Avvocati difendono la Costituzione: sul vaccino anticovid la Consulta ha deviato dal proprio ruolo

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L’Avvocatura con Umanità e Ragione in difesa della Costituzione. Il compito della Corte Costituzionale è controllare se gli atti legislativi siano stati formati con i procedimenti richiesti dalla Costituzione (cosiddetta costituzionalità formale) e se il loro contenuto sia conforme ai princìpi costituzionali (cosiddetta costituzionalità sostanziale).

Nei procedimenti conclusi con le sentenze n.14 e 15 del 2023, la Consulta era stata chiamata ad effettuare un controllo di tipo sostanziale; avrebbe dovuto cioè verificare la conformità delle norme contestate alla Costituzione. Nell’operare questa valutazione, il solo parametro di riferimento che avrebbe dovuto avere la Consulta è la Costituzione, a prescindere da eventuali precedenti della stessa Corte, peraltro invocati al fine di stravolgere il significato dei precetti costituzionali già oggetto di esegesi.

Questo non è accaduto. La Corte ha infatti totalmente omesso di vagliare la compatibilità delle disposizioni oggetto di censura alla nostra Carta fondamentale, adoperandosi, invece, in una tortuosa valutazione, pregna di soggettivismo, della loro conformità alla “scienza del momento”. Sostenere che esistano “doveri inderogabili” in grado di prevalere sui diritti fondamentali, significa stravolgere ed annientare le norme che sanciscono la tutela dei diritti inviolabili dell’uomo, quali il rispetto della dignità umana di cui all’art. 2 Cost. Tale norma, invero, stabilisce che sono richiesti – non imposti – doveri di solidarietà ma sempre e comunque allo scopo di tutelare la dignità umana.

Nella sentenza n.14/2023, il cui vaglio di legittimità è limitato al parametro dell’art.32 Cost. Segnaliamo al lettore ciò che disse l’On. Moro circa i motivi che lo indussero a presentare, unitamente all’On. Rossi, l’emendamento poi approvato all’art.32 della Costituzione, in merito ai limiti imposti al legislatore nell’imposizione dei trattamenti sanitari. Egli spiegò che non si voleva escludere il consenso del singolo a determinate pratiche sanitarie che si rendessero necessarie in seguito alle sue condizioni di salute – considerando tale consenso sempre necessario -, ma si voleva vietare che la legge, per considerazioni di carattere generale e di male intesa tutela degli interessi collettivi, disponesse un trattamento del genere al singolo; per i casi di carattere generale da applicarsi a tutti i cittadini, inoltre, si intendeva arginare l’intervento della legge entro quei determinati limiti di rispetto della dignità umana. Il preminente rispetto della persona umana era considerato così scontato ed irrinunciabile che l’emendamento di Moro provocò la reazione dell’On. Lucifero, per il quale la precisazione dell’esistenza del limite del rispetto della persona all’attività del legislatore poneva un problema di “dignità costituzionale”. E ciò in quanto, a suo giudizio, dovendosi creare una Costituzione che garantisse la dignità umana in tutti i suoi aspetti, non poteva in alcun modo ammettersi che nello Stato che si stava costruendo potessero sorgere leggi lesive della dignità umana!

Non riteniamo di dover specificare la differenza che corre tra “diritto” ed “interesse”, né occorre rammentare che mai un “interesse”, pubblico o privato che sia, può acquisire una rilevanza tale da sovrastare dei contrapposti diritti, fino ad annientarli; men che meno ciò può accadere rispetto ai diritti che i nostri Padri Costituenti considerarono fondamentali, trincerandoli in quei primi dodici articoli che rappresentano le fondamenta su cui è stata eretta la Repubblica democratica italiana! Leggiamo che il sindacato della Corte, essendo riferito alle scelte del legislatore, deve fondarsi sulla valutazione della situazione di fatto (la pandemia), su “l’adeguata considerazione delle risultanze scientifiche disponibili in merito all’efficacia e alla sicurezza dei vaccini” e non invece sulla loro conformità ai precetti costituzionali (punto 6, ult.cpv); si asserisce che la ragionevolezza della scelta del legislatore di incidere sul diritto fondamentale alla salute, anche sotto il profilo della libertà di autodeterminazione, vada valutata non già in riferimento alla Costituzione, ma alla concreta situazione sanitaria ed epidemiologica in atto; si sostiene che il sindacato della Corte sulle scelte del legislatore riguardi “la coerenza della disciplina con il dato scientifico posto a disposizione” e le “conoscenze medico-scientifiche del momento” anziché il rispetto della Carta Costituzionale (punti 8.1 e 8.2).

La sentenza n.15/2023 si spinge addirittura oltre allorquando la Corte, riprendendo alcuni stralci di propri precedenti, asserisce che “nell’ipotesi di conflitto tra i diritti contemplati dall’art.32 Cost., la discrezionalità del legislatore «deve essere esercitata alla luce delle diverse condizioni sanitarie ed epidemiologiche, accertate dalle autorità preposte» (sentenze n. 5 del 2018 e n. 268 del 2017). Significative sono altresì le «acquisizioni, sempre in evoluzione, della ricerca medica, che debbono guidare il legislatore nell’esercizio delle sue scelte in materia (così, la giurisprudenza costante di questa Corte sin dalla fondamentale sentenza n. 282 del 2002)» (sentenza n. 5 del 2018)” e che “Il fatto che il legislatore abbia operato le proprie scelte sulla base di valutazioni e di dati di natura medico-scientifica, tuttavia, non vale a sottrarre quelle scelte al sindacato di questa Corte, ma comporta che lo stesso dovrà avere ad oggetto l’accertamento della non irragionevolezza e della proporzionalità della disciplina rispetto al dato scientifico posto a disposizione.

Ci sfugge la parte della Costituzione in cui è sancito che l’operato del potere esecutivo e legislativo debba essere guidato dalla scienza e non invece sottoposto al preminente rispetto dei diritti umani e delle libertà sancite dalla prima legge dello Stato, appunto la Costituzione!

La Corte avrebbe dovuto limitare il suo operato alla verifica della compatibilità delle norme censurate con la Costituzione e non anche valutare, come ha invece fatto, il corretto esercizio del potere discrezionale del legislatore, la nobiltà o meno del fine perseguito, o la sua proporzionalità, adeguatezza e ragionevolezza o la sussistenza di una giustificazione scientifica. Questo genere di valutazioni rientrano nella logica politica de “il fine giustifica i mezzi”, che è la negazione stessa dei principi della Costituzione.

È evidente che la Consulta abbia ecceduto dalla sua funzione/potere ed è, quindi, un bene che le sentenze analizzate, trattandosi di pronunce di inammissibilità e infondatezza, non abbiano alcun effetto vincolante per i giudici di merito che conservano, come da taluno già opportunamente osservato, il potere di discostarsene e di valutare autonomamente la legittimità delle disposizioni sottoposte al loro vaglio sotto molteplici differenti profili.

Tuttavia, vi sono aspetti di estrema rilevanza che non possono essere taciuti. Una sentenza non può mai risolversi in apodittiche affermazioni di principio – avulse dalle evidenze probatorie – riconducibili all’affermazione puramente soggettiva del magistrato ovvero al rinvio per relationem ad altri dati processuali.

Ed è questo, invece, quanto avvenuto.

La Corte ha deciso in modo totalmente avulso dalle evidenze istruttorie fornite dalle parti nei giudizi a quo e nei rispettivi interventi (evidenze in parte richiamate nelle ordinanze di rimessione), tanto da non degnarle neanche di una fugace menzione in tutto il corpo di entrambe le pronunce. Le decisioni della Corte sono fondate sul mero rinvio “per relationem” alle affermazioni (neanche alle prove!) di uno solo degli intervenuti nei giudizi di legittimità, ovvero la Presidenza del Consiglio, richiamando atti di parte (note interne ministeriali) neanche definibili come “fonti”. Le argomentazioni errate, contraddittorie, inconferenti della Consulta costituiscono un tradimento del ruolo che tale organo riveste, risolvendosi in un inammissibile, e perciò stesso nullo, tentativo di riscrittura della Carta Costituzionale. Né si può giungere ad altra conclusione quando, in una pronuncia dell’organo deputato a difendere la Costituzione e i suoi princìpi, si arriva a sostenere che i rischi per la salute, anche gravi, derivanti dall’assunzione di un farmaco non ne rendono costituzionalmente illegittima l’imposizione: con buona pace del diritto alla vita, all’autodeterminazione, all’inviolabilità del corpo; o quando si ha l’ardire di affermare che il conflitto tra interesse individuale e collettivo possa essere risolto, in modo “tragico”, con il sacrificio totale dell’uno in favore dell’altro (punto 5, cpv. 2, punto 6, cpv. 2,3 e 4 sent. 14/23), senza alcuna considerazione del valore del preminente rispetto della dignità della persona umana imposto dalla Costituzione!

Si osservi, infine, che la Consulta attua tale riscrittura, non già sulla base dei precetti costituzionali (e come potrebbe!), ma estrapolando passaggi di proprie precedenti pronunce, che però a tutt’altre conclusioni erano pervenute! Ebbene, noi non intendiamo avallare un simile indebito ed oltraggioso tentativo di sovversione dei princìpi sanciti nella Carta costituzionale. La nostra Costituzione ed i lavori della sua “edificazione” restano ad imperitura memoria, come testimonianza e monito all’operato di tutti gli organi dello Stato e dinanzi alle sue chiare lettere, forgiate sull’uomo e sul rispetto della persona, crolla il castello di carta costruito con le pronunce in questione.

Franco Marella

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