisurato territorio euroasiatico.

Il segnale di Mosca al mercato è chiaro; il segnale all’Occidente è, per noi europei, addirittura perfido.
Non a caso, all’annuncio russo dei pagamenti in rubli, è stato Mario Draghi a rispondere con veemenza, ma ha saputo dire solo, da burocrate incallito, che il contratto di fornitura non prevede il pagamento in rubli: si tratta, quindi, di violazione contrattuale.
Parlare di burocrazia, in guerra, è il massimo.

Oggi, i Paesi ostili a Mosca dovrebbero depositare dollari ed euro in Gazprombank. La banca russa li scambierebbe in rubli, secondo il tasso fissato dalla banca centrale russa, e poi con questi rubli si pagherebbe la fornitura di gas. I depositi in dollari ed euro sono svincolati dalle sanzioni perché non è sanzionata la transazione per l’acquisto di gas.
Il fatto che lo scambio euro-dollaro/rublo avvenga in Russia mitiga il danno. Cosa succederebbe, infatti, se lo scambio dovesse svolgersi fuori dalla Russia? È facile immaginare che la domanda internazionale di rubli apprezzerebbe la divisa russa oltremodo mettendo in seria difficoltà l’Occidente perché il rublo assumerebbe immediatamente la funzione di moneta globale alternativa alle divise occidentali.
Ma, oggi, siamo solo agli “avvertimenti”.
Noi non abbiamo il dubbio che gli economisti d’Oriente non siano consapevoli dell’arma che hanno in mano, né abbiamo dubbi che gli economisti d’Occidente non abbiano capito il messaggio.
Tuttavia, crediamo che all’Oriente non convenga, ancora, un Occidente in seria recessione economica e in crisi conclamata.
Conviene, invece, a tutti che il trapasso della “centralità globale” o, il “passaggio di consegne” dagli USA ad Oriente, avvenga senza grossi traumi e nel modo più tranquillo possibile.
Non si arriverà al “redde rationem”. Ma è certo che l’Occidente dovrà fare i conti con questi ultimi decenni di politica – non politica e deve cambiare registro immediatamente perché il rischio è troppo alto.
Saranno in grado i nostri tecnocrati ad avviare una politica di serio sviluppo della economia reale?
Siamo tendenzialmente scettici.

Antonio Vox
Presidente “Sistema Paese – Economia Reale e Società Civile”

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