Troppi antibiotici non ci proteggeranno da nuove pandemie

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 Uno studio recente ha calcolato che circa 1,2 milioni di persone muoiono ogni anno nel mondo a causa della resistenza antimicrobica. Ma la microbiologa María del Mar Tomás, 46 anni, di Granada, ha trascorso gli ultimi tre decenni cercando di svelare i meccanismi di resistenza dei batteri e come combatterli.

Nello specifico si tratta di quei batteri resistenti agli antibiotici progettati per combatterli e che lasciano i pazienti infetti senza alcuna alternativa terapeutica. Tomás dirige diversi progetti di ricerca con un’alternativa promettente per affrontare questo problema di salute: l’uso dei virus batteriofagi (terapia dei fagi, un virus che infetta esclusivamente i batteri e sfrutta il loro apparato biosintetico per sviluppare la replicazione virale) per attaccare i batteri e risensibilizzarli agli antibiotici.

Il punto, però, è che il Covid ha finito con l’accelerare la comparsa di superbatteri. Come andrà a finire? Secondo Miguel Servet, ricercatore di Inibic, “c’è speranza” perché a suo avviso “un virus ci ha portato nella pandemia Covid ma altri virus potrebbero essere quelli che ci tireranno fuori dalla prossima grande crisi sanitaria che ci aspetta”.

Scrive ancora il Paìs che il team di ricerca di Servet “ha appena ricevuto un finanziamento per indagare anche sull’uso della tecnica Crispr-Cas, una sorta di forbici molecolari presenti nel Dna dei batteri per difendersi dai virus che li attaccano tagliando il Dna degli invasori”. 

E ora la comunità scientifica ha già approvato l’uso delle forbici al di fuori dei batteri ed è in grado di copiare e incollare materiale genetico in qualsiasi cellula, ma il team di Tomás torna alla fase iniziale della ricerca  per imparare a neutralizzare il virus stesso e facilitare l’attacco dei fagi.

Secondo Tomàs, infatti, “stiamo affrontando un grosso problema. Si pensa infatti che, dopo il Covid, potrebbero essere la prossima pandemia che ci colpirà da qui al 2050 perché i batteri si stanno evolvendo, si stanno adattando in tutti gli ambienti”.

Ma dove si annidavano? Per la microbiologa “inizialmente erano in ambito ospedaliero, ma ora sono anche in comunità, in infezioni come polmonite, infezioni sessualmente trasmissibili (Ist). Li troviamo in qualsiasi ambiente veterinario e persino ambientale. Nell’ambiente, infatti, sono stati trovati batteri resistenti senza l’uso di antibiotici: in mare ci sono batteri resistenti e ciò è dovuto alle pressioni ambientali che hanno favorito lo sviluppo di meccanismi resistenti agli antibiotici. Dobbiamo affrontare il problema a livello globale”.

La colpa di tutto ciò, secondo la ricercatrice, è addebitabile “all’uso eccessivo di antibiotici, ma non è l’unica causa. È anche la globalizzazione: viviamo in un mondo in cui un batterio resistente che si trova in Italia o in India può raggiungere perfettamente la Spagna, perché siamo in un mondo senza confini. È probabile che anche il cambiamento climatico abbia un ruolo. È di tipo multifattoriale”.

Pazienti disperati: non c’è cura per le loro infezioni

Il quotidiano spagnolo chiede anche se la scorta degli antibiotici che c’è in questo momento ha una data di scadenza, e la dottoressa Tomàs risponde: “Abbiamo già pazienti molto disperati perché non esiste una cura per le loro infezioni. L’obiettivo è creare un centro specializzato nel trattamento dei batteri resistenti, accreditato per l’utilizzo di terapie innovative che possano essere efficaci contro questi batteri resistenti”.

Esistono delle alternative possibili? “Le opzioni che abbiamo sono la combinazione sinergica tra gli antibiotici che abbiamo. È ciò che utilizzano principalmente i professionisti. E abbiamo anche percorsi di ricerca che cercano coadiuvanti, terapie che favoriscano il riutilizzo degli antibiotici, che sensibilizzino i batteri agli antibiotici, come, ad esempio, la terapia fagica, che potrebbe favorire il riutilizzo degli antibiotici in combinazione con la terapia fagica”.

Quanto a quest’ultimi, i fagi, la ricercatrice originaria di Granada, spiega che i fagi “sono virus che hanno la capacità di uccidere i batteri e presentano vantaggi rispetto agli antibiotici, perché sono molto specifici e potranno agire in modo specifico contro i batteri che causano l’infezione, mentre l’antibiotico esegue una scansione più generale di tutta la flora che potrebbe trovarsi in quella posizione”.

In sostanza, “i fagi non sono stati più utilizzati a causa dell’arrivo degli antibiotici e la ricerca è stata interrotta, ma ora sono riemersi e si è visto che possono aiutarci: resensibilizzano i batteri agli antibiotici” perché “quello che fanno i fagi è agire contro questi bersagli molecolari dei meccanismi di resistenza in cui opera l’antibiotico” perciò “agendo su quel bersaglio permettono all’antibiotico di entrare e ne impediscono l’uscita”.

Ma c’è anche un aspetto negativo dei fagi, ed è che “non possono essere brevettati” e le aziende farmaceutiche, secondo Tomàs, “non saranno favorevoli, a meno che non brevettino un determinato cocktail” ma “poiché ci sono milioni di fagi, si possono preparare milioni di cocktail e poiché sono molto specifici per i batteri, ci sarà sempre un cocktail più efficace”.

Per la ricercatrice , dunque, “poiché ci sono milioni di fagi, si possono preparare milioni di cocktail e poiché sono molto specifici per i batteri, ci sarà sempre un cocktail più efficace” e ora “sono i governi, le istituzioni sanitarie, che stanno aprendo bandi per innovare in nuove cure” mentre nelle potenti aziende private “non c’è stato interesse per questo tipo di terapia perché è difficile brevettarlo”.

Pertanto, se negli ultimi 20 anni sono stati sviluppati “solo due antibiotici, ciò che si sta facendo sono modifiche agli antibiotici precedenti, ma non nuovi. I batteri conoscono già gli antibiotici e alla fine finisce per diventare resistente a quelle modificazioni. Abbiamo bisogno di conoscere questi nuovi meccanismi per sviluppare davvero nuove terapie”, conclude la microbiologa María del Mar Tomás dell’Inibic.

agi

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