Ma in che mani siamo?

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Qualcuno considera meridionalista una politica che favorisca l’assunzione di nuovi dipendenti pubblici.

 

Da decenni ci hanno dissanguato per ammodernare la Pubblica Amministrazione per la sua digitalizzazione promettendo un drastico taglio dei costi e quindi delle tasse per i cittadini. Risultato è che non si è efficientata affatto la P.A., non si sono ridotti i dipendenti pubblici, non si sono ridotte le spese e si scopre che servono altri addetti… Naturalmente è sempre la stessa parte politica a sostenere cose tra di loro così contraddittorie ma non esiste nessuna idea differente.

 

A costoro che asseriscono queste cose serve sottolineare una elementare ovvietà e cioè che il dipendente pubblico viene pagato con le tasse dei cittadini. Cioè il dipendente pubblico è un percettore di tasse. Per pagare i percettori di tasse vi sono i pagatori di tasse come gli artigiani che pagano ai dipendenti pubblici lo stipendio, le sue tasse, i suoi contributi previdenziali, le sue ferie, le sue malattie…e tantissimo altro. È ovvio quindi che la prima cosa da garantire è che i pagatori di tasse siano molti e ricchi per poter fornire un gettito generoso. Quindi l’ultima delle cose da fare e ostacolare gli imprenditori nella loro vita lavorativa; e invece lo si perseguita fin dall’inizio della sua attività. Non si va molto lontano in questo modo.

 

Una politica meridionalista deve porre all’inizio di ogni discorso l’arricchimento delle imprese specie di piccole dimensioni non certo dando loro “aiuti” vari ma liberandole da ostacoli e costi inutili.

 

Assumere personale nella Pubblica Amministrazione significa sottrarlo alle piccole imprese che potrebbero pagare più tasse se producessero di più quindi è un doppio danno per l’economia del futuro. Cioè va consentito che l’imprenditore lavori più liberamente di oggi.

 

È ovvio che esistono settori come la sanità ove assieme alla necessità di razionalizzare ed ottimizzare l’uso di risorse pubbliche serve offrire un servizio migliore utilizzando specializzazioni e competenze sempre diverse ed innovative. Ma anche qui gli enormi investimenti in digitalizzazione come mai non hanno comportato un drastico miglioramento dei conti e della qualità del servizio?

 

 

 

Altri rispolverano lo scippo Banco Napoli.

 

Questo scempio per l’economia meridionale si è svolto a partire dagli anni novanta. Dov’erano i rappresentanti politici meridionali mentre si consumava questa rapina? Che ruolo ebbe la Lega in questo scempio? Le organizzazioni delle imprese e i sindacati che stavano facendo in quel periodo? Le organizzazioni deputate allo sviluppo del Sud -vedi Svimez- di cosa si occupavano? Le Istituzioni locali non se ne sono accorte?

 

I fatti sono accaduti tutti alla luce del sole e adesso qualcuno parla di “rimborsare” gli azionisti laddove questi erano non certo dei creditori da rimborsare di un credito non onorato, ma i proprietari della banca e quindi vanno reintegrati nel loro ruolo; e se mai non lo si facesse come si può pensare che il mercato possa tornare a credere nell’investimento azionario? Ma il Banco di Napoli è stato l’apripista di una lunga serie di altri scippi simili di cui pochi ormai si occupano nei quali i risparmiatori meridionali non hanno ricevuto neanche una piccola parte dei valori di cui sono stati espropriati.

 

La questione fu politica e solo politicamente potrà essere risolta; non certo economicamente.

 

Nel 2016 siamo stati i primi a denunziare ad una nutrita schiera di deputati meridionali la questione e abbiamo messo in guardia dalla tentazione visibile di replicare tale scenario a danno delle banche che poi hanno effettivamente subito lo stesso destino del Banco Napoli.

 

Come mai nessuno si mosse? E oggi che la questione sanguina come allora e forse ancora di più che si attende per metterla al centro delle politiche per il Sud?

 

CANIO TRIONE

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