Pittori orientalisti, il caso De Mango

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L’orientalismo pittorico italiano fu un genere che si sviluppò nell’arte agli inizi del XIX secolo, sulla scia di quello britannico e francese, quest’ultimo stimolato dalle campagne di Napoleone in Egitto. I partecipanti alle esplorazioni riportarono notizie, racconti, opere d’arte e reperti archeologici dal paese nord africano, facendo esplodere in Europa la moda dell’Egitto. Tra le cause dello sviluppo, anche se tardivo di tale fenomeno nel Belpaese si ritiene debbano comprendersi: l’intervenuta facilità di intraprendere viaggi, la descrizione delle avventure vissute dai fruitori del Gran Tour, nel frattempo esteso al Levante e, non ultimo, i racconti che giungevano dal quel mondo lontano. Tale fu la celebre raccolta di novelle orientali “Le mille e una notte” che comparve in Francia agli inizi del Settecento. In questi racconti, si narrava di luoghi nei quali imperversava l’amore, gl’inganni e la violenza, ma anche il romanticismo, l’erotismo e la lussuria.

Il fascino verso questo mondo esotico coinvolse le varie arti, sull’argomento la case editrice sarda Susil, con sede a Carbonia, ha edito l’opera “Pittori orientalisti italiani tra ‘800 e ‘900”, volume secondo, a firma di Giuseppe Abbiati, esperto e studioso lombardo della pittura italiana dell’Ottocento. Il tomo riporta i nomi di una schiera di artisti che aderì a questo rito collettivo dipingendo e raffigurando harem animati da corpi femminili avvolti da mussole trasparenti, mercati dove le grazie delle schiave ignude venivano mostrate agli acquirenti e, ancora, la danza del ventre di odalische che si contorcevano o che giacevano mollemente distese tra cuscini e profumi o immerse tra i vapori del bagno turco.

L’orientalismo non arrivò mai a costituire una vera e propria scuola, e si intersecò, attraverso i suoi esponenti, con diversi movimenti artistici, dal romanticismo al post-impressionismo. Infatti, molti artisti, anche in tempi più vicini alla nostra epoca (vedasi l’acquerello di Andrea Viotti, in foto), furono preda dell’innamoramento dell’Oriente e iniziarono a produrre opere sul tema, pur non avendo mai visitato nessuno dei luoghi rappresentati. Lo stesso fenomeno è riscontrabile nella letteratura, basti pensare al caso di Emilio Salgari che, pur senza mai lasciare l’Italia per le Indie orientali, ambientò i suoi romanzi di maggior successo in Malesia.

Non fu questo il caso del pittore Leonardo De Mango (1843 – 1930), che, partito da Bisceglie, oggi in provincia di Barletta Andria Trani, nel 1874 viaggiò per la Siria, il Libano, l’Egitto e la Libia per poi fermarsi definitivamente a Istanbul. L’artista biscegliese spese cinquantasei anni della sua esistenza in Oriente, produsse oltre millecinquecento tra dipinti e disegni, stregato dal fascino di terre lontane, amò profondamente Istanbul, metropoli estesa tra l’Europa e l’Asia, ritraendone i paesaggi con le vedute sul Mar di Marmara e sul Bosforo. Nelle sue opere rappresentò le ultime scene di vita quotidiana nell’Impero Ottomano con la popolazione vestita con gli abiti orientali, finché non arrivarono al potere i Giovani Turchi con la rivoluzione kemalista e la trasformazione del secolare assetto istituzionale con la deposizione del Sultano, l’abolizione del califfato, lo spostamento della capitale da Istanbul ad Ankara, l’adozione degli indumenti occidentali, l’eliminazione del velo per le donne (consideri la differenza con i tempi attuali!), l’introduzione dei caratteri latini per la scrittura e l’adozione del calendario gregoriano.

  Lucrezia De Mango, parente dell’artista, ricorda che il suo antenato “era affezionato a Bisceglie malgrado la predilezione per l’ambiente cosmopolita di Costantinopoli, vi tornò nel 1895 e nel 1911, a quel periodo risale il dipinto Resa di Rodi, che raffigura la capitolazione della guarnigione ottomana, a presidio dell’isola nell’Egeo, nelle mani del generale italiano Giovanni Ameglio. L’opera è oggi esposta nell’aula consiliare del Comune, a Palazzo San Domenico, e tutti i biscegliesi possono ammirarla”.

Nel 1911, De Mango rientra, per la seconda volta nel corso della sua esistenza, nella Città dei Dolmen a causa della guerra italo – turca, anche conosciuta come guerra di Libia, poiché egli era suddito italiano e quindi non più gradito nell’Impero Ottomano. Il Comune decise di commissionargli, per 800 lire, un’opera e De Mango pensò all’attualità influenzata dalle vicende belliche tra i due paesi in conflitto e realizzò la Resa di Rodi. Tuttavia, è appropriato precisare che la sua accoglienza in Patria è stata molto diversa da quella riservata, per esempio e per rimanere nello stesso ambito geografico, al pittore Giuseppe De Nittis che, nel 1879, si recò a Barletta, sua città natale, dove, tra grandi festeggiamenti, gli venne consegnata una medaglia d’oro sulla falsa riga di quanto era accaduto l’anno prima in Francia dove ottenne una prima decorazione, a cui seguì la Legion d’Onore, per la partecipazione all’Esposizione internazionale di Parigi. 

De Mango morì improvvisamente a Istanbul nel 1930; la sua eredità, costituita da numerosi dipinti, andò dispersa benché il Consolato italiano si preoccupò di compilare una lista delle cinquecento opere lasciate dopo la sua morte. Rimasero anche due grandi album ognuno dei quali comprendeva seicento disegni e lavori ad acquerello, che coprivano la sua intera carriera.

Al pittore che ha realizzato opere piene di amore per la capitale, prima romana d’Oriente, poi bizantina, in seguito ottomana e infine turca, che ha immortalo nelle sue tele il ponte di Galata, i quartieri della periferia, i vicoli, le moschee e i minareti, la Pinacoteca di Bari ha dedicato una grande mostra nel 2006 dal titolo: “Dalla Puglia a Istanbul” e ne è stato realizzato un meraviglioso catalogo stampato in Turchia. All’artista, è stato intitolato un vico nel centro di Bisceglie, zona Misericordia, forse un po’ poco per un cittadino così illustre che ha percorso le grandi vie dell’Oriente sapendone rappresentare i luoghi e soprattutto le suggestioni.

Vincenzo Legrottaglie

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