Perché non è una buona idea far rivivere la Tigre della Tasmania

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L’ultimo esemplare di Tigre della Tasmania è morto in uno zoo di Hobart, in Tasmania, nel 1936. L’animale, delle dimensioni di un coyote, l’ultimo predatore apicale marsupiale sulla Terra, era scomparso dal continente australiano circa duemila anni prima, per poi essere cacciato al largo della Tasmania nel diciannovesimo secolo dai detenuti europei che colonizzarono quell’isola. Ora, grazie alla tecnologia, un gruppo di scienziati ha intenzione di “riportarlo in vita” attraverso l’ingegneria genetica.

Alla guida di questo progetto c’è Colossal, un’azienda (intenzionata a riportare in vita anche il mammut lanoso, estinto da 10mila anni), che ha già attratto investitori come Peter Thiel, co-fondatore di Paypal insieme a Elon Musk, co-founder di Palantir, investitore della prima ora di Facebook), e una serie di venture capitalist. Il claim della compagnia? “La scienza della genetica. Il business della scoperta”.

Ma i tentativi di riportare in vita specie estinte da tempo “sono costosi, rappresentano uno spreco di risorse e dovrebbe essere contrastati”, ha scritto su Newrepublic, Liza Featherstone, giornalista e autrice del recente “Divining Desire: focus group e cultura della consultazione”.

Per Featherstone, “l’attrazione dei venture capitalist per il progetto della tigre della Tasmania non è altruistica, ma infantile. È la classica applicazione errata del potere che dà il denaro, il tentativo di fare qualcosa che sembra impossibile piuttosto che una cosa possibile che migliora il mondo”. Tra queste annovera la salvaguardia delle specie in estinzione e gli sforzi dei governi che vanno in questa direzione (come il Recovering America’s Wildlife Act, un piano da 1,4 miliardi di dollari l’anno in fase di approvazione).

Secondo alcune stime, migliaia di specie si estinguono ogni anno. Un recente rapporto delle Nazioni Unite ha rilevato che un milione di specie animali e vegetali sono in pericolo di estinzione, più che in qualsiasi altro momento della storia umana. “La scomparsa di ciascuna di queste potrebbe avere effetti complessi sugli ecosistemi odierni: salvarli è un uso migliore delle risorse rispetto al riportare in vita la tigre della Tasmania”. L’ingegneria genetica, anche nella salvaguardia delle specie in estinzione, ha un ruolo importante, “ma lo è di più la protezione degli habitat e l’elaborazione di normative appropriate sulle attività umane che colpiscono queste specie”.

Gli sforzi per riportare in vita animali estinti grazie alla genetica “non solo sono costosi, ma hanno risultati poco chiari. Il lavoro genetico è complesso e gli animali, se mai ce ne fossero di vivi, sarebbero probabilmente una specie ibrida, non il mammut o la tigre originali. Potrebbero non essere più adatti al nostro mondo. Nessuno dei nostri ecosistemi è lo stesso di quando il mammut avanzava sulla tundra e lo stesso ecosistema in cui sarebbe introdotto potrebbe non essere adatto ad un intruso così impattante. Molti scienziati poi hanno messo in guardia sulla possibilità dell’introduzione o diffusione di malattie zoonotiche, dato che le specie estinte potrebbero essere state particolarmente vulnerabili a determinate malattie. E, soprattutto dopo gli ultimi due anni, questo da solo sembra un motivo sufficiente per ripensarci.

agi

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