Costi elevati, Covid e concorrenza locale: anche Airbnb in fuga dalla Cina

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Airbnb, la società di affitti di case a breve e medio termine, chiuderà le sue attività in Cina, dove è attiva fin dal 2016 (con circa 25 milioni di prenotazioni). Era l’ultima Big Tech presente nel Paese. A novembre scorso anche LinkedIn aveva gettato la spugna. Era l’unico social network statunitense rimasto ad operare in Cina. 

La mossa di Airbnb ha messo in evidenza il divario crescente tra l’Internet della Cina e quello del resto del mondo. Molte società Internet statunitensi hanno lasciato la Cina dopo che Pechino ha dato molto più spazio alle attività locali ed esercitato la censura.

Non solo, nel caso specifico di Airbnb, la compagnia ha dovuto vedersela anche con le app locali che applicano tariffe inferiori e meno a notte in media rispetto ad altre regioni. In tutto questo la pandemia non ha fatto che aggravare le difficoltà della società ad operare.

Prima della pandemia, secondo l’Organizzazione mondiale del turismo delle Nazioni Unite, i viaggiatori cinesi diretti all’estero erano triplicati in meno di un decennio, raggiungendo 155 milioni di viaggi nel 2019. Dal 2020 la Cina ha però imposto una serie di restrizioni a causa dell’emergenza Covid più severe al mondo, rendendo estremamente difficili i viaggi da e verso il paese.

Airbnb, che manterrà aperto il suo ufficio di Pechino, rimuoverà entro l’estate i 150 mila annunci in Cina (6 milioni in tutto il mondo): i soggiorni nel paese hanno rappresentato circa l’1% degli affari di Airbnb negli ultimi anni. Airbnb ha generato 6 miliardi di dollari di entrate l’anno scorso, il 77% in più rispetto all’anno precedente. 

Come molte società tecnologiche quotate in borsa negli ultimi anni, è sotto pressione per realizzare un profitto. Le azioni di Airbnb sono diminuite del 34% quest’anno, anche se il turismo è aumentato e la domanda di servizi di viaggio è cresciuta.

agi

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