Da ‘non luoghi’ a piste per lo sci: il futuro dei centri commerciali

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 Gli Stati Uniti si interrogano sul futuro del centro commerciale, modello-mito entrato in crisi a seguito della pandemia, per via della troppa concentrazione di persone. Il centro commerciale è “onnipresente e sottovalutato e potenzialmente un po’ imbarazzante”, osserva oggi la critica di design Alexandra Lange nell’introduzione al suo nuovo libro, Meet Me by the Fountain: An Inside History of the Mall”, scrive la rivista New Repubblic. 

Però è anche vero che lo shopping fa parte della nostra vita quotidiana, così come lo sono gli spazi in cui lo facciamo, tant’è che ormai universalmente i centri commerciali sono i punti di riferimento dei nostri paesaggi fisici e psichici, “incorporati nelle storie sociali e personali”. 

Sono simboli caricati all’interno della nostra cultura, “che ispirano sentimenti di fedeltà o disprezzo” e attraverso i quali si potrebbe “raccontare la storia di molte infanzie suburbane attraverso una progressione di visite” nel corso dei fine settimana familiari. I “non luoghi”, come li definisce il sociologo francese Marc Augé, come “autobiografia di una generazione”.

Tuttavia l’interrogativo è: cosa rende i centri commerciali oggetto sia di desiderio che di disprezzo? Secondo la rivista, “lo scopo civico del centro commerciale, a differenza di biblioteche, scuole e musei, non è mai stato del tutto chiaro” ma “nella migliore delle ipotesi i centri commerciali creano comunità attraverso l’esperienza condivisa” mentre “nel peggiore dei casi, sono templi del consumismo” afferma Lange nel trattare diffusamente e nel dettaglio la loro storia ed evoluzione nel tempo, a partire dal 1943 negli Usa, quando e dove “lo shopping diventa così un piacere, una ricreazione invece che un lavoro”, hanno scritto i suoi teorici.

Tuttavia essi hanno anche una controindicazione: “Uno dei problemi dei centri commerciali, come tante cose americane, è la discriminazione insita in essi fin dall’inizio. Hanno avuto origine nei sobborghi, dove gli americani bianchi sono fuggiti nei decenni del dopoguerra, costruendo comunità segregate”, che includeva anche restrizioni razziali come “nessun acquirente nero” mentre “i centri commerciali degli anni ’50 e ’60 sono diventati più uniformi e meno sorprendenti man mano che si diffondevano in tutto il paese”.

Ma dopo gli anni ’80 i centri commerciali “hanno cercato di contrastare la loro reputazione di deprimente conformismo diventando ancora più grandi e coinvolgenti”, diventando da “luogo di consumo a luogo di esperienza”, una destinazione voluta, ricercata “per l’intrattenimento”.

Tant’è che in molti centri commerciali oggi, tra cui l’American Dream, nel New Jersey, l’intrattenimento, incluso quello che viene definito “il primo e unico comprensorio sciistico al coperto, con neve reale, tutto l’anno” del Nord America, rappresenta più della metà dello spazio. L’obiettivo è dunque chiaro: sfruttare il potenziale dei centri commerciali per essere degli spazi sociali. E luoghi di svago. Uno spazio veramente pubblico, difficile da trovare negli Stati Uniti: “Un posto dove socializzare, un posto dove fare pipì e un posto dove riposare”.

agi

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