Chiude fabbrica della carta: 35 famiglie a rischio disoccupazione

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 Bollette ‘pazzesche’, ‘illogiche’, ma di fatto concause di una situazione di sofferenza più ampia: dai costi di export dovuti ai container al prodotto in sé, destinato esclusivamente al mercato Usa. Accade alla Ico di Alanno, uno dei 4 stabilimenti di una azienda in salute, la Ico appunto, che fa della carta e del cartone il cuore dell’attività. L’annuncio della chiusura della sede di Alanno, una fabbrica che lavorava per l’export al 100%, le altre sono sparse tra Puglia e Abruzzo, ha gettato nello sconforto 35 famiglie. E pensare che per bocca dell’ad della Ico, Manlio Cocchini, fino alla crisi il tissue tad, uno speciale tipo di carta assorbente, si vendeva benissimo. In Usa però, in Europa neanche si sa cosa sia per via del suo costo superiore rispetto ai prodotti concorrenti.

«Cosa stia succedendo lo vorremmo capire anche noi: c’è qualche dubbio sulla linearità di questa vicenda, anche perché la Ico non è in crisi: l’ad ci ha detto che hanno 1600 clienti, produce e sta sul mercato», aveva detto Guido Cupido, segretario provinciale Slc Cgil riferendosi ai licenziamenti. Pronta la risposta di Cocchini: «Laddove dovessero esistere delle possibilità e soluzioni per i lavoratori, saremmo disposti a discuterne. Mi auguro di trovare una via, e conosciamo bene dinamiche e scenari. Certo, se magicamente il prezzo del gas tornasse stasera al prezzo di un anno fa tutto potrebbe essere ridiscusso. Così com’è, la fabbrica chiude: ai sindacati l’ho detto». A questi prezzi energetici si intende. Già, non ci sono solo il prezzo di elettricità e gas: fattore che viene considerato parte di un “concorso di cause”. Rispetto a prima della crisi i costi energetici, che rappresentavano il 50% del costo trasformazione, sono aumentati di 12 volte. A ciò si aggiunge che il trasporto è passato da 2 mila a 7 mila euro a container, quindi più del valore della merce stessa stipata. Secondo la Ico, è quindi lo stabilimento di Alanno a non essere più conveniente, pur se si tratta di un impianto moderno e fino alla crisi conveniente, ma il più piccolo della società. Alla data dell’acquisizione della fabbrica dalla multinazionale Usa Kimberley Clark nel 2013, le unità lavorative sono già scese da 150 a 35, ora il colpo finale. Ricollocare i lavoratori negli altri impianti della società non è semplice secondo Cocchini: «Sediamoci intorno ad un tavolo e vediamo: ci sono dei costi da affrontare, io mi auguro di trovare una soluzione, pensionamenti, ricollocazioni ecc». Nonostante gli aumenti gli altri stabilimenti Ico vanno, ma nel complesso, lamenta Cocchini, «paghiamo scelte di politica energetica che vengono da lontano: sul mercato si sta affacciando la Turchia, che grazie ad investimenti e gas russo a buon mercato oggi può arrivare un prodotto concorrenziale».

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