Roberta Repetto. Una morte annunciata: un santone per amico, una setta per rigenerarsi, un intervento chirurgico eseguito in cucina

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Roberta Repetto l’ennesima morte annunciata consumata dentro le mura di una squallida cascina immersa nel verde di Borzonasca curata da un gruppo di persone – leggasi setta – capaci di annullare il tuo pensiero e le sinapsi del ragionamento libero. Coercizione, violenza sessuale, sequestro di persona, appropriazione indebita (120.000 euro donati alla setta), omicidio volontario e solo Dio quanto altro potrà uscire fuori dalla delicata indagine dei Carabinieri che stanno conducendo sulla pseudo associazione Anidra, il cui santone di turno è tale Paolo Bendinelli, oggi ospite delle patrie galere, fondatore dell’associazione Anidra.

Anidra in sanscrito significa: coscienza in continuo risveglio che coniugato con l’apoteosi del motto bendinelliano: io mi conosco più di “altro”  dovrebbe essere un percorso olistico per curare l’anima; che vorrebbe dire tutto e niente.

Bendinelli è un omaccione ex insegnante e laureato in filosofia e pare che insegnasse arti marziali energetiche. Trovare il prana, l’energia che ci guida nelle emozioni e convogliarlo verso la rigenerazione è all’origine della filosofia orientale, ma bisogna arrivarci con una mente predisposta e con molti sacrifici. Non ci si improvvisa a meno che di non credersi dei santoni. E siamo alle solite. Il centro Anidra magari è nato con buone intenzioni ma i fatti dicono esattamente l’opposto.  

Insieme a Bendinelli sono sotto inchiesta, il medico Paolo Oneida,  medico chirurgo, dirigente medico di chirurgia generale presso U.O. Chirurgia generale dell’Ospedale di Manerbio , la psicologa Paola Dora, compagna di vita del medico Oneida, che ha collaborato la Scuola Anidra del Prof. Paolo Bendinelli (sic!). I tre sono accusati a vario titolo di diversi ipotesi di reato soprattutto di omicidio volontario per aver causato la morte di Roberta Repetto, poiché la bestiale combriccola ha pensato bene di  asportare un melanoma (neo) dalla Roberta senza anestesia e senza cure mediche, dentro la cucina del centro Anidra. Di più, la Repetto, nonostante le sue condizioni di salute peggioravano, era “obbligata” , su “suggerimento” dei tre complici, di bere tisane zuccherate e di fare meditazione perché la rigenerazione spirituale avrebbe aperto la via della guarigione fisica. La morte della Repetto, lo dicono gli approfondimenti investigativi medico-legali esperiti, è stata causata a seguito dell’intervento chirurgico effettuato e per le conseguenti omissioni di cure mediche.

L’indagine condotta dai Carabinieri di Genova e coordinata dal pm Gabriella Dotto, si pone in continuità con un’altra attività investigativa svolta nel 2019 a fronte di una denuncia sporta dai parenti di una giovane ospite del centro Anidra, tuttora in corso. Nel mese di ottobre del 2020, un’ altra giovane donna – anche lei frequentatrice del Centro – moriva presso l’ospedale San Martino di Genova, dove era stata ricoverata per un melanoma plurimetastatico.

Purtroppo le cronache giudiziarie sono piene di casi simili. L’ultimo caso in ordine cronologico riguarda un dolce bimbo pesarese di soli 8 anni morto per un otite. L’omeopata che lo aveva in cura sosteneva che “in ospedale si muore per i farmaci non per la malattia” e che se il bambino andava lì gli avrebbero “tolto un sacco di sangue e somministrato tachipirina e antibiotici che portano alla sordità”. Febbre alta, vomito, erano tutti “sintomi normali” che avevano sviluppato anche altri malati avuti già in cura da lui perché era una reazione al virus che solo così “poteva essere sconfitto”. Sono le parole che il dottor Massimiliano Mecozzi avrebbe detto ai genitori del piccolo Francesco Bonifazi, il bambino di 7 anni di Cagli morto il 27 maggio del 2017 per una otite bilaterale non curata se non con rimedi omeopatici prescritti dal dottor Mecozzi.

E Fin qui la cronaca. ma i casi sono moltissimi.

Ma ahinoi queste sono vittime di un sistema quanto mai complesso e poco studiato. Se non ci fossero casi così eclatanti poco si saprebbe di queste organizzazioni tendenti alla ricerca della “felicità” utilizzando metodi da vigliacchi, mercenari di sesso e di pattume psicologico.

Tuttavia da qualche anno approda nelle aule di tribunale ma non solo la onuls Cesap che ha sede a Noci a tutela delle persone e famiglie vittime di abusi da parte delle sette. La Cesap è attiva dal 1999, la loro mission è fornire informazione sul fenomeno degli abusi nei culti e sostenere supporto psicologico e legale a chi è incappato in questi contesti totalitari e ai loro familiari. La Cesap fa parte di un grande movimento apolitico internazionale che tenta da diversi anni di reintrodurre in Italia una forma di tutela prevista dal codice penale a tutela di quelle persone fragili e psicologicamente deboli facili prede di questi pseudo associazioni che in realtà sono veri luoghi di tortura psicologica.

In Italia il codice penale Rocco prevedeva all’art.603 il reato di plagio poi reso incostituzionale dalla sentenza n.  96 emessa dalla Corte Costituzionale l’8 giugno del 1981. Dalle ricerche effettuate emerge inequivocabilmente una dura presa di posizione e una levata di scudi da parte del clero e di molti personaggi pubblici i quali ritenevano il plagio un vera “seccatura” poiché un limite al loro indottrinamento. Eh già quando si tratta di indottrinamento tutto è lecito soprattutto se poi l’indottrinamento garantisce certi privilegi. A tutt’oggi la lotta contro il settarismo e le sue maligne declinazioni non ha veri e propri strumenti a tutela dei più deboli come in altre nazioni dove al contrario il plagio è un reato severissimo. La solita storia all’italiana.

Quelli del Cesap, come detto, sono in prima linea contro queste malformazioni della società, ci fanno sapere che in Puglia, si raccolgono associazioni al limite della legalità, ben l’11% del prodotto nazionale e che questo dato è in crescita. Le associazioni si nascondono dietro il mondo olistico trasformando il vero contenuto del messaggio olistico in privazioni, depravazioni e umiliazioni e il dato peggiore lo pagano le famiglie che sono le prime che vengono allontanate e ritenute responsabili di chissà quali mali nei confronti dei loro familiari  che diventano adepti del santone di turno.

Anche Bari ha diverse storie da raccontare e la più “nota” è stata quella del caso Arkeon fondata nel 1999 da Vito Carlo Moccia . Fu un caso giudiziario controverso che coinvolse una presunta psicosetta che, in circa dieci anni, riuscì a raggruppare oltre dieci mila adepti in tutta Italia e a convincere molti, affetti da gravi problemi di salute o di depressione, all’acquisto di corsi a pagamento. Il caso ebbe risonanza mediatica in Italia e si interesso la magistratura barese. Secondo l’accusa, durante i corsi gli adepti venivano sottoposti a forti emozioni e pressioni psicologiche durante lunghe giornate nelle quali il normale alternarsi di sonno e veglia venivano alterati, costringendo a patire sete, fame e stanchezza, rendendo in tal modo l’organismo più permeabile alle suggestioni. Tuttavia ad onor del vero a parte alcune sentenze di condanne passate in giudicato non fu mai provata la tesi accusatoria secondo la quale l’Arkeon era una psicosetta.

La mistificazione è prevaricazione e va denunciata quando infligge dolori e ammorba la mente umana.

 Franco Marella

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