Fenomenologia Meloni, l’outsider in corsa per Palazzo Chigi

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C’è chi la ricorda in un angolo del Transatlantico, più o meno nella primavera del 2006, prendere diligentemente nota delle istruzioni di Giulio Tremonti su come si dovesse comportare una provetta vicepresidente della Camera.

Allora Giorgia Meloni era stata eletta deputata per la prima volta, a 29 anni – il che rappresentava già un traguardo ragguardevole per l’epoca – ma solo qualche giorno dopo la proclamazione era già pronta a salire sullo scranno più alto di Montecitorio, in qualità di presidente vicario in quota An.

Nelle ore in cui, almeno all’interno della coalizione del centrodestra, sembrano cadere i dubbi residui sull’ipotesi della leader di Fratelli d’Italia presidente del Consiglio, l’episodio tornato alla memoria dei più stagionati frequentatori del Palazzo dice molto sul carattere di quella che potrebbe essere la prima donna inquilino di Palazzo Chigi, e può essere una chiave per comprendere il perché di un cursus honorum così rapido.

Io sono Giorgia

Molto è stato già spiegato dalla diretta interessata nel fortunato libro autobiografico “Io sono Giorgia”, ma le vicende dell’ultimo anno impongono un aggiornamento: certamente l’autodefinizione di “secchiona” spiega molte delle fortune della Meloni, ma non può bastare. 

Il secchione, per definizione, è colui che ha nell’umiltà e nell’abnegazione le proprie doti principali, e certamente la Meloni che ascolta deferente Tremonti e prende nota, o che studia nei minimi dettagli i dossier riflette questo profilo.

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Giorgia Meloni 

Raggiungere obiettivi sempre più importanti, però, fa parte di un altro profilo, il profilo dell’outsider. Chi la conosce bene, non a caso, preferisce fare ricorso a questo termine. Che definisce chi si confronta spesso con la preoccupazione – per non dire ossessione – di dimostrare di essere all’altezza di un ambiente in cui viene percepito come parvenu.

Una volta riuscita a vincere le insicurezze e le diffidenze altrui, Giorgia Meloni è poi sempre riuscita a indirizzare le cose nella direzione desiderata e a far valere la propria determinazione.

Da AN a Fratelli d’Italia

Era outsider da baby-vicepresidente della Camera molti colleghi ricordano come seppe da subito condurre con piglio energico – qualche volta troppo – i lavori d’aula, così come era outsider nel Fronte della Gioventù, dove era arrivata bussando la porta della sezione, senza provenire da nessuna casata della destra romana.

La storia della leader di FdI è anche la storia dell’ultima generazione di politici che si sono sottoposti alla “trafila” classica: con la scalata all’organizzazione giovanile di Alleanza Nazionale, cui ha fatto seguito l’approdo alle prime cariche elettive locali, e infine, al Parlamento nazionale.

Molte di queste storie finiscono con quest’ultimo traguardo e quella della Meloni, data la precocità, sarebbe già stata di successo.

La sindrome dell’outsider, invece, ha fatto il resto: la legislatura successiva a quella della vicepresidenza della Camera arriva l’esordio daministro, che non può che essere delle Politiche giovanili, poi le vicende interne del centrodestra e la rottura traumatica tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi portano la Meloni ad allontanarsi da quello che era stato il suo mentore, a non seguirlo nell’esperienza di Futuro e Libertà per “dare una nuova casa alla Destra” con la fondazione di Fratelli d’Italia assieme a Ignazio La Russa e Guido Crosetto.

Una forza nata anche come conseguenza dello stop alle primarie aperte nel Pdl, imposto dal Cavaliere. E anche lì, si parte con la sfida di essere la prima donna leader di partito (e attualmente l’unica) per giunta di destra, un territorio considerato generalmente più chiuso alla presenza femminile in politica.

Gli inizi, come è noto, non sono dei più incoraggianti: FdI non arriva al 2 per cento alle Politiche del 2013, migliora alle Europee l’anno successivo ma non supera lo sbarramento e non elegge deputati a Strasburgo.

Cresce ma non troppo alle Politiche del 2018, quando prende il 4,3 per cento, contro il 14 per cento di Forza Italia e il 17,4 per cento della Lega di Matteo Salvini. Poi, la decisione di non entrare nel primo governo Conte assieme all’alleato Salvini, un’ipotesi che a un certo punto parve concretizzarsi, per poi sfumare definitivamente.

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© AGF

Matteo Salvini e Giorgia Meloni

Alle Europee del maggio successivo, nelle quali il partito di via Bellerio prese il 34,3 per cento, FdI ha ottenuto il 6,4 per cento, un incremento non paragonabile al raddoppio della Lega e non sufficiente a operare un sorpasso su Forza Italia (allora all’8,8 per cento).

Ma è con l’esperienza di governo di Salvini e l’inizio della fase calante di FI che le cose cominciano a cambiare: la non compromissione con l’esecutivo gialloverde paga, così come paga l’utilizzo sempre più penetrante della comunicazione sui media e sui social.

Il tutto, non disgiunto da una riconosciuta (anche dagli avversari) abilità oratoria. Il 2019, in quest’ottica, è l’anno decisivo: arrivano i primi governatori in Abruzzo e nelle Marche, i primi risultati a doppia cifra in alcuni territori, il sorpasso su Forza Italia.

E come spesso accade, c’è un momento che simbolicamente suggella l’ascesa della Meloni: il discorso alla manifestazione unitaria del centrodestra a Roma della fine di ottobre, in piazza San Giovanni, l’ormai celebre “Io sono Giorgia, sono una madre, sono una cristiana“, ben presto diventato virale, che ha contribuito, contrariamente alle intenzioni di chi aveva diffuso in Rete “meme” e remix, ad aumentare la popolarità e la simpatia della leader di FdI.

Secondo il parere di tutti gli addetti ai lavori, fu proprio “Giorgia” a rubare la scena agli altri due leader e a galvanizzare gli animi della piazza. Il gradimento nei suoi confronti fece registrare un’impennata, con percentuali che sono schizzate oltre il 45 per cento.

E proprio in questa fase, Meloni e il suo partito hanno acquisito quel rilievo internazionale, impensabile fino a qualche mese prima, culminato con la nomina a presidente dell’Ecr.

All’Estero iniziano ad accorgersi di lei: il New York Times la inserisce nei 20 personaggi mondiali emergenti che “potrebbero disegnare il futuro” e il Financial Times le predice un futuro da premier.

Molti ridono, ma in Italia lei decide di resistere anche alle sirene del governo di unità nazionale guidato da Mario Draghi, scommette sull’implosione della maggioranza e vince.

Il resto è storia di questi giorni: l’ascesa nei sondaggi (attualmente FdI è stimata attorno al 22 per cento) e l’ultima battaglia: quella per ottenere il via libera alla candidatura a premier nel caso FdI ottenga più voti degli altri partiti di centrodestra.

Al vertice decisivo, Salvini e Berlusconi a un certo punto se ne vanno, lasciando il dossier premiership e collegi ai suoi più stretti collaboratori, mentre la Meloni, da buona “secchiona” resta fino alla fine per sincerarsi di ottenere ciò che vuole.

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© Francesco Fotia / AGF 

Giorgia Meloni ed Enrico Letta

Anche in questo caso, le cose si indirizzano nel verso desiderato, con una campagna elettorale che sta prendendo la piega di uno scontro tra la sua personalità e quella del segretario dem Enrico Letta, diverso dalla Meloni in moltissime cose, prima fra tutte quella di non poter certo essere considerato un outsider.

Agi 

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