Una storia saggia e irriverente raccontata da una gatta nera e recensita dal Corriere della Sera

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Malgrado le proverbiali doti funamboliche della  nostra specie, è difficile anche per un gatto cominciare tutt’in una volta a scrivere, quando non lo ha mai fatto prima. E per di più alquanto tardi.
 
Ma io non la prendo così sul tragico.
 
       Se ci saranno errori di grammatica nel mio testo, confido che qualcuno li correggerà. Se ci saranno errori di pensiero, mi dico, si troverà qualcun altro che parimenti li eliminerà. E poi la stessa Storia della Filosofia, che è una cosa importantissima e gigantesca, anche se ormai non interessa più nessuno, non è una successione pressoché senza respiro di errori, di errori che ogni nuovo Filosofo tenta di correggere nel suo predecessore e che il suo successore tenta di correggere in lui?
 
        Comincio a scrivere, quindi, sicura di farla franca: perché, se sbagliano in continuazione i più sapienti e dotti fra gli uomini, non si dovrebbe avere indulgenza per un semplice animale che non nega di essere tale?
 
       Ma anche a proposito dell’età avanzata, che vede nascere di punto in bianco la mia esigenza di scrivere, mi sono preparata un argomento, e tanto vale che lo tiri fuori: non si danno, oggi, fra gli uomini tanti esempi di vocazioni letterarie, per così dire, ritardate? 
 
       Chi comincia a scrivere a quaranta, chi a cinquanta, chi a sessanta, chi a settanta, chi a ottanta.  Perciò oggi si  assiste ad un fenomeno nuovo e degno di nota nella Storia della Letteratura: a scoprire di aver tanto da raccontare sono le persone mature e con i capelli brizzolati, preferibilmente le casalinghe dopo i quarant’anni, quando contemporaneamente sono rimaste sole in casa e la loro saggezza è aumentata fino a traboccare e, per così dire, non riescono più a tenerla per sé e devono vuotare per forza il sacco. 
 
       E non sono anch’io una donna? Non sono anch’io un’esponente del bel sesso? Cos’ho meno di loro?… Ho fatto figli anch’io, li ho cresciuti, li ho mandati a scuola, a lavorare …  E ormai sono libera, libera di riflettere e di vivere per me stessa.
 
       Non so perché – e non me ne vanto, ci sto solo pensando su in questo momento –  ma  a noi è sempre venuto spontaneo muovere molto la lingua, far fluire le parole, a noi è sempre venuto più facile aprirci e parlare. E’ un’arte, questa, che abbiamo sempre posseduta, ma che oggi può fruttare, come si dice, il quattrino. 
 
       Anche se ho già quindici anni, sono poi di umore più che mai vivace, tale comunque da dare punti a parecchie  gatte molto più giovani di me, che spesso sono di umore malinconico, forse perché ancora non  hanno messo a fuoco quanto valgono le loro doti di carattere ed umorismo e fantasia e così via …
 
       Questo umore vivace discende, certo, in parte anche dalla dieta che mi somministrano i miei  padroncini: macinato fresco tutti i giorni, erba di vaso, latte biologico.  Per fare un  quadro esauriente, devo menzionare, però, anche le prolungate pennichelle, le carezze costanti, il buon calduccio dell’appartamento, il soffice cuscino di penne d’anatra che costituisce il mio giaciglio personale … più i tanti posticini secondari e quelli occasionali, che riesco via via ad accaparrarmi nei vari angoli della casa e nelle varie stanze, appena si presenta, appunto, l’occasione.    
 
       Quelli che più concupisco e apprezzo, per i quali ho un vero e proprio debole, sono il cuscino a strisce verde pallido e righine oro della poltrona, dopo che ci è stata seduta sopra la padroncina e lo ha ben bene intiepidito, e, lo confesso, il letto, sempre della mia padroncina, sul quale è stesa tutto il giorno una  copertina azzurra inglese, morbida e invitante, più dolce e delicata del pelo di un gatto persiano, tra le cui maglie sogno notte e giorno di conficcare le unghie: dev’essere … è delizioso …  Mi sono corretta, in quanto mi sono improvvisamente ricordata che una volta m’è già riuscito di farlo, quando i padroncini non c’erano e avevano dimenticato la porta aperta, mi sono proprio deliziata, e loro non se ne sono accorti, per fortuna. Perché, così come mi accarezzano volentieri in certi momenti, in certi altri, non so perché, scatta in loro, fulminea, una rabbia fortissima, che può avere brutte conseguenze per me, e allora non mi rimane altro da fare, in quei  drammatici frangenti, che fuggire a rotta di collo con le orecchie all’indietro – probabilmente per ridurre l’attrito con l’atmosfera – e andarmi a nascondere in un posto irraggiungibile, che conosco solo io: lì, poi, me ne sto acquattata  senza quasi respirare, col cuore in gola e le labbra secche, finché non è passata la burrasca.
 
       Certo, ne soffre un po’ la mia dignità e mi spavento anche a morte, non so in quei momenti cosa può succedermi, ma poi passa, e loro tornano di buon umore e io, grata per lo scampato pericolo, e anche per ingraziarmeli per il prossimo futuro, dopo essere uscita con  aria distratta dal nascondiglio, mi strofino quasi subito, facendo le fusa nel modo più amabile, contro i loro stinchi – prima dell’uno, poi dell’altra – e infine, per ristabilirmi completamente, corro alla ciotola del latte.    
 
       Noi gatti abbiamo, è mia convinzione, molto più savoir-faire degli esseri umani e questo si dimostra non solo in una circostanza come quella che ho appena descritto, si dimostra di continuo: quando c’è da ottenere o trarre vantaggi e quando c’è da sistemare situazioni critiche, quando c’è da appianare liti e quando c’è da far dimenticare malefatte, quando c’è da far scomparire malumori dalle fronti aggrottate e …  Con una sapiente miscela di mossette, gobbette, tremolìi di coda, passettini, occhi pietosi, miagolìi strazianti, otteniamo doppie porzioni, se il pasto è in ritardo; con una strofinatina cordiale e affettuosa degli stinchi appunto, mostriamo tutta la paciosa bonomia  del nostro cuore e volontà di passare sopra all’accaduto, se ci sono stati incresciosi attriti; quando abbiamo torto, quest’astuzia ci concilia  l’animo dei padroncini e strappa loro un sorriso; quando il torto è loro, chiudendo un occhio e facendo credere di aver riconosciuto che è nostro, calmiamo notevolmente i loro spiriti in ebollizione, plachiamo la loro coscienza inquieta e lasciamo  intatta la loro convinzione di esserci moralmente superiori: la qualcosa, prima o poi, ci porterà altri vantaggi. 
 
       Assecondarli, circuirli, fare le viste di accettare le loro condizioni, insomma, tenere in pugno il timone, lasciando credere di essere loro a decidere la rotta, comandarli con apparenza di servirli, è la nostra divisa infallibile. O pressoché … Perché a volte i loro animi sono avvolti dalle spire di una tale follia, che è inutile darsi da fare, allora è molto più prudente assistere all’infuriare della tempesta da una posizione  di neutralità e di distanza.
 
    E’ piuttosto improbabile, perciò, che commettiamo errori diplomatici, che poniamo il piede in fallo, come si usa dire, sullo sdrucciolevole pavimento della diplomazia. Questo anche perché, diciamola tutta, oltre alla nostra istintiva avvedutezza, che ci fornisce il miglior radar per cogliere  l’opportunità e colpire al momento giusto, e al di là del largo impiego nelle trattative del  nostro fascino irresistibile,  al cui amo gli uomini abboccano fatalmente come pesci, possediamo una profonda saggezza di vita, una saggezza in parte innata e in parte acquisita, credo. Ed è questa, in ultima analisi, che dirige le nostre azioni.
 
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Rileggendo gli ultimi paragrafi, mi sono accorta di essermi lasciata prendere un po’ troppo la mano dall’esaltazione delle nostre qualità diplomatiche, di aver dipinto, per così dire, un quadro con un solo colore, e piuttosto carico, che finisce  col confermare i pregiudizi secolari sul conto del nostro genere e portare acqua al mulino dei nostri detrattori. Quindi, senza voler rinnegare un grammo di quello che ho già  ammesso, mi devo ora affrettare a sbarazzare il campo dalle impressioni involontariamente suggerite: non è che non me ne importi niente dell’armonia domestica, che non nutra nel mio cuore un sincero, e anzi forte, affetto per i miei cari padroncini, è falso che non mi dispiaccia dei conflitti che esplodono ogni tanto anche per colpa mia. Non si creda, per carità, che tutte le mie azioni, da quando mi sveglio a quando vado a letto, siano  improntate a  calcolo e interesse: anche i miei umori variano con le ore e, perciò certe volte è il puro interesse a muovermi, altre è tanto di affetto e tanto, un pizzichino sotterraneo, di interesse, altre ancora è il puro rammarico, la tristezza di aver perso la benevolenza e la fiducia dei padroncini che non mi dà pace, sul serio, che mi tormenta e mi fa persino perdere l’appetito, me lo fa perdere, fin quando non mi  riesce di riavere da loro un segnale che tutto è di nuovo a posto, che il mondo è daccapo in ordine, che posso di nuovo essere vispa e allegra, che non ci sto come un’intrusa in questa casa, che ho diritti, insomma.
 
 
 
* * *
 
 
 
       Mi sono messa a scrivere senza sapere nemmeno io perché, e ora invece – guarda un po’ –  mi è venuta voglia di stendere proprio le mie memorie.
 
Ma l’ho appena ammesso, che, ratto, mi coglie lo sgomento: ci sarà poi qualcuno che vorrà leggerle?  L’autore sarebbe nient’altro che un gatto …  Bah, io intanto le scrivo …
 
       Presa questa decisione, la prima cosa da fare adesso è trovare un titolo al futuro libro …
 
       Vita e opinioni  di Milly Mully, gentilgatta, mi piacerebbe assai, solletica la mia vanità. Perché metterebbe subito in chiaro che sono di nobili origini, e la cosa non mancherebbe di incuriosire.
 
       Ma forse, con un titolo siffatto, m’inimicherei subito i borghesi e susciterei il rancore dei proletari. Mi sa che è meglio un titolo neutro. Mi sa, anzi, che questo libro lo intitolerò del tutto semplicemente Le memorie di una gatta.
 
Ma non sarà un titolo troppo semplice?
 
Nei giorni passati, ho dato un’occhiata ai libri che affollavano le vetrine di una libreria piuttosto rinomata: avevano titoli raffinatissimi!
 
Non so come facciano a sprizzare fuori da certe teste. Dove li vanno a scovare? Io per me, col mio, temo di sfigurare.
 
       Per oggi, comunque, credo di aver fatto abbastanza. Sarà domani il gran giorno, domani darò inizio all’opera vera e propria.

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