Perché la Questione Meridionale non avrà mai fine

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Nel periodo che va dal 1995 al 2017, prima cioè che scoppiasse il bubbone della “secessione dei ricchi”, la media del rapporto tra il PIL pro capite del Mezzogiorno e quello del Nord era risultata pari al 54,93%, con un range molto ristretto. Nel periodo più lungo 1995-2022, l’oscillazione è andata dal minimo del 53,28% registratosi nel 2018 al massimo del 54,40% nel 2009. Insomma, come un encefalogramma piatto: 54,20 nel 1995 e 53,83% nel 2022 (Tabella 1), il che è rilevabile dall’esposizione grafica dei dati in doppia visuale (Grafici 1 e 2). La prima, fornita in automatico da excel, con limiti i valori del 51 e 58%, e la seconda, come mia elaborazione, da 0 a 100%. Il che, peraltro, dimostra anche come possa essere ingannevole la rappresentazione grafica di un fenomeno.

Nel 2022, dunque, nonostante un miglioramento in valori assoluti rispetto al 2017, il rapporto scende di 62 decimi: dal 54,20 al 53,58%. I valori assoluti, infatti, salgono dagli 11.517,2 euro del 1995 ai 18.889,2 nel 2017, Nell’arco temporale più lungo, invece, cioè dal 1995 al 2022, l’incremento è stato dell’88,0% perché si è giunti ai 21.653,1 del 2022. Il Nord, nel medesimo periodo, ha avuto un incremento leggermente superiore, cioè dell’89,3%, in quanto il Pil pro-capite è salito da 21.248,0 a 40.223,8 euro.Insomma, si sta concretizzando sempre con maggiore tangibilità ciò che la Svimez aveva già pronosticato nel Rapporto 2015, cioè il pericolo di un sottosviluppo permanente [1].

Piuttosto, è da aggiungere che, nel periodo 1995-2022, il Prodotto interno lordo per abitante è cresciuto ad un tasso medio annuo [2] del 2,34% contro il 2,36% del Nord. Il rapporto tra il Mezzogiorno e il Nord, pertanto, è sceso dal 54,20% al 53,83%, il che, in valori assoluti ai prezzi correnti, equivale a dire che nel 1995 il Pil per abitante del Nord era pari a 21.248,0 euro contro gli 11.517,2 del Mezzogiorno, mentre, nel 2022, ai 40.223,8 del Nord si contrappongono solo 21.653,1 euro.
La dinamica reddituale, dunque, è del tutto negativa, per cui non è immaginabile raggiungere né il pareggio assoluto, né la cosiddetta “parità approssimativa”, come definita dalla Lutz nei primi anni Cinquanta [3].
Il Piano Vanoni, infatti, prevedeva di portare il reddito pro capite del Mezzogiorno al 75 per cento di quello nazionale. Secondo la Lutz, invece, tale obiettivo non era giusto in quanto peccava probabilmente per difetto. Ed era sicuramente in difetto perché, se il raffronto avviene con la media nazionale, questa è senza dubbio inferiore poiché condizionata proprio dal bassissimo valore meridionale.

Per aversi una inversione di tendenza, dunque, la crescita del Mezzogiorno dovrebbe essere superiore a quella del Nord. E allora si sono proiettati i dati negli anni a venire con due opzioni, e cioè tassi di crescita invariati, come dal 1995 al 2022, e tasso del Mezzogiorno superiore di mezzo punto rispetto a quello del Nord (Grafico 3).
Ebbene, nel primo caso, per quanto ovvio, il rapporto scende ancora di più (dal 55,83% del 2022 al 52,50% del 2150), mentre, nel secondo, si ha un recupero che porta il Mezzogiorno a raggiungere la “parità approssimativa” indicata da Vanoni nel 2091 e nel 2126 quella della Lutz, mentre la “parità assoluta nel 2150 (100,44%).

Ebbene, nell’ottimistica previsione di una crescita superiore, ancorché di poco, rispetto a quella nordista, ci vorrebbero, quindi, “solo” 69 anni per giungere alla “parità approssimativa” di Vanoni e ben 94 per quella di Vera Lutz. La parità assoluta, invece, si avrebbe dopo 128 anni. Insomma, sembra confermato che la “questione meridionale” non si potrà mai risolvere in quanto, pur essendo auspicabile, non si potrà mai verificare una continua crescita del Mezzogiorno superiore a quella del Nord, come d’altronde sempre si è verificato, con l’eccezione del periodo che è andato dai primi anni Sessanta alla metà dei Settanta, cioè la cosiddetta “golden age” (Grafico 4).

LUIGI RUSCELLO

Note:
[1] Cfr. Svimez, Anticipazioni sui principali andamenti economici dal Rapporto Svimez 2015 sull’economia del Mezzogiorno, presentate nella conferenza stampa tenutasi in Roma il 30 luglio 2015 e disponibili sul sito della Svimez (http://www.svimez.info/index.php?lang=it). Il Rapporto completo è stato edito da “il Mulino”. A pagina 9 così si legge: «… il rischio è che il depauperamento di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire al Mezzogiorno di agganciare la possibile nuova crescita e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente.»[2] Dati due insiemi di dati relativi ad una funzione che cresce o decresce nel tempo, si possono misurare i tassi di crescita o riduzione annua e formulare una funzione esponenziale per mezzo di un sistema di equazioni simultanee. Ciascuno dei due insiemi di dati puntuali può essere espresso in termini di una funzione di S = C moltiplicato il neperiano “e” elevato alla “it”, dove “i” è il tasso e “t” il tempo.Ad esempio, con i dati del Nord, si ottiene:1995 = 21.248,0 2022 = 40.223,81) 21.248,0 = C * e * i(1); 2) 40.223,8 = C * e * i(28)Con due equazioni e due incognite, si può trovare la soluzione calcolando i logaritmi di ciascuna equazione:3) ln 21.248,0 = ln C + i(1); 4) ln 40.223,8 = ln C + i(28)Trovati i logaritmi, si ottiene:5) 9,964018 = ln C + i(1); 6) 10,60221 = ln C + i(28)Per eliminare C, si sottrae la 5) dalla 6) = 0,638192 = 27iIl tasso medio annuo, quindi, sarà:i = 0,638192 / 27 = 0,023637 = 2,3637%[3] V. Lutz, Alcuni aspetti strutturali del problema del Mezzogiorno: la complementarità dell’emigrazione e dell’industrializzazione, in Moneta e Credito, Vol. 15, n. 56, Roma, dicembre 1961.
NB: La foto in alto ritrae la sede del banco di Napoli a New York nel 1901

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