Il caso della foto di Falcone e Borsellino sbarca in Parlamento

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Nel trentennale delle stragi di Capaci e via d’Amelio, la foto più celebre di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino finisce in Parlamento. Lo scatto che il fotoreporter Tony Gentile realizzò a Palermo il 27 marzo del 1992, in cui i due magistrati sorridono, campeggia sulle pareti di scuole e uffici pubblici perché è l’icona della lotta alla mafia, tanto che sarà replicata anche sulle monete da 2 euro.

Tuttavia è al centro di una diatriba giudiziaria, raccontata un po’ di tempo fa da ‘Oggi’. Ora la vicenda sbarca a Montecitorio, con la richiesta al ministro Franceschini di salvarne la paternità. Anni fa il fotografo ha fatto causa alla Rai, chiedendo un risarcimento danni per via dell’utilizzo da parte dell’azienda della tv della sua fotografia senza la richiesta del suo consenso, né la menzione dell’autore e neanche il pagamento di un compenso.

A settembre del 2019 il Tribunale ha escluso che l’opera possa avere carattere autoriale, facendola rientrare, nelle fotografie “semplici”, per cui la legge riconosce all’autore il diritto di riproduzione, diffusione e vendita soltanto per 20 anni. Se invece fosse riconosciuta come “opera dell’ingegno” sarebbe “protetta” per 70 anni dalla morte del fotografo.

Per questo il 23 maggio scorso il deputato di Iv Michele Anzaldi ha presentato un’interrogazione al ministro della Cultura Dario Franceschini, per chiedere “se è a conoscenza delle circostanze” e “se non ritenga che, a fronte dell’alto valore simbolico della celebre fotografia che riproduce i magistrati Falcone e Borsellino, non sia nelle sue facoltà riconoscerne comunque il valore di opera d’arte”.

Anche per evitare la beffa, cioè che “il nome del fotografo non sia più citato in alcune riproduzioni, proprio in occasione del trentennale della strage di Capaci e via D’Amelio”. Dal canto suo, Tony Gentile non nasconde all’AGI la sua amarezza: “Per me è una mortificazione umana e professionale, non è possibile che una foto di questo valore sia trattata in questo modo”.

Gentile racconta: “L’ho scattata durante un convegno in cui si parlava di mafia e politica, organizzato a sostegno della candidatura alla Camera di Giuseppe Ajala, due settimane prima era stato ucciso Salvo Lima. Falcone e Borsellino erano consapevoli di quello che sarebbe accaduto”.

Il valore della foto sta in quel senso “di intimità naturale e spontanea che si percepisce immediatamente quando qualcuno la guarda. C’è una semplicità del gesto che si riflette nel loro messaggio e che io ho intuito e sono riuscito a cogliere”. Considerazioni che il giudice, evidentemente, non condivide: “Lui sostiene che quella foto è diventata icona soltanto perché Falcone e Borsellino sono morti in quel modo, mentre io dico che la fotografia è icona più semplicemente perché esiste, perché un fotogiornalista l’ha fatta sapendo chiaramente cosa stava raccontando quella sera del 27 marzo”.

Ora le speranze di Gentile sono riposte nell’interrogazione di Anzaldi: “Oltre a Franceschini spero mi risponda anche il ministro Franco per spiegarmi se ritiene giusto che la Zecca dello Stato si sia tirata indietro da un accordo concordato secondo il quale avrebbero dovuto riconoscermi un pagamento di 500 euro che io, per mia iniziativa, avrei devoluto in beneficenza. Alla fine la moneta esiste ma non esiste una mia firma che autorizzi l’uso della fotografia”. 

“Penso che l’iniziativa di Anzaldi, che peraltro io non conoscevo, abbia colto nel segno perché se quella foto è patrimonio di tutti gli italiani allora è giusto che vada protetta e proteggere quell’icona significherebbe innescare un processo per il cambiamento della legge italiana sul diritto d’autore che penalizza, come me, migliaia di fotografi italiani”.

agi

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