La crisi del Sahel che spaventa l’Occidente

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 La regione del Sahel, fino all’invasione russa dell’Ucraina, era considerata la “più importante per l’Europa”. Le risorse stanziate sono state ingenti sia dal punto di vista politico, finanziario e militare. Ma, nonostante gli sforzi internazionali, la sicurezza del Sahel non è migliorata, anzi rimane estremamente critica e si accompagna a livelli molto bassi di sviluppo umano, come spiega Bernardo Venturi su Affarinternazionali.it.

Nell’ultimo decennio, i gruppi Jihadisti hanno costantemente accresciuto il loro potere, approfittando delle debolezze delle istituzioni nazionali. Venturi spiega che gli sviluppi esogeni ed endogeni all’inizio del 2022 puntano al disimpegno di Bruxelles dal Sahel e dal Mali in particolare. In primo luogo i colpi di stato in Mali, Ciad e Burkina Faso hanno generato notevoli dilemmi diplomatici per l’Unione europea.

Poi, le tensioni diplomatiche tra Mali e alcuni stati europei – in particolare la Francia – influenzano inevitabilmente l’approccio politico-diplomatico dell’Ue. Inoltre, la guerra in Ucraina ha aggravato la situazione europea e accelerato il disimpegno, mentre Mosca sta stabilendo rapporti di cooperazione militare sempre più stretti con Bamako, ma anche con altri paesi dell’Africa occidentale.  

Anche la diffusione della minaccia jihadista verso il Golfo di Guinea, portano a ripensare una visione troppo rigida e perimetrata nei cinque stati del Sahel. Una conferma del ripensamento europeo nei confronti del Sahel arriva dall’alto rappresentate per la politica estera dell’Unione europea, Josep Borrell che, prendendo a pretesto la notizia del rapimento di tre italiani in Mali, ha detto: “Bisogna ridurre gli effettivi, in modo coordinato, e rischierarli in altri paesi della regione, e vedere poi come gli obiettivi della missione possano essere ridefiniti per continuare ad assistere la popolazione del Mali. Presenteremo un piano per ridimensionare la nostra missione in Mali. Abbiamo deciso di sospendere tutte le attività di addestramento delle truppe, e non vedo più una prospettiva perché queste attività possano riprendere nel prossimo futuro”.

Questo spiega su quale strada stia andando l’impegno europeo che potrebbe essere spostato più a sud, verso i paesi del Golfo di Guinea e più a nord verso il Niger. Di certo la situazione di rottura insanabile tra l’Occidente e il Mali rischia di rendere sempre più problematico l’impegno in tutta la regione. Poi, occorre fare i conti con la crisi ucraina che ha acuito anche lo scontro, in Africa, tra Occidente e Russia. Vedremo.

Dal canto loro, i francesi, impegnati più di chiunque altro nel Sahel e che si sono ritirati dal Mali, dopo i due colpi di stato che hanno stravolto l’assetto politico del paese e fatto piombare Bamako in una crisi senza precedenti, hanno sì rilanciato, ma anche confermato il parziale disimpegno in Sahel. L’ambasciatore e rappresentante permanente di Parigi alle Nazioni Unite, Nicolas de Riviere, ha invitato la comunità internazionale ad “agire con determinazione” di fronte all’espansione della zona d’azione dei terroristi nel Sahel e verso i paesi del Golfo di Guinea. Ciò significa che l’attenzione della comunità internazionale sposta i suoi obiettivi e cerca di salvaguardare aree dell’Africa Occidentale che, fino ad ora, sono state relativamente toccate dai jihadisti.

Gli attacchi in Benin e Togo hanno alzato il livello di criticità, tanto che la Francia intende “rafforzare il sostegno”, spiega De Riviere, ai paesi “del Golfo di Guinea di fronte all’espansione del terrorismo in Sahel”. Secondo l’ambasciatore francese si sono svolte “diverse consultazioni con questi Paesi, che hanno già espresso esigenze specifiche. Stiamo discutendo con i nostri partner, in particolare quelli europei, le risposte da fornire”.

A emergenza si somma emergenza. La regione del Sahel sta vivendo una situazione estremamente critica non solo dal punto di vista della sicurezza – l’impegno militare di Francia e Unione europea non ha portato nessun risultato concreto – ma anche e soprattutto dal punto di vista umanitario. Secondo di dati forniiti dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), circa 18 milioni di persone nella regione del Sahel dovranno affrontare una grave insicurezza alimentare nei prossimi tre mesi, la più grave crisi umanitaria dal 2014.

“Nel Sahel intere famiglie sono sull’orlo della fame”, ha spiegato il responsabile degli affari umanitari dell’Onu, Martin Griffiths, chiedendo un intervento immediato. Per far fronte a queta crisi l’Onu ha sbloccato 30 milioni di dollari dal Fondo centrale di risposta alle emergenze (Cerf) per Burkina Faso, Ciad, Mali e Niger. Quest’ultimo contributo porta a quasi 95 milioni di dollari il totale dei fondi erogati al Sahel, che comprendono anche quelli stanziati per Mauritania e Nigeria. Secondo Griffiths, questa iniezione di fondi aiuterà le agenzie sul campo a intensificare la risposta all’emergenza per evitare un disastro, ma “non è un sostituto per i contributi più sostanziosi dei donatori di cui abbiamo bisogno per sostenere la nostra risposta e aiutare a costruire comunità resilienti”. All’inizio di quest’anno, l’Onu ha lanciato sei appelli umanitari nel Sahel per un totale di 3,8 miliardi di dollari per fornire assistenza in tutta la regione entro il 2022. Tuttavia, a metà anno, meno del 12% degli appelli è stato finanziato.

agi

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