Libri. “Carne e sangue”, l’ultimo lavoro di Vito Davoli

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Riporto di seguito
alcuni estratti delle migliori letture critiche sviluppate attorno alla nuova
silloge di poesie di Vito Davoli,
Carne e sangue (Tabula fati, Chieti 2022) da parte di alcune personalità letterarie
di particolare spessore.
Il testo sarà presentato dal prof, Gianni Antonio Palumbo (docente di
Italianistica presso l’Università di Foggia) nell’ambito della manifestazione
LIBRI NEL BORGO ANTICO, a Bisceglie il 27 agosto alle ore 19,40 in largo
Piazzetta nel centro storico. Augurando all’autore i migliori successi,
invitiamo i lettori ad immergersi in questo universo poetico materico e
sensoriale fatto, appunto, di carne e sangue.

 

Gianpaolo
Santoro

 

Anzitutto, occorre
rimarcare l’unità stilistica del volume: non si individuano – come spesso accade
in tanti libri di poesia – gli ‘alti’ e i ‘bassi’, ovvero alcune poesie davvero
riuscite ed altre di valore inferiore.

Qui l’approccio
estetico e il ‘tono’ generale sono sempre identici e si risolvono in un fitto
monologare: la musa di Davoli è in una scrittura tendente al ‘discorso’,
all’interrogazione esistenziale (…).

La realtà qui non
è mai perfettamente incasellabile in un ‘quadro’ o in una ‘ideologia’ o una
‘visione’ etica: nulla si incastra precisamente, ciò che domina al mondo,
pertanto, è l’imperfezione.

Tutto è in
movimento, ciò che possiamo cogliere è – appunto – il ‘farsi’ delle cose e
degli eventi. Ed anzi, l’esistenza – al suo più alto zenit – è addirittura
‘perdersi’. La felicità sta nell’azzerare la realtà e l’identità: «Allora sì
che perdersi è godere». È quasi un itinerario di annullamento del sé (come
individuazione storico/psicologica), una via zen. Anche se «a un certo punto
dovrò scegliere / tra devo e voglio», tra la ‘necessità’ e il ‘desiderio’. Fino
a quell’ «amo tradirmi» che è un compendio di autoanalisi freudiana (…).

In sostanza,
questa Carne e sangue è una bella e
intensa silloge di testi poetici, una proposta letteraria di spessore. Si offre
come un viaggio che richiede il proprio tempo per essere intrapreso: il tempo
scandito della lettura dei versi, ma anche il tempo per assorbirli e renderli
parte integrante di sé stessi. Un viaggio figurativo, emozionante, narrato con
un tono dolce e pacato tipico di un vecchio amico e parente mentre sta narrando
la sua vita e i suoi pensieri a una persona a lui vicina. Carne e Sangue unisce familiarità a insegnamento, una gran voglia
di aprirsi e di trasmettere l’“io” più profondo del poeta, che si rivolge
direttamente al lettore, azzerando quasi ogni distacco esistente.

La silloge di Vito
Davoli ha molto da donare ai lettori e si mostra come una raccolta che permette
di ricordare il proprio passato con occhio nuovo, analizzare con tenerezza il
presente e volgere, al tempo stesso, lo sguardo al futuro.

 

Daniele
Giancane

poeta,
critico letterario, docente universitario

 

 

L’impressione
iniziale è che si tratti di una poesia intensamente vissuta, non solo in una
dimensione creativa e spirituale, ma anche e forse soprattutto nella sua
fisicità e corporeità, nel suo farsi appunto Carne e sangue: «Parole scintillanti d’arsura, / Di carne e
di sangue
» (p. 43).

Non sfugge (…) il
“corpo a corpo” con la lingua poetica, impreziosita non solo da
termini letterari italiani (alma, sempiterno, balbo, aulente, burchio, asoli,
estua, adusta, cinigie, ecc.) e da forestierismi (ruleta, medio corté, Pèsach,
ecc.), ma anche da un uso accorto delle figure retoriche e fonetiche, il cui
esempio più spinto è rappresentato dalla poesia Come giostra che non gira in tondo, che si segnala per le
allitterazioni aspre, come «tronchi travi e truculenti troni», le
allitterazioni sonore, come «giunge gemendo e gira», una paronomasia di
omografi («àncora ancóra») e infine le rime interne, come «era la mia
incoscienza / la scienza pura».

 

Marco
Ignazio de Santis

poeta
e critico letterario

 

Leggendo Carne e sangue, fin dalle prime pagine
gli occhi richiamano dalla memoria una litografia di Escher in cui lucertole in
circolo sul bordo del foglio, entrano ed escono, in parte sopra in parte sotto,
si affermano e si negano e si trasformano. Proprio come «sopra una linea di
confine / rientro ed evado» e «cielo e mare evadono e rientrano».

Senza dire che la
realtà può essere anche intercambiabile, e illusoria, e Penelope può snodare il
filo, Arianna tessere la tela. Perfino la parola “Amore” può
diventare altro se la si pensa con l’alfa privativo (…).

A me sembra di
scorgere in Davoli uno spirito anarchico. C’è insofferenza – e sofferenza – una
tensione acuta, ansia di liberazione, di abbattere «intorno i fortilizi».
Talvolta si accostano termini, cioè pensieri, immagini, che cozzano aspramente
tra loro, una voglia ossimorica che spiega la complessità e l’ambivalenza
irrequieta, anche in amore, in cui sembra prevalere il prima e il dopo piuttosto
che il ‘durante’ dell’incontro.

Ma dove la
sofferenza si fa spregio e rabbia, nella poesia Su tristi ceri, non c’è pietà. E mi chiedo se la citazione
liturgica aghios e theos, sanctus deus, “Dio Santo” etc., che si canta nella celebrazione del
Venerdì Santo, proprio il giorno della passione, della crocefissione, sia una
scelta casuale o piuttosto l’aggiunta di sale e aceto sulla punta del pugnale.

Non è l’unico
riferimento al negativo a formule liturgiche, quasi che la religione sia una
delle forme “Matrix” più rischiose.

Ma non mancano
momenti di relax in cui anche il linguaggio si fa più disteso, addirittura
tenero, come ad esempio (ma non solo) in Adamo
mio
. Eva è un’eroina positiva, universale, che rigetta consapevolmente il
tedio dell’Eden e il fascino fatuo dell’onnipotenza per scegliere il cammino
della conoscenza come dato costitutivo dell’umanità.

Ma l’interesse, e
la seduzione, che la poesia di Davoli esercita è anche linguaggio, costruito e
domato con la varietà di timbri e registri di un blocco comunque unitario, ritmo
e metrica, frequenza dell’endecasillabo anche ipermetro e le sue combinazioni,
insomma «il ritmo del mio dattilo», la rarità di rime, metafore originali e
spiazzanti e quant’altro.

 

Mauro
De Pasquale

classicista
e dirigente scolastico

 

 

Carne
e sangue
,
finalmente! Un titolo che è una svestizione intima e pubblica, che si libera di
quella corazza pseudo spiritualista tutta italica onnipresente in tanta poesia
che invece di essere l’arte più in sincronia con il proprio corpo e le sue
pulsioni passionali, rivolge sempre gli occhi al cielo assolvendo al un dovere
catto-scolastico che gli impone di ascendere a un concetto trito e
mistificatorio di sublimazione (…).

La sua arteria
meridionale si svena e come un liquido infiammabile accende i falò dell’eterna
estate amorosa anche là dove si presentano come fuochi fatui della memoria
dolente. Anche il dolore, lo smarrimento, la ricerca del soggetto perduto,
animano il presente in una festa senza maschere né mascherature dove il
sentimento delle cose non si vergogna di esistere ma proclama il dolce
asservimento naturale ai voli improvvisi e ai precipizi inevitabili come in una
salita russa da cui non si scende mai tra grida di gioia, di paura, e di
abbandono.

 

Mauro
Macario
poeta, regista Rai

 

 

Addentrandomi in
questo corpo poetico, attraversando le fibre dei suoi muscoli e scorrendo nel
suo sistema venoso, ho avuto come la percezione di una sorta di viaggio di
destrutturazione e di ricomposizione della materia poetica, come se l’autore si
volesse in qualche modo disfare da tutto ciò che ha appreso – o è stato
costretto ad apprendere – ma allo stesso tempo volesse ricostruire un mondo
poetico che non sprechi nemmeno una briciola del proprio vissuto, degli
insegnamenti avuti, delle gioie, dei dolori, dei sogni, delle disillusioni (…).

Emergono nei versi
molti richiami classici, che interagiscono con un sapore “rock” e attuale che
dà il ritmo ai testi, come si volessero integrare tra loro  tempi e vissuti passati, presenti e futuri.
Come se la musicalità classica e la ritmica moderna diventassero un tutt’uno
inscindibile, materiale e tangibile, fatto, appunto, di carne e di sangue. Non
uno spirito indistinto, ma un corpo pulsante di poesia.

Credo che questo
lavoro sia come il frutto di un parto dopo un lungo travaglio, dove Vito Davoli
non ha solo e semplicemente scritto un libro di poesie, ma ha anche costruito
il vaso della sua esistenza con le sue stesse mani. Un vaso da cui poter
spillare versi, morsi di carne e sorsi di sangue.

 

Marco
Cinque

poeta,
giornalista de
Il Manifesto e
Le monde diplomatique

 

 

Sto leggendo Carne e sangue, di Vito Davoli,
m’imbatto in una poesia dal titolo Come
giostra che non gira in tondo
, in cui arguisco trattarsi di una poesia sul
tempo, definito distruttore di tutte le cose, ma subito il messaggio, o il
senso, della poesia passa in secondo piano, perché l’orecchio viene catturato
dalla tessitura musicale, e ho la sensazione di essere in ascolto di un’opera
bandistica, riconosco le note roboanti dei fiati e le percussioni dei tamburi,
persino certi stridii che solo la banda sa concedersi, come: «nelle longeve
lande di quest’alma», (altri arcaismi e altre parole desuete ho incontrato
nella lettura di questo libro, che immagino obbediscano  a un intento d’ironia se non addirittura di
parodia).

Allora mi dico:
questo ragazzo  (Vito non è esattamente
un ragazzo, però riconosco nella sua poesia la scintilla della gioventù),
questo ragazzo, dicevo, conosce non solo la grammatica e la sintassi della
poesia, ma anche la fisica e la chimica, l’algebra e l’aritmetica, se sa
distillare saggiamente le parole fino a formare un interessante tessuto sonoro,
musicale, capace di far passare in secondo piano l’argomento tempo, ed
evidenzia quanto sia essenziale l’abilità di accoppiare le parole, disporle
secondo un criterio estetico che fa della poesia una collana scintillante.

 

Paolo
Polvani

poeta,
direttore di
Versante
Ripido

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