A teatro con Vincenzo Grassi

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Al Teatro Argentina di Roma si è svolta recentemente la cerimonia d’inaugurazione del nuovo anno accademico dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”. Durante questa occasione si è tenuta la finale del Premio Nazionale delle Arti. Il premio, indetto dal Ministero dell’Università e della Ricerca, riguarda diversi ambiti: le arti figurative, digitali e scenografiche, le arti dello spettacolo, il design, l’interpretazione e la composizione musicale.

Per le arti dello spettacolo, il premio si suddivide in: recitazione, regia e drammaturgia. Per la sezione recitazione, gli attori che vogliono partecipare scelgono un monologo da presentare a loro scelta. Una prima fase si era svolta nelle aule dell’Accademia, con la giuria composta dalla Direttrice Daniela Bortignoni, il Vice direttore Valentino Villa e il Presidente di giuria Andrea Giuliano. La fase finale si è svolta, invece, al Teatro Argentina con la giuria composta da Barbara Chichiarelli, Laura Marinoni e il Presidente di giuria Gabriele Lavia.

Vincitore del Premio Nazionale delle Arti, XVII edizione, per la sezione recitazione, è risultato il giovane attore Vincenzo Grassi, originario di Gallipoli, in provincia di Lecce. Grassi ha già ricevuto altri riconoscimenti quali: il Premio “Excellentissimus”, nella sezione Teatro e ilpremio “Hystrio alla Vocazione”, segnalazione della giuria.

Il salentino inizia la propria formazione a Roma nella scuola di recitazione Teatro Azione nel 2014, per poi proseguire i suoi studi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, dove studia e lavora con insegnanti e registi come Carlo Cecchi, Arturo Cirillo, Valentino Villa, Andrea Baracco, Giorgio Barberio Corsetti, Luca de Fusco e Daria Deflorian.

Nel 2020 debutta al “Gigi Proietti Globe Theatre Silvano Toti” di Roma, con lo spettacolo “I due Gentiluomini di Verona”, con la regia di Andrea Baracco. Nel 2021 al “Festival dei Due mondi” di Spoleto, partecipa allo spettacolo “Il misantropo”, con la regia di Arturo Cirillo. Nel 2023 è protagonista nello spettacolo “Sarto per Signora”, per la regia di Carlo Cecchi e debutta con il suo primo monologo “L’isola di Arturo” di Elsa Morante, diretto da Andrea Lucchetta.

A margine dell’evento al Teatro Argentina, nell’Urbe, abbiamo intervistato Vincenzo Grassi, per meglio approfondire il suo percorso di vita e professionale.

Quando e come hai deciso di intraprendere il percorso formativo per diventare attore?

Avevo diciannove anni, ero all’ultimo anno del Liceo Scientifico. Si avvicinava il momento di fare “la scelta” e, dopo un attento processo di autocoscienza (pregna dell’ingenuità che ha caratterizzato quel periodo della mia vita), ho deciso di intraprendere la formazione teatrale.

Quali corsi hai frequentato o stai seguendo?

A sedici anni, un corso amatoriale di tre anni ad Alezio con la compagnia “Gli Armonauti”.

Arrivato a Roma, ho frequentato per due anni una scuola professionale che si chiama Teatro Azione diretta da Isabella del Bianco e Cristiano Censi. A ventidue anni sono stato ammesso all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” di Roma, dove ho frequentato il Triennio di Recitazione e poi il Biennio di specializzazione. Una formazione lunga.

Fare l’attore è una scelta professionale o è una scelta di vita?

È una scelta che ha diversi motivi: professionali e di vita.

Una scelta professionale, perché fin dall’inizio mi interessava e mi divertiva la professione, ma anche per diversi altri aspetti, persino i più tristi e disastrosi. Una scelta di vita, perché grazie alla professione ho capito la natura e la complessità di diversi aspetti della mia esistenza, persino i più tristi e disastrosi.

Quali sono state le figure che hanno influenzato la tua curiosità artistica?

Primo fra tutti Carmelo Bene, un po’ per le origini in comune, un po’ per il carattere irriverente. Ma soprattutto perché, fin dall’adolescenza, ritenevo il suo lavoro “strano”: mi affascinava, rimanevo incollato davanti ai video dei suoi spettacoli, ma non lo capivo.

Eugenio Barba, un po’ per gli stessi motivi. A 13 anni avevo visto un suo spettacolo al Teatro Koreja di Lecce, non capii nulla, ma era bellissimo. Mi diverte e mi incuriosisce ciò che non capisco subito.

L’elenco è lungo. Per motivi simili mi hanno affascinato anche: Kantor, Artaud, Fellini, Truffaut, Pasolini, Lynch e Sorrentino.

 Quali sono le principali difficoltà che si incontrano con il lavoro teatrale?

Si possono incontrare alcune difficoltà durante lo studio della tecnica, che è alla base del mestiere (dizione, voce, consapevolezza e uso del corpo), ma penso che la cosa più difficile sia lo “stare” nel presente in scena, nel qui e nell’ora, consapevoli e (con)centrati. Sono tante le distrazioni e le paure per un attore in scena. Ma quando succede, la replica ha un altro valore.

Qual è stata l’esperienza teatrale più significativa della tua carriera?

Due esperienze fatte nel 2023. La prima nel mese di gennaio, in cui ero in scena per la prima volta, da solo, con un monologo ispirato a “L’isola di Arturo”, di Elsa Morante. È stato significativo e formativo ritrovarsi da solo in scena. La seconda nel mese di giugno, per lo spettacolo “Sarto per Signora” di G. Feydeau, con la regia di Carlo Cecchi.

 Quali personaggi hai interpretato finora e quali ti piacerebbe impersonare in futuro?

Tra quelli che più ho amato: Calibano nella “Tempesta” di Shakespeare nella traduzione di Eduardo de Filippo, Arturo Gerace ne “L’isola di Arturo” e Moulineaux in “Sarto per Signora”. Ci sono moltissime opere che vorrei affrontare come attore, ne cito solo alcune: Louis di “È solo la fine del mondo” di Jean Luc Lagarce, Feste de “La dodicesima notte” di Shakespeare, Orazio di “Amleto”, Trigorin de “Il Gabbiano” di Cechov. Ci sono ancora tante cose da fare.

Quali qualità deve avere un attore?

Pazienza, costanza, tanta salute, lucidità e voglia di imparare.

Cosa avresti fatto se non fossi diventato un attore?

Per tutta la mia adolescenza ero proiettato per fare il medico, poi è successo qualcosa. Mi appassionava (e mi appassiona ancora) la matematica.

 Hai mai fatto qualche altro lavoro anche temporaneo?

Ho lavorato come animatore in un parco divertimenti.

Molti vorrebbero svolgere un lavoro artistico perché attratti dalla facilità con cui si raggiunge il successo, prescindendo dal talento e dall’impegno. Come si colloca un buon attore in quest’ottica?

Penso che in ogni ambito siamo tutti attratti in qualche modo dal successo. Ritengo che la strada per il successo sia complessa in tutti i mestieri. Quello che faccio è non pensarci troppo, si potrebbe cadere nell’ossessione per il successo. Mi vivo questo mestiere spettacolo dopo spettacolo, lavoro dopo lavoro, spesso “da cosa nasce cosa”, ma si impara anche che potrebbe non succedere niente.

 Nel proseguo della tua carriera pensi di prendere in considerazione il cinema e le serie televisive?

Certo, mi interessa la recitazione in tutti i suoi aspetti. 

Quale consiglio daresti a chiunque volesse intraprendere questo percorso di vita e professionale?

È una professione in cui ci si relaziona spesso con il giudizio altrui. Esistono delle regole in questo mestiere, ma non sempre seguirle ci porta ad essere dei bravi attori. Bisogna prepararsi al caos, inteso come mancanza di una logica chiara. Bisogna capire bene quali sono le ragioni per cui si inizia un percorso del genere, ma anche abbandonarsi all’istinto. Direi, quindi, che bisogna prepararsi alle contraddizioni.

Quali emozioni provi in quei pochi attimi prima che si alzi il sipario?

È ogni giorno diverso. Ci sono volte in cui mi sento molto tranquillo ed altre in cui mi agito. Comunque, prima di dire la prima battuta, il battito è forte, i pensieri si accumulano, lo stomaco si stringe, i polmoni sembrano rimpicciolirsi, ma sulla prima sillaba pronunciata si ritorna alla “normalità”.

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