V-DAY RECIPROCI

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Sono partiti dai V-day (la V stava per Vaffanculo). Arrivano a mandarsi a quel paese reciprocamente. Chi? 

Ma loro, chi sennò? I miracolati dalla politica, l’avvocato raccomandato dal suo collega di studio che si è trovato a fare, ciuffo compreso, il Presidente del Consiglio nel periodo più brutto della pandemia ed il consulente per la somministrazione di bevande ad eventi sportivi dello Stadio (che allora si chiamava S. Paolo) di Napoli, oggi ministro degli esteri, forgiato dall’esperienza di lavoro per le partite interne contro squadre straniere di Europa League e Champions.

Bei tipi questi del Movimento 5 Stelle. Non c’è che dire.

Avere la capacità di dire che è tutto sbagliato, è tutto da rifare e poi, al momento clou, adeguarsi, che va tutto bene ed, in fondo, è tanto comodo.

Lo stipendio da deputato-senatore-ministro arriva uguale e puntuale. Senza neanche dover vendere un Borghetti o dover scrivere qualche parere legale.

E ora? Si profila uno scontro epico. Conte contro Di Maio. Bhè, vabbè. Non è epico. Si profila uno scontro duro. No, non è neanche duro. Si profila uno scontro. E chi se ne frega di che genere sia. Cosa c’è in palio? La poltrona: ovvio. 

Capo dei M5S a chi? Non ti permettere sai! “Mai andati così male alle amministrative”, neanche con Di Maionese a capo. 

Due mandati a chi? Non ti puoi ricandidare sai! Conte, neanche una volta candidato e votato eppure divenuto Premier senza voti che dice a Di Maio, che pure i voti li ha presi, che non si può ricandidare. 

Cattivi maestri. Dei paradossi o dei paraculi. Fate un po’ voi.

Ovviamente due fazioni: contiani, un po’ Alessandro Dibba tuti tra allearsi con la sinistra e guardare i verdi prati padani, pronti a divenire pacifisti dell’ultima ora, portando in tasca i complimenti di Trump (che di appoggi russi se ne intende) al leader Giuseppi’, specie dopo la sua firma all’innalzamento delle spese militari Nato al 2% del PIL; dimaioni (per fare rima) con il secondo mandato sulle spalle e quella voglia pazza di far saltare l’ultimo baluardo dei V-day che ancora non è stato tradito ed il mantra del “Draghi è megli-e-Maradona”.

In mezzo un Grillo, che salta come una cavalletta e punge come una zanzara il sangue del suo sangue. Questi suoi rappresentanti che si apprestano a spaccare in due il capello, per dare definitivamente addio al Palazzo ed i sacri bottoni del potere che, in fondo, già non meritavano di spingere e che pure, con le assurdità proprie della politica italiana, sono ancora lì a loro disposizione fino al 2023.

Il risultato? Si spaccheranno. Sono già due partiti distinti. 

Con i sondaggi che danno oggi il movimento al 12% circa, dividersi è un dramma: con una legge elettorale maggioritaria si rischia seriamente di vedere pochi seggi disponibili e 300 persone dovranno tornare alla professione di nullafacenti in attesa del vitalizio. Potrebbe aiutare, invece, il solito pantano delle leggi elettorali proporzionali, dove tutti, il giorno dopo le elezioni, dicono d’aver vinto. Salvo poi, però, scendere a formare maggioranze innaturali che portano ad instabilità, un po’ come il formaggio sul ciambotto.

E compriamoli questi pop-corn. Divertiamoci ancora per un anno su questa telenovela. Fino a quando la sinistra non tirerà fuori il pericolo fascismo alle elezioni e potranno riappattumarsi felicemente.

GIANPAOLO SANTORO

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