Il lato femminile del maltrattamento di animali

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Al XXXVI Congresso nazionale della Società Italiana di Criminologia “Genere Cultura e Criminalità” che si è svolto a Siena nei giorni scorsi, ho presentato un contributo scientifico sul “lato femminile del maltrattamento animale”, sintesi di una specifica ricerca su casi italiani.

La Società Italiana di Criminologia (SIC) è un’associazione scientifica costituita in Roma il 18 febbraio 1957. Obiettivi della Società sono promozione e coordinamento degli studi sulle cause e sulla prevenzione del crimine, sul trattamento del delinquente, sul sostegno alle vittime, sulla reazione sociale ai comportamenti devianti.

Non è frequente che in un congresso scientifico di criminologia siano presentate ricerche sul maltrattamento di animali, per questo, il nostro lavoro sugli autori e sulle vittime dei reati a danno di animali, in modo particolare le forme di maltrattamento agite da donne, ha suscitato interesse.

Emerge chiaramente, a conferma di un dato da tempo acquisito nella letteratura scientifica, che la stragrande maggioranza degli offender dei crimini contro gli animali è maschio: l’85% del totale, a fronte del 15% rappresentato delle femmine. Il risultato è in linea con recenti analoghi studi, in particolare statunitensi, dai quali è emerso che l’85% dei maltrattatori è risultato essere maschio e il 15% femmina.

I dati ci restituiscono una sostanziale uguaglianza dell’età media tra maschi e femmina, 47 anni. L’età presa in considerazione si riferisce al momento in cui il reato è stato accertato. Ciò non implica, tuttavia, una corrispondenza tra tale dato e l’età media di maggior rischio di commissione di crimini contro gli animali che, sappiamo, ricade soprattutto nell’età giovanile. Inoltre abbiamo esaminato i reati accertati, mentre le statistiche sui crimini ci suggeriscono che raramente il primo reato accertato corrisponde di fatto al primo reato commesso.

Per quanto riguarda i reati commessi da persone di genere femminile, in generale, possiamo affermare che le forme di maltrattamento si riferiscono prevalentemente a casi di omissioni o negligenza (privazione di acqua e cibo, privazione di assistenza e cura), di detenzione incompatibile (trasporti in condizioni esasperate, detenzione in precarie condizioni igieniche o in stato di oggettivo isolamento) e di accumulo di animali, dati che rafforzerebbero la teoria patriarcale di Adams (1995) la quale sostiene che il maltrattamento degli animali è parte di dominio e sfruttamento da parte degli uomini su donne, bambini e animali. In questa prospettiva il patriarcato, sempre secondo Adams, ha portato gli uomini a usare la violenza come mezzo di controllo su altri individui, tra cui gli animali.

Non mancano però fatti cruenti, espressione di aperta crudeltà e viva violenza, condotte che nell’immaginario comune generalmente sono attribuite all’esclusivo agire dell’offender maschio, come il versare acqua bollente su un cagnolino procurandogli gravissime ustioni – fatto non d’impeto, ma meditato e organizzato – oppure l’uccisione, la decapitazione e lo smembramento di un cane o la partecipazione all’uccisione di cane tramite impiccagione.

Studi statunitensi condotti su studenti universitari sia maschi che femmine indicano che le donne che maltrattano gli animali possono, rispetto agli uomini, essere più devianti dei loro coetanei non violenti. Ad esempio, sia gli uomini che le donne che maltrattano animali condividono modelli di pensiero criminali (le regole e le leggi sono fatte per le altre persone; io ho il mio modo di fare le cose. Mi piace quando gli altri hanno paura o sono intimiditi da me).

Statisticamente ci sono molto meno probabilità che donne maltrattino gli animali rispetto agli uomini. Quando lo fanno, è più probabile che ciò accada per negligenza piuttosto che con l’esercizio di violenza o crudeltà. In ogni caso, quando donne feriscono animali deliberatamente possono essere crudeli e calcolatrici tanto quanto gli uomini.

Ciro Troiano

 

 

 

 

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