Come prepararsi a un attacco nucleare

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 “L’Occidente dovrebbe prepararsi al rischio reale di una guerra nucleare“, titolava sabato scorso il Telegraph un articolo dell’esperto di armi Hamish de Bretton-Gordon. Non certo un titolo leggero o di sollievo, commenta l’Independent trattando l’argomento. Anche perché il quadro descritto da Bretton-Gordon appare chiaro: ha citato la tensione su Taiwan; i progressi dell’Iran e della Corea del Nord nello sviluppo di armi nucleari; le minacce, più o meno reali, di Vladimir Putin di usare armi nucleari contro Ucraina e Nato.

Tanto più che la guerra in Ucraina rischia anche un incidente – “o peggio” – a Zaporizhzhia, la centrale nucleare attualmente occupata dalla Russia. “Se non conteniamo queste minacce”, ha scritto De Bretton-Gordon, “tutto il resto che ci irrita in questo momento si rivelerà orribilmente irrilevante”.

Ammesso e non ancora concesso che si vada in questa direzione, in Gran Bretagna ci si interroga però su cosa si dovrebbe fare, come ci si dovrebbe preparare dinanzi ad una simile evenienza. Ad esempio Paul Ingram, del Center for the Study of Existential Risk dell’Università di Cambridge, teme che al momento “non ci siano molti preparativi in corso” perché “qualsiasi escalation aumenta il rischio” anche se questa “non è imminente, ma sta ribollendo dietro le quinte”, è “bassa la probabilità, ma l’impatto è così alto che penso che il governo debba prepararsi”.

Quindi? Secondo Ingram, se da un lato bisogna evitare il rischio dell’escalation, un buon primo passo sarebbe “soppesare le probabilità di esplosioni qui (che avrebbero un impatto catastrofico immediato) e all’estero (che ci colpirebbe indirettamente, potenzialmente attraverso un inverno nucleare che danneggerebbe i raccolti in tutto il mondo). difficile ottenere una chiara gestione delle probabilità“, afferma. “È più facile avere una sorta di controllo sulle conseguenze. Ma è necessario un giudizio su quelle probabilità”. E le probabilità, osserva l’Independent, “per quanto difficili da calcolare a distanza con precisione, darebbero un’indicazione del livello di investimento che dovrebbe essere necessario per la preparazione”. Ingram, ad esempio, usa l’approvvigionamento alimentare come esempio: “Dovremmo conservare un sacco di cibo ora? Questo è problematico, perché ciò comporterà ogni tipo di spreco di cibo. Ma allo stesso modo, deve essere qualche domanda sulla varietà delle diverse catastrofi che richiederanno una sorta di conservazione delle scorte alimentari nella nostra risposta. Il governo deve pensarci e valutarlo in modo ragionevole”.

Piani di evacuazione di massa sul modello Usa

Un’altra priorità, dice Ingram, dovrebbe essere quella di decidere chi è responsabile di cosa. “Ciò che è stato davvero un grande buco nella risposta al Covid”, per esempio, “incredibile, davvero: il rischio di una pandemia era una minaccia alla sicurezza di alto livello, eppure i dipartimenti governativi non avevano un’idea chiara di chi fosse responsabile di quali attività e che tipo di linee di comunicazione dovessero essere ha aperto.

“Questo non deve ripetersi in caso di detonazione nucleare”, dice Ingram, perciò “tra servizi, infrastrutture e dipartimenti governativi, il governo deve essere chiaro su dove risiedono le responsabilità e quindi avere piani di risposta elaborati per l’evento”.

Quindi se per esempio si presume che il ministero della Difesa abbia queste responsabilità, questo “non sarà il dipartimento che risponderà per primo, o fornirà risposte sanitarie o altre risposte di emergenza. Non sarà il dipartimento responsabile dell’alimentazione di tutti, o dei servizi igienico-sanitari, o altro”.

Ci sarà pertanto bisogno di un piano di evacuazione, per portare via le persone se un attacco sembra imminente. Queste evacuazioni sarebbero enormi e limitate nel tempo, ponendo enormi problemi logistici. Potremmo imparare dagli americani, dice Ingram. “Hanno piani molto più sofisticati sull’evacuazione delle città in una varietà di contesti diversi”.

Osserva il quotidiano che “la Gran Bretagna ha costruito molti bunker nucleari durante la Guerra Fredda, una strategia in cui la Finlandia – che confina con la Russia e teme la sua aggressione – ha investito ingenti somme. Il servizio civile finlandese afferma che la sua rete sotterranea di tunnel potrebbe facilmente ospitare i 630.000 abitanti di Helsinki”.

Ingram, tuttavia, vede i bunker come “un approccio individualistico. Penso che dobbiamo pensare molto di più in termini di resilienza all’interno delle comunità”. Ma la conclusione è agra: “Il presupposto in grandi stati dotati di armi nucleari come il nostro”, dice Ingram, “è che c’è poco che possiamo fare per prepararci a una guerra nucleare totale. Ciò non dovrebbe impedirci di prepararci per la guerra altrove, però”.

Le risposte interne a questo tipo di situazione”, dice ancora Ingram, “dovrebbero ancora essere rapide e significative”. E si tratterà molto di più di cercare di garantire “le scorte di cibo e mantenere le infrastrutture critiche nel momento davvero difficile in cui il sole sarà molto ridotto”.

Le esplosioni nucleari, infatti, getterebbero fuliggine e polvere nell’atmosfera. In ogni caso una campagna di informazione pubblica per ora sarebbe prematura, sostiene l’esperto del Center for the Study of Existential Risk dell’Università di Cambridge, secondo cui però, “e le cose iniziano a complicarsi – e abbiamo i russi che fanno minacce significative – e non sembrano esserci vie d’uscita chiare e ovvie, penso che il governo abbia bisogno in quella fase di prendere in considerazione campagne di informazione pubblica”.

agi

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