Io, in fin di vita, fottuto dai vaccini

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Mi hanno criticato, chi garbatamente, amichevolmente, chi in tono più aspro e magari fanatico, per avere io criticato la performance cancerologa di Giovanni Allevi a Sanremo. Perché è stata una performance. Eh, ma devi capirlo, Giovanni è così, lui è un poeta, un puro. Sono un puro anche io ma la mia poesia è più ruvida e non ci sto a prendermi per il culo da solo. Perché quello che ci hanno fatto è pura eugenetica di regime e qualcuno lo deve pur dire, qualcuno che ci sta dentro. Io me li ricordo i tweettini di Allevi, il vaccino è l’unica cura, è l’unica soluzione, l’unica speranza, minuscolo, io mi vaccino, io mi faccio le trenta dosi, fatevele anche voi. Sua sorella è morta, lui è quasi morto e anch’io non mi sento troppo bene. Lui un mieloma multiplo, io un linfoma al quarto stadio che ha consumato l’80% del midollo osseo.

Ma io non mi abbandono a quei minuetti, quei contorcimenti, quelle smorfie estatiche per il male che ti fa bene, che ti rende migliore. No, io non sono migliore, sono diventato più duro, più cattivo. Sto giocando per la vita, la mia vita, dannazione. Forse con Allevi sono stati più pucciosi: a me hanno semplicemente detto che avevo un cancro in ospedale, ci spiace, tanti saluti, e sono rimasto tramortito, volevo buttarmi dalla finestra, ma non potevo aprirla perché nel frattempo mi avevano operato ad una spalla disintegrata e la morfina mi dava il tormento, tossivo, convulsi di singhiozzo, un dolore che neanche all’inferno.

È stata mia moglie a tenermi in vita. Lei, poi alcuni amici, pochissimi, la più parte sono scomparsi o hanno il coraggio di scrivermi “lo so cosa stai passando ma anche io con gli scrutini, non ti credere..:”. E poi i lettori, che non sospettavo tanto numerosi. E affettuosi. Ma vivere è davvero una scommessa, e non dipende da noi, come dirò tra un attimo. No, io non me la bevo la favola bella del sole dietro al vetro mentre la chemio sgocciola. Stamattina prima di salire per l’ennesima seduta, sono andato a pisciare in un cesso dell’ospedale: mi sentivo talmente squallido, era tutto talmente livido, che ho deciso di immortalare l’attimo. Con un pensiero: se, presto, questa merda non sarà solo un ricordo, meglio farla finita. Perché anche curarsi di ‘ste cose ammala, logora. È veleno che scaccia altro veleno, almeno si spera.

No, io non mi presto ad accarezzare la tastiera del pianoforte o quella del notebook dove sputo le mie parole: sono parole di testimonianza ed io non sono “un nuovo Max”, tanto piacere al “nuovo Giovanni”, coi boccoli candidi, io mi sono rasato a zero per prevenire la caduta dei capelli, e infatti ricrescono bianchi. Bianchi come la morte. E non sarei mai andato a Sanremo per tacere. Forse è il prezzo da pagare per ottenere un tour mondiale, l’anima candida, io, che sono una vecchia carogna guasta, e non apprezzo il sole d’Iddio oltre la finestra del reparto di ematologia, fatico a trovarmi serate per umili reading da solo. Reading dove vorrei leggere la mia, di poesia, che è tutta imbastita proprio su questa storia irreale, sul dolore, sulla fatica, sulla disperazione di vivere e, chissà, di non vivere più.

Ma se non sono io a prendermi addosso anche questo fardello, anche voi lettori, voi malati come me, state freschi. Perché fanno tutti come l’anima bella Allevi. Perché sanno benissimo perché versano in condizioni disperate, ma hanno ancora più paura del regime, delle sue punizioni, dei suoi boicottaggi, che di morire. Perché hanno paura della verità. Perché mi risulto essere l’unico, fra i giornalisti, fra i personaggi pubblici, con la voglia e con la rabbia di raccontare che non ci siamo ammalati per noia o per sport: ce lo hanno fatto, con una organizzazione mondiale, perfetta, precisa, scientifica, almeno quella, e nessuno paga. Non gli stragisti cinesi e americani, non il criminale di guerra in tempo di pace Fauci, al quale anzi offriamo tappeti rossi, laboratori e protezione qui, non gli sgherri di un miserabile potere nazionale. Che fanno e disfano e rifanno librettini di merda che nessuno legge ma servono alla menzogna, servono alle alleanze consumate o tentate, a mandare messaggi, a sondare il terreno. Non pagano i ministri bugiardi e fallimentari, non pagano i virologi puttane, non pagano le meretrici dell’informazione, non paga la politica bastarda e opportunista. Non paga nessuno di loro.

Perché non si è veramente vaccinato nessuno di loro. Se l’hanno fatto, hanno scelto la riserva distillata, non i sieri cancerogeni che hanno rifilato a noi. E che vogliono somministrarci ancora, siccome “va sfoltito il 10% della popolazione globale”, come teorizza il Bill Gates della produzione industriale di vaccini, vanno eliminati “4 miliardi di mangiatori inutili” come predicano gli Schwab, i Timmermans del WEF e della UE sotto la regia della Baronessa Borderlinen che ha negoziato dieci o trenta miliardi di dosi col Pouirla della Pfizer a prezzo rimasto segreto, siccome poi fanno le normative sulla trasparenza obbligatoria. Per gli altri. Per i malati. Per le vittime. Per noi. E se non le racconto io, da paziente oncologico, queste cose (uno una volta ha frainteso: “come hai detto? Paziente ontologico?”. Sì, anche, se vuoi, gli ho risposto), mi sa che la vostra voce, disperata, umiliata, la vostra voce mortale, di chi ha perso parenti, salute, lavoro, prospettive, resta insabbiata. Io sono l’unico tramite. E non posso fare di più, come vorrei, perché nessuno mi chiama, almeno nel giro mainstream. Neanche il caro Mario Giordano, che pure ha avuto una giornalista spacciata dal turbocancro. Ma lui agisce da sano, non da paziente “ontologico” come me. Non si preoccupi, a me il monopolio dell’eroismo non interessa per un cazzo di niente, è che io forse sono l’unico ad unire le due condizioni, di informatore e di malato e parlo documentandomi ma prima ancora sulla mia pelle, sul mio sangue.

Io, vaccinato, dico, scrivo che i vaccini mi hanno ammalato. Mi hanno quasi spacciato, e ancora sono ottimista a dispetto di chi mi rimprovera di non “vivere ogni giorno”. Ma è difficile vivere ogni giorno, vivere il presente quando un presente non ce l’hai, del domani non hai alcuna certezza ma solo sospetti, e sei stanco, orribilmente stanco. Sono contento se Allevi finalmente ne è uscito, io non so ancora di che morte morirò e quando. Certo, si spera sempre. Ma lasciate perdere il guerriero, l’eroe, il campione ed altre retoriche da romanzo. Vi ringrazio, ma non è il caso. Sono le cose consolatorie che piace credere. La verità è diversa, più cruda e mortificante: quando si sta come noi, si perde ogni dignità e ogni difesa. Ci si affida. Si dubita, ma ci si affida. Non si può far altro. Si obbedisce più o meno a tutto quello che ci fanno fare. Io non ho più vene libere, come un tossico e come un tossico sono intossicato di farmaci, otto, dieci, anche quindi al giorno in certi periodi. Mi hanno fatto 50 prelievi in meno di sei mesi e altrettanti mi aspettano, tre biopsie, un numero di screening che non saprei dire, mi hanno aperto e chiuso che mi servivano le cerniere lampo per la pelle, ho tutte cicatrici, mi hanno scannerizzato, fotografato, analizzato, esaminato, sono stati scrupolosi, precisi, responsabili e spero serva ma di sicuro non sono quello di prima e non tornerò più ad esserlo. Se mai sarò. Però non come intende Giovanni. Non c’è sole d’Iddio che mi aiuti, anzi io ho sentito solo il silenzio di Dio passando per tutti gli inferni. Poi, siccome il corpo ancora non muore, a un certo punto quello stesso corpo ricomincia a vivere, perché è fatto di natura e la natura è quella faccenda misteriosa per cui tu getti un piccolo seme in una crepa dell’asfalto e dopo qualche tempo quel seme è diventato una radice che spacca l’asfalto.

Sto dicendo che non c’è nessun merito in questo, il corpo reagisce, se ce la fa, la mente gli va dietro, se non è irreversibilmente sconvolta. Io sarei un farabutto se dicessi sì, amici, lettori, avete ragione, sono un duro, sono un coraggioso, non mi piego e lo faccio per voi. È la malattia che è roba da duri e lo è la cura. E non si racconta coi minuetti e le commozioni facili al cospetto di un presentatore che di straforo con un occhio guarda il gobbo e con l’altro l’orologio. Non pretendo nessun proclama rivoluzionario, nessuna pagliacciata anarcoide. Ma se vai lì, non ci vai a far teatro e far pietà, non ci vai a suscitare la commozione di gente che aspetta Angelina Mango e Geolier. Ci vai anche a dire qualcosa, una piccola verità, un sospetto. Va bene dire che non hai più un corpo, ma dire che te la cavi “suonando con l’anima” è troppo facile, andiamo. È scontato, telefonato, cerca l’applauso, la lacrimuccia facile. Non hai più un corpo e questo è tutto, cazzo. E adesso vi saluto perché per scrivere questa fiammata ho bruciato tutta l’energia che avevo, e sono bastati venti minuti. Da domani, quando avrò finito un alto ciclo, andrà peggio e per la maggior parte del tempo starò sdraiato, anche per dei giorni di seguito.

Non riuscirò a cagare, a cambiarmi, a lavarmi, dovrò rompere i coglioni anche per un bicchiere d’acqua. Adesso capisco perché gli invalidi che soccorrevo 34 anni fa a Capodarco bestemmiavano. È umiliante, Cristo. Non c’è sole che tenga. Vuoi solo che finisca, in un modo o nell’altro. E non è così che si diventa nuovi. Ma il nuovo vecchio Max, usurato, guasto, non rinuncia a denunciare con una rabbia definitiva, perché siamo stati ingannati, siamo stati fottuti tutti e quando io penso alla vostra voce che non avete mi faccio coro e supero anche lo sfinimento, l’estenuazione non mi ferma, anche sdraiato, con le braccia di marmo, con la spalla ancora convalescente, con dentro una piastra e tre viti che urlano quando c’è umidità, ma sento voi e continuo. Non accarezzo tasti, li schiaccio, li percuoto. Ma non vi illudo, non vi inganno. Anche se mi costa un supplemento di malattia, mi fa sentire più condannato ancora.

MAX DEL PAPA

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