Il preoccupato fermento del biologico in Italia

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Sferzata dell’associazionismo italiano del mondo biologico nei confronti della politica nazionale. Le associazioni hanno alzato la voce e il tiro lanciando un appello affinché si imprima un’accelerata al processo di transizione della produzione bio.

Forti dell’approvazione della legge di settore in Parlamento avvenuta ai primi di marzo, le sigle Aiab, Assobio, Federbio e Associazione Biodinamica hanno tirato le somme e fatto un bilancio circa le risorse economiche a disposizione da oggi fino al 2027, tramite il Piano strategico della Pac, il Pnrr e il Fondo per il bio, e adesso chiedono che i circa 3 miliardi di euro che sono stati stanziati in favore del settore siano spesi bene e vengano inquadrati in un Piano d’azione nazionale.

Esattamente come avviene per le rinnovabili, dicono all’unisono, “il biologico è la strada da imboccare” se si vogliono fronteggiare le crisi internazionali come quella in corso dovuta al conflitto russo-ucraino.

Il tema è quello della ricerca di una indipendenza produttiva da raggiungere attraverso un piano che consente produzioni più autonome, nazione per nazione, da input esterni.

Le quattro associazioni menzionate, però, rilevano e denunciano che questo percorso è minacciato da posizioni contrarie di una certa parte dell’industria che, di fronte alle difficoltà di approvvigionamento determinate sia dalla crisi ucraina sia da quella climatica (come nel caso del raccolto di grano duro dal Canada, provocato dalla siccità e non dalla guerra in Europa), chiede di tagliare le imposte sui fertilizzanti chimici di sintesi, indebolire le procedure di autorizzazione sui pesticidi, utilizzare Ogm vecchi e nuovi e sospendere gli obiettivi al 2030 della Farm to Fork, che si sostanzia nel 25% della superficie agricola destinata al bio, nel taglio del 50% dei pesticidi e con il 10% della superficie dei campi per lo sviluppo della biodiversità).

Aiab, Assobio, Federbio e Associazione Biodinamica sostengono invece che “il cibo del futuro è il biologico” e rappresenta un’opportunità strategica in campo economico e che la vera sostenibilità non può prescindere dal bio.

Intanto, in quest’ottica i sindacati hanno presentato un decalogo di proposte per accelerare il corso della transizione agro-ecologica, incentrato sui distretti bio, la ricerca, la fiscalità, gli incentivi alle aziende e sulla semplificazione burocratica. Questo il biodecalogo nel dettaglio:

  1. Filiere Made in ItalyBio;
  2. Fiscalità ambientale e crediti di imposta per le imprese;
  3. Distretti bio;
  4. Incentivi per chi integra agricoltura, zootecnia e foreste;
  5. Ricerca, innovazione, formazione e consulenza;
  6. Sviluppo della ristorazione collettiva;
  7. Campagne d’informazione ai cittadini;
  8. Innovazione digitale e piattaforma di tracciabilità unica;
  9. Semplificazione burocratica;
  10. Obbligo del bio, aree protette ed Efa.

La guerra in Ucraina, oltre a sconvolgere gli equilibri del mercato agricolo mettendo a repentaglio la produzione del grano e provocare il rischio d’una crisi alimentare globale, ha finito anche con il riaccendere un conflitto che sembrava sopito tra la chimica e il mondo biologico sul modo di coltivare: fertilizzanti chimici invece d’una produzione più rispettosa della terra in agricoltura.

La questione ora si pone al centro dell’attenzione in seguito all’attacco della multinazionale agrochimica svizzera Syngenta che ha espresso recentemente questa posizione: “Si deve rinunciare all’agricoltura biologica per ottenere rese produttive maggiori”.

Posizione che rivela l’intenzione di attuare uno sfruttamento sempre più intensivo delle risorse della terra e contro la quale si è espressa, in Italia, direttamente la Coldiretti nel commentare le dichiarazioni di Erik Fyrwald, Ceo del colosso chimico svizzero: “Occorre lasciare agli imprenditori la libertà di decidere cosa produrre sulla base dei propri interessi e della domanda dei consumatori”, ha replicato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini sottolineando che “viviamo in una economia di mercato dove a decidere cosa produrre non può essere di certo la cinese Syngenta”. 

Singenta è una multinazionale con sede a Basilea in Svizzera, tra i principali produttori mondiali di composti chimici per l’agricoltura. Nata nel novembre 1999 in seguito alla fusione delle attività di ‘agribusiness’ di Novartis (prodotti fitosanitari e sementi) e di AstraZeneca (fitosanitari), Syngenta occupa oggi il primo posto a livello globale nel segmento della protezione piante e il terzo nel segmento delle sementi. E se nel 2000 ha raggiunto un fatturato aggregato di 6,9 miliardi di dollari e  ha impiegato 20 mila persone in oltre 50 paesi oggi ne occupa 26 mila e ha una presenza in 100 paesi. È quotata presso la Swiss Stock Exchange e alle borse di Londra, New York, Stoccolma. Una potenza, con forti interessi a produrre rapidamente e non attendere in cicli naturali della terra. Da qui il conflitto con il mondo del biologico con le dichiarazioni di Erik Fyrwald, Ceo del colosso chimico svizzero.

A dicembre scorso lo stesso Erik Fyrwald, in occasione della Giornata mondiale del Suolo 2021, sembrava aver cambiato approccio e prospettive, dichiarando: “Il futuro veramente sostenibile dell’agricoltura (io lo chiamo agricoltura rigenerativa) sta prendendo forma. È un futuro guidato dal miglioramento della salute del suolo e dell’agricoltura attraverso le tecnologie digitali, e stiamo già intravedendo i benefici che questi strumenti di precisione offriranno nei prossimi anni”.

Tant’è che secondo Petra Laux, head cp business sustainability della multinazionale svizzera, “l’agricoltura rigenerativa non è una specifica tecnologia o una metodologia, ma piuttosto numerose pratiche agricole che ci aiutano a raggiungere i risultati che vogliamo. Questi risultati includono l’uso efficiente del terreno, per proteggere i territori non coltivati, ma anche il suolo dove coltiviamo i nostri raccolti per le future generazioni”.

E ancora: “Ci sono specifici incentivi o policy che possono accelerare la transizione verso questo nuovo modello agricolo -, continua Laux –, ad esempio c’è la necessità di un quadro normativo su misura per i biologicals, se vogliamo una maggiore innovazione per nuove soluzioni biologicals nel campo della protezione delle colture, oppure di assicurare una soddisfacente copertura internet nelle aree rurali per poter utilizzare ampiamente gli strumenti digitali che abbiamo a disposizione, oppure facilitare la selezione delle piante attraverso l’accesso alle più moderne tecnologie di breeding. Abbiamo la necessità di ‘ascoltare la scienza’ mentre lavoriamo per salvaguardare il nostro sistema alimentare”.

Apparentemente, si tratta di dichiarazioni e principi che sembrerebbero stridere con l’ultima dichiarazione secca secondo cui è invece “necessario rinunciare all’agricoltura biologica per ottenere rese produttive maggiori”. L’assunto contro il biologico, infatti, finisce di fatto per colpire direttamente l’Italia che è leader europeo nel numero di imprese agricole bio con ben 70 mila produttori e con oltre 2 milioni di ettari coltivati, come sottolinea la stessa Coldiretti. Uno scontro e un dibattito destinati evidentemente a dare vita a una lunga guerra di posizione.

agi

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