Italiano detenuto e malato in Papua Nuova Guinea, l’appello: “Non condannatelo a morte”

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Prigionieri all’estero, a volte in condizioni degradanti e inumane: il caso di Ilaria Salis, detenuta da quasi un anno in Ungheria e che nelle ultime ore sta tenendo banco in Italia, richiama altre vicende di italiani reclusi in celle straniere tra diritti negati e l’attesa infinita di una sentenza. Rischia di morire in Papua Nuova Guinea Carlo D’Attanasio, il velista pescarese di 55 anni arrestato nella penisola dell’Oceania ad agosto del 2020 con l’accusa di traffico internazionale di stupefacenti. Lui si è sempre dichiarato innocente e le accuse sono ancora tutte da provare. Dopo la dura detenzione in una cella fatiscente, circa due anni fa, gli è stato diagnosticato un tumore al colon ed è stato trasferito in ospedale. Ha bisogno di cure urgenti, eppure D’Attanasio è ancora lì mentre tutto intorno a lui è fermo. Così come la richiesta di rimpatrio firmata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani ad aprile scorso.

La compagna Juanita Costantini, con la quale Carlo ha un figlio di 7 anni, lancia un appello: “Per salvarsi ha bisogno di essere operato al più presto, ma non si capisce perché non gli viene data questa possibilità. E’ in ospedale, dove non riceve cure. Per trattare la sofferenza – racconta all’Adnkronos – gli vengono somministrati farmaci forti: continua così, giorno dopo giorno, a ‘drogarsi’ per non morire di dolore! Qualche giorno fa è stato preso dalla camera dell’ospedale e riportato in carcere e senza alcun motivo sbattuto a terra tra la sporcizia. L’indomani, solo grazie all’intervento dei funzionari dell’ambasciata, è potuto ritornare nel nosocomio. Carlo sta per morire… necessita di un intervento urgente e la struttura dove è ricoverato non ha gli strumenti. Deve essere rimpatriato, stare vicino ai suoi cari, come ha detto il dottore”.

“E’ stato un calvario per Carlo anche riuscire ad ottenere gli esami che hanno poi rivelato il suo male – spiega Juanita Costantini – Aveva emorragie interne, perdite di sangue e dolori lancinanti ma prima che qualcuno prendesse sul serio la sua situazione ha dovuto minacciare di togliersi la vita”. Nel frattempo prosegue il procedimento giudiziario, ma i tempi sono lunghi e infruttuosi: “Dopo due udienze che non hanno portato a nulla, la prossima è prevista per il 13 febbraio. Della richiesta di rimpatrio firmata dal ministro Tajani, su cui comunque non c’era data di scadenza, invece, non abbiamo ricevuto notizie”. Prove contro Carlo? “Non ci sono, tant’è che finora è tutto in stand-by. Ma lui per ora ha una sola richiesta: la possibilità di potersi salvare, di essere sottoposto a un intervento anche in Australia. Ma davvero si vuole condannare a morte il padre di un bambino di 7 anni, probabilmente innocente?”

D’Attanasio, intrapreso un viaggio in barca a vela in solitaria, arriva nel marzo del 2020 in Papua Nuova Guinea dove si ferma per 5 mesi. Prima di ripartire viene bloccato e arrestato. Ad accusarlo i due uomini sopravvissuti allo schianto sull’isola di un piccolo aeroplano all’interno del quale la polizia ha trovato 611 kg di cocaina, probabilmente destinati all’Australia.

Il capo d’accusa per D’Attanasio è di traffico internazionale di stupefacenti. Dopo alcuni mesi, però, le accuse cominciano a vacillare, la stessa stampa locale inizia a dubitare della colpevolezza dell’italiano. Ma lui è ancora bloccato in quella che la sua compagna definisce “una situazione surreale”.

adnkronos

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