L’addio del direttore di un pronto soccorso all’ingestibile sanità milanese

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 Marco Bordonali, 58 anni, direttore del Pronto Soccorso dell’ospedale privato San Giuseppe, nel centro della città a pochi passi dalla basilica Sant’Ambrogio, spiega in un’intervista all’AGI di aver deciso di averne abbastanza di “Milano, una piazza ormai diventata ingestibile dove siamo sovraccaricati di lavoro, con pochi mezzi a disposizione, pressati da una popolazione numerosa ed esigente, a rischio continuo di denunce e aggressioni dei cittadini. Siamo un sacco da prendere a cazzotti”.

A breve prenderà servizio, con lo stesso incarico, nell’ospedale di Erba, in provincia di Como, dove la situazione dovrebbe essere più tranquilla. Il suo racconto degli ultimi tempi nel presidio di primo soccorso rimanda alle cronache ormai quotidiane di questi luoghi diventati la frontiera inquieta della crisi sanitaria dove quasi nessun giovane medico vuole andare (i bandi finiscono deserti) e i pazienti, frustrati dalle attese, finiscono col bastonare o prendere a pugni gli operatori della salute, com’è accaduto a Mantova negli ultimi giorni. La Regione Lombardia sta valutando di mettere delle guardie giurate negli ospedali.

“Siamo diventati un grande ambulatorio”

 Quella che Bordonali definisce “la trasformazione dei pronto soccorso in grandi ambulatori che devono sopperire alle carenze del sistema” è cominciata “4 annni fa ma è stato il Covid a far emergere il disastro che era latente”. “Così come è ora il pronto soccorso non è un più un servizio d’urgenza  ma un posto dove viene la gente che non sa dove andare perché la medicina del territorio non funziona. I medici di base ricevono le persone dopo troppi giorni da quando ne avrebbero bisogno, gli esami clinici richiedono attese lunghissime e non ci sono strutture intermedie dove mandare chi ne avrebbe bisogno. Spesso ricovero pazienti molto anziani per disturbi non gravi, per una semplice astenia, che potrebbero essere dimessi in poco tempo ma quando escono dove vanno?. E’ del tutto assente la rete di sostegno domiciliare. La conseguenza è che il sistema è stato completamente sovvertito: quello che dovrebbe essere il posto finale dove mandare il paziente, solo in caso di emergenza, diventa il primo”.

Per questo, Bordonali parla di “un grande ambulatorio”. “Ho iniziato a lavorare nei pronto soccorso 28 anni fa, la notte quando vedevi due pazienti era tanto. Ora, nelle 24 ore in cui siamo aperti, le urgenze reali sono pochissime. Arrivano con sintomi come la febbre alta, la gastrite, traumi senza lesioni. Su 100 pazienti, più di 80 sono codici bianchi e verdi. Del resto, come dargli torto? Qui nel giro di 4 ore ti fanno quello per cui dovresti aspettare 4 mesi, pagando al massimo un ticket da 25 ore”. 

“Perché si attende per ore sulle barelle”

Fa un esempio recente della sua vita in corsia.  “Nei giorni del grande caldo, le ambulanze non scaricavano le persone perché per loro non c’era posto nell’ospedale già intasato e quindi si creava un braccio di ferro tra noi e la centrale operativa che aveva bisogno di quelle ambulanze rimaste occupate molto più di quanto avrebbero dovuto. Il problema però non è tra chi ha più ragione ma nel sistema che non funziona. Così vediamo la gente sulle barelle per ore, anche in periodi non di pandemia. E’ la normalità”.

Milano, in particolare, “è una città dove la gente pretende tutto e subito, è abituata a certi ritmi. I contenziosi sono tantissimi, ogni giorno smisto le denunce che, anche se infondate, sono una grande seccatura. Gli ospedali, appena le ricevono, come prima cosa denunciano il medico, senza cercare di capire chi ha ragione o torto. Ho lavorato 5 anni in un pronto soccorso a Parigi, lì è difficilissimo che un medico venga denunciato”.

“I cittadini saranno costretti alle assicurazioni private”

Nonostante i media mostrino spesso le immagini del caos nei pronto soccorso, “non cambia nulla perché per risolvere la questione bisognerebbe mettere le mani su tutto. In Lombardia, una volta c’erano le Asl gestite da direttori scelti dalla politica, poi le Asl sono state fatte diventare aziende che però non hanno autonomia perché la Regione dipende dallo Stato e ognuno deve dimostrare  di far bene non perdendo soldi. Invece è ovvio che la sanità sia in perdita. O provi a rivedere i ‘consumi’, per esempio toccando i medici di base che costano tantissismo ma rendono poco, oppure l’unico futuro possibile è quello della assicurazioni private. Tanto la sanità più bella del mondo non esiste più da un bel po’”. 

Secondo Bordonali, “a parte le eccezioni di Toscane ed Emilia Romagna, la situazione è simile in tutte le regioni. In Lombardia c’è però una grossa aggravante: la scarsità di strutture rispetto alla popolazione”.

Le sue giornate di lavoro  prevedono “se va bene, sei ore di sonno, il resto è tutto dedicato al lavoro. Un lavoro bellissimo, che amo, ma adesso siamo diventati un sacco da prendere a cazzotti. E’ colpa nostra di tutto, devi alzare dei muri di protezione, sei prevenuto su qualsiasi cosa. La prima cosa che pensi, al mattino, quando ti alzi, è dove mi vogliono fregare oggi”.  

agi

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