La guerra di spie tra Turchia e Israele

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La procura di Istanbul ha emesso 46 mandati di arresto nei confronti di persone accusate di lavorare per conto del Mossad, i servizi segreti israeliani. Secondo i media turchi, i sospetti seguivano attivisti palestinesi e ne programmavano il rapimento. Non è la prima volta che Istanbul diventa il luogo di una battaglia occulta tra spie turche e israeliane. Le autorità turche hanno recentemente arrestato due persone con l’accusa di voler realizzare, per conto del Mossad, il rapimento dell’hacker palestinese Omar A.

Non ci sono conferme del fatto che Omar A. abbia avuto un ruolo negli attacchi del 7 ottobre, ma il suo nome figurava nella lista dei ricercati del Mossad da tempo. A fine novembre due uomini, identificati come Nikola Radonjic e Osama Foad Hijazi, sono stati arrestati con l’accusa di avere teso una trappola all’hacker, attirandolo con una finta offerta di lavoro. I due avevano pianificato di incontrare Omar A., e una squadra di tre uomini del Mossad era già pronta a rapirlo e portarlo in Israele.

Un piano alla fine saltato per l’intervento dei servizi turchi (Mit), che hanno contattato l’hacker avvisandolo del pericolo e fatto arrestare i due uomini. Laureato in informatica presso l’Università di Gaza, il giovane è ritenuto l’autore dell’attacco hacker che nel 2015 e nel 2016 mise fuori uso l’Iron Dome, il sistema di difesa anti-razzo che protegge Tel Aviv: azioni di disturbo che consentirono alle Brigate Izzedin el Qassam di colpire lo stato ebraico. Dopo essere sfuggito nel 2019 a un primo tentativo di rapimento, nel 2020 l’hacker palestinese si trasferì a Istanbul.

L’anno seguente fu contattato da un agente del Mossad che, spacciatosi per un manager della società francese Think Hire di nome Raed Ghazal, gli offrì un lavoro. Il palestinese accettò, ma per precauzione non acconsentì mai a spostarsi e si rifiutò di incontrare direttamente Ghazal, salvandosi da un possibile rapimento. Il salvataggio più simile a quello di un film di spie ebbe però luogo in Malesia, Paese dove l’hacker si recò in vacanza nel settembre 2022.

Una scelta imprudente secondo il Mit, che decise di installare un software per tracciare Omar attraverso il telefono. Pochi giorni dopo l’arrivo nella capitale Kuala Lumpur il giovane fu preso dagli agenti del Mossad, che lo portarono in un luogo abbandonato a 50 chilometri dalla capitale. In base a quanto poi rivelato da media turchi vicini al governo, gli agenti israeliani interrogarono e torturarono Omar, chiedendogli di rivelare dettagli sugli attacchi sferrati all’Iron Dome.

Sempre secondo i media turchi, all’interrogatorio assistettero esponenti del Mossad, in collegamento video da Tel Aviv. Accortisi del rapimento gli uomini del Mit intervennero. In un primo momento Ankara si mise in contatto con i servizi di sicurezza malesi, mentre il Mit, grazie al software installato nel telefono, riuscì a geolocalizzare rapito e rapitori. Una volta comunicata la posizione alle autorità di Kuala Lumpur, entrarono in azione le forze speciali malesi.

L’hacker fu liberato e 11 elementi del Mossad arrestati. Omar fece rientro in Turchia, dove ad attenderlo c’erano uomini del Mit che lo sistemarono in una casa dove sarebbe stato al sicuro. Poche settimane fa il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva messo in guardia lo Stato ebraico dalle “serie conseguenze” che sarebbero derivate da azioni in territorio turco. 

agi

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