Giustizia europea, sì allo status di ‘rifugiato’ per le vittime di violenza domestica

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I giudici europei si sono pronunciati: una donna extracomunitaria potenzialmente vittima di violenza domestica nel suo Paese d’origine può ottenere lo status di rifugiato ed essere protetta nell’Ue.

La decisione della Corte di giustizia, che indubbiamente costituisce un precedente in Europa, è giunta dopo un attento esame della richiesta di protezione internazionale presentata da una donna turca in Bulgaria.

Il caso che ha portato alla pronuncia, presentato ad aprile dell’anno scorso, è nello specifico quella di una cittadina turca, divorziata, di origine curda e di confessione musulmana (sunnita) che – stando alla richiesta presentata – è stata costretta a sposarsi dalla sua famiglia. Dopo esser stata picchiata e minacciata dal marito, la donna, temendo per la propria vita, è fuggita in Bulgaria da dove ha presentato domanda di protezione internazionale adducendo che, se fosse tornata in Turchia, la sua vita sarebbe stata a rischio.

corte ue donne rischio violenza status rifugiato© Science Photo Library / AGF 
Violenza donne

“Le donne, nel loro insieme, possono essere considerate come appartenenti a un gruppo sociale ai sensi della direttiva 2011/95 e beneficiare dello status di rifugiato qualora siano soddisfatte le condizioni previste da tale direttiva – hanno evidenziato i giudici nella pronuncia – e questo avviene quando, nel loro Paese d’origine, sono esposte, a causa del loro sesso, a violenze fisiche o mentali, incluse le violenze sessuali e domestiche”.

Secondo la legislazione europea, si può già ottenere lo status di rifugiato se si è perseguitati per motivi di razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza a un particolare gruppo sociale. Inoltre, la Direttiva 2011/95 prevede che alle persone che non hanno i requisiti per ottenere lo status di rifugiato possa essere concessa la protezione sussidiaria se corrono un rischio reale di subire danni gravi nel loro Paese, come la pena di morte, la tortura o trattamenti inumani o degradanti.

Ed è proprio quest’ultima fattispecie che la Corte di Giustizia chiarisce ulteriormente puntualizzando che, se le condizioni per riconoscere lo status di rifugiato non sono soddisfatte, le donne “possono beneficiare dello status di protezione sussidiaria, in particolare se corrono un rischio effettivo di essere uccise o di subire violenze”. Con questa decisione, insomma, La Corte giudica che la direttiva deve essere interpretata nel rispetto della Convenzione di Istanbul che vincola l’Unione europea e riconosce la violenza contro le donne basata sul genere come una forma di persecuzione.

corte ue donne rischio violenza status rifugiato©  AFPDonna in Afghanistan

La violenza di genere contro le donne è riconosciuta come forma di persecuzione dalla Convenzione di Istanbul del 2011, convenzione da cui Ankara si è ritirata nel 2021, suscitando ampie proteste in ragione del preoccupante numero di femminicidi e di violenze contro le donne che si consumano in questo Paese (secondo statistiche del 2023, almeno un femminicidio al giorno e diverse centinaia l’anno). Diversi Paesi europei, proprio alla luce delle dimensioni del problema in molti paesi dell’Asia e dell’Africa hanno già concesso asilo a molte donne e in particolare a quelle provenienti dall‘Afghanistan, in seguito alla decisione dell’Agenzia dell’Unione Europea per l’Asilo (Euaa) di considerarle a rischio per le severe restrizioni imposte loro dai Talebani.

corte ue donne rischio violenza status rifugiato© MAECI 
 L’ambasciatrice italiana in Afghanistan, Natalia Quintavalle

“Tutto quello che può facilitare l’estensione della protezione internazionale alle vittime di violenza domestica è benvenuto”, ha constatato l’Ambasciatrice italiana in Afghanistan Natalia Quintavalle in merito alla nuova pronuncia della Corte di Giustizia Ue. Raggiunta al telefono da AGI la diplomatica ha confermato che già oggi, a Kabul, “sono all’esame diverse richieste di protezione”. Si tratta di casi di violenza perpetrate contro donne, che spesso coinvolgono interi nuclei familiari “rispetto ai quali, ha evidenziato, è ancora impossibile valutare se la pronuncia avrà un impatto e quale”. 

La deputata del PD, Maria Cecilia Guerra ha peraltro giudicato la sentenza “un passo avanti fondamentale nel contrasto alla violenza maschile sulle donne perché conferma che si tratta di un fenomeno sociale e culturale, radicato”. Facendo esplicito riferimento alla Convezione di Istanbul, ha aggiunto in una nota Guerra, “la Corte riconosce la violenza contro le donne basata sul genere come una forma di persecuzione” con ricadute a suo avviso “importanti” per il riconoscimento della protezione internazionale delle donne che ne sono vittime.

I rapporti più aggiornati delle Nazioni Unite, diffusi a novembre 2023, parlano di quasi 89mila donne uccise intenzionalmente nel 2022 in tutto il mondo, il numero più alto registrato negli ultimi vent’anni. Di queste almeno 45mila per mano di un familiare o di un partner.

agi

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