Il Paese delle commemorazioni

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Non ho consultato statistiche (forse non ve ne sono se persino Internet non le pubblica on line), ma ho l’impressione che l’Italia sia ai primissimi posti nel mondo tra i Paesi che celebrano nel corso dell’anno il maggior numero di eventi luttuosi (per morti da stragi, attentati, conflitti bellici, guerre civili, epidemie, catastrofi naturali). 

Ogni giorno è buono perche gli Italiani siano indotti dai governanti a  dedicarlo alla memoria, al ricordo, alla rimembranza, alla commemorazione, alla celebrazione dolorosa di un evento tragico e nefasto. 

Ovviamente, la scelta delle ricorrenze funeree è fatta con molta oculatezza e sensibilità e guai a non riconoscere la validità della scelta.

Pur sapendo di correre il rischio della lapidazione, oso chiedere soltanto se un popolo che ogni mattina, guardando il telegiornale sa di non doversi lasciare andare a gioie e ad entusiami eccessivi,  perchè le Autorità pubbliche che lo rappresentano depongono corone di fiori su sacelli, pietre sepolcrali, avelli, cappelle, tumuli, fosse, urne, loculi, cenotafi, mausolei, sarcofagi  e assumono (non potrebbe essere altrimenti) atteggiamenti compunti, contriti, addolorati se non affranti e costernati, possa poi, per il resto della giornata, impegnarsi attivamente e lietamente alla costruzione di un futuro di sufficiente benessere, se non radioso, per il proprio Paese.

Naturalmente so bene che il complesso culto dei morti, associato al loro ricordo (questo del tutto naturale, in privato) non nasce con la religiosità bimillenaria degli abitanti dello Stivale, ma ha data anteriore. Inutile, quindi, darne la colpa ai preti per i loro uffici, come fanno i giovani in Svezia che contestano la paga al loro clero!

Epicuro non era riuscito a convincere i suoi lettori e ascoltatori che la morte non esiste, perché riguarda  corpi senza vita che assumono la consistenza di oggetti materiali, come il legno, il sasso, il metallo, privi, quindi, di ogni sensibile reattività. 

Anche altri filosofi (presocratici, sofisti) avevano tentato di infondere nei loro contemporanei sentimenti vitalistici, amore per la vita, creatività operativa, indifferenza a conoscere ciò che c’era prima della nascita o ci sarebbe stato dopo la morte fisica ma si erano cimentati inutilmente in un compito del tutto immane. Il presente e il futuro (di vita) collettivo e individuale interessavano meno del passato, ritenuto fonte di catastrofi generali e personali  e causa di divisioni anche feroci.

E così è noto  che anche nell’evo prefideistico dei nostri antenati greco-romani, secondo la mitologia (forma altrettanto fantastica di credenza irrazionale)  si immaginava che le anime degli esseri umani finissero in un lugubre regno sotterraneo (anche se, però, ciò avveniva con la  penetrazione dei corpi senza vita  attraverso concrete e materiali lagune, crepe  e fessure esistenti sulla crosta terrestre come il lago d’Averno, le grotte della Sibilla a Cuma, la fenditura dell’antica Enna, in Italia e le grotte di capo Tenaro, il Parnaso, Delfi, in Grecia). 

In altre parole, non si era  ancora fatto tesoro dell’invenzione dell’Iperuranio platonico  o della collocazione del Regno dei Cieli, del Purgatorio o dell’Inferno in luoghi cosmici astratti.

Ora tutto ciò è scontato ed è fin troppo  evidente  a tutti. 

Ma una domanda si può fare ai reggitori della nostra res publica: quale sarebbe il danno per una popolazione che dovrebbe impegnarsi con tutte le sue forze e con le sue migliori energie per costruirsi un futuro più accettabile di quello attuale, di dedicarsi con il proprio raziocinio  a pensare una “strategia autonoma” di riscatto dagli errori passati, imponendogli qualche giorno in meno di “pianto sul latte versato”?  E ciò, soprattutto in considerazione del fatto che da quei “pianti” scaturiscono troppo spesso effetti “divisivi” che non giovano alla ripresa solidale.

 LUIGI MAZZELLA

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