Il 2024 sarà l’anno con più elezioni di sempre: ecco dove si voterà

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Il 2024 sarà l’anno con più elezioni di sempre. Settantasei Paesi quest’anno porteranno i loro cittadini alle urne per una popolazione totale di oltre 2 miliardi di persone. E anche se alcune di queste elezioni sono piuttosto scontate, come l’attesa, nuova vittoria di Vladimir Putin al primo turno delle elezioni presidenziali russe, altre, invece, si preannunciano incerte e, quindi, ancora più decisive. C’è attesa anche per l’esito delle elezioni europee che si svolgeranno a giugno: circa 400 milioni di elettori nei 27 Stati membri sono chiamati infatti alle urne per eleggere il nuovo Parlamento europeo. Il 2024, poi, si chiuderà ‘col botto’: il 6 novembre si vota negli Stati Uniti per quello che a oggi si preannuncia come un nuovo faccia a faccia tra Joe Biden e Donald Trump.

Prima tappa dell'”anno più elettorale di sempre” c’è stata a Taiwan, seguita dall’Iran e il Portogallo. Oggi si sono aperte le urne delle elezioni presidenziali russe del prossimo 17 marzo presenteranno diversi motivi d’interesse. Per il 71enne Vladimir Putin la strada verso il quinto mandato presidenziale appare più spianata che mai, ed è resa possibile dalla riforma costituzionale da lui stesso orchestrata nel 2020, che gli tiene aperta la possibilità di governare per altri 12 anni. Per la prima volta, dovrebbero partecipare al voto anche i cittadini dei territori occupati di Donetsk, Luhansk, Zaporizhia e Kherson. L’opposizione all’attuale leader del Cremlino appare piuttosto tiepida, e candidature di dissenso come quella della giornalista 40enne Yekaterina Duntsova, voce pubblicamente critica verso la guerra in Ucraina, vengono respinte ancora prima di cominciare (media statali hanno parlato di “errori nei documenti presentati”). Per il resto la corsa presidenziale di Putin non sembra aver alcun tipo di concorrenza, con leader dell’opposizione come Alexey Navalny, appena “riapparso” in una colonia penale nell’Artico, che stanno scontando lunghe pene detentive e altri importanti critici del Cremlino dietro le sbarre o fuori dal Paese per il rischio di arresto.

Nessun Paese porterà al voto più persone dell’India, dove tra aprile e maggio oltre 900 milioni di elettori dovranno scegliere se conferire un terzo mandato al premier Narendra Modi. Si voterà per eleggere i 543 membri del Lok Sabha, il parlamento indiano, e mai come stavolta Modi e il suo Bharatiya Janata Party (Bjp) puntano a consolidare la propria leadership, rinfrancati dai dati nei sondaggi tanto che lo stesso premier ha dichiarato di voler puntare a migliorare gli attuali 303 seggi. Modi, abile catalizzatore del nazionalismo indù, punta ad una netta vittoria anche per respingere le accuse di illiberalismo che hanno messo nel mirino il suo governo: l’India è scesa di 11 posizioni nell’Indice mondiale della libertà di stampa, scendendo al 161° posto su 180 Paesi, a causa della crescente “violenza contro i giornalisti e dei media politicamente di parte”. Anche Freedom House ha recentemente declassato il Paese da “libero” a “parzialmente libero”.

Mai come stavolta, sarà “Modi contro tutti”, o per dirla come vorrebbe l’opposizione, “Modi contro l’India”. Ad insidiare il leader del Bjp sarà infatti l’alleanza “India” (Indian National Developmental Inclusive Alliance), guidata dai secolaristi del Congresso Nazionale Indiano (Inc) e composta da 28 partiti che spaziano dal centro alla sinistra più estrema. Resta da stabilire chi sarà il candidato di punta dell’alleanza, ma l’obiettivo principale è chiaro sin da subito: “Dobbiamo restare uniti per salvaguardare la democrazia e la Costituzione”, aveva dichiarato il presidente dell’Inc, Mallikarjun Kharge, durante il conclave fondativo dell’alleanza.

C’è già una data di scadenza per l’attuale Camera dei comuni inglese, che verrà sciolta al più tardi il 17 dicembre 2024. Per questo motivo, il premier Rishi Sunak ha fatto sapere di voler andare a nuove elezioni entro la fine dell’anno, anche se la data rimane ancora da stabilire. Sunak, che punterà sui risultati della crescita economica, il successo del suo progetto per l’invio dei richiedenti asilo in Ruanda e la popolarità del suo stile politico, dovrà tuttavia affrontare sfide su tutti e tre i fronti: con la Banca d’Inghilterra che prevede una stagnazione economica, il piano per il Ruanda che rischia di essere messo a repentaglio sul piano politico e legale e il crollo della popolarità dei Tory nei sondaggi d’opinione. I Tory infatti, al potere dal 2010, sono da tempo dati in netto svantaggio rispetto ai laburisti, la principale forza d’opposizione. Ciò è dovuto principalmente alla peggiore crisi del costo della vita degli ultimi decenni e alle sanguinose lotte intestine che hanno portato a ben cinque premier diversi dal voto sulla Brexit del 2016.

Per i laburisti, la cui crescita è probabilmente più figlia degli autogol Tory che di un vero entusiasmo per la loro proposta politica, l’obiettivo è portare il nuovo leader Keir Starmer a diventare il prossimo premier. La posta in gioco sia per Sunak che per Starmer è alta: le elezioni generali previste per il 2024 potrebbero vedere i laburisti tornare al potere per la prima volta dal 2010 o aprire la strada a un periodo di governo dei Tory che durerà quasi due decenni. Se il primo ministro riuscirà a portare il suo partito a un’altra vittoria, il Regno Unito potrebbe avere un’amministrazione guidata dai conservatori potenzialmente fino al 2029, superando i 18 anni di governo di Margaret Thatcher e John Major. La chiave per Sunak è capire se riuscirà a presentarsi come candidato del “cambiamento”, nonostante rappresenti un partito al potere da oltre un decennio, e a convincere gli elettori di avere una visione nuova per il Paese dopo il caos delle amministrazioni di Boris Johnson e Liz Truss. Starmer spera di fermarlo ma, dopo la batosta del 2019, i laburisti partono con uno svantaggio significativo in termini di seggi a Westminster, nonostante i successi nelle elezioni parziali e il vantaggio nei sondaggi.

Tra il 6 e il 9 giugno 2024 si voterà in tutti i Paesi dell’Ue per eleggere i 720 membri del nuovo Parlamento (15 deputati in più rispetto ai 705 attuali). Le “europee” si svolgono ogni cinque anni nell’arco di quattro giorni e sono considerate il più grande voto transnazionale del mondo: oltre 400 milioni di elettori di diverse nazionalità saranno chiamati a votare. Il ricambio dei deputati coinvolgerà anche i vertici della Commissione e del Consiglio europeo, il che significa che i posti attualmente occupati da Ursula von der Leyen e Charles Michel potrebbero passare di mano. Von der Leyen non ha ancora confermato la propria candidatura per un secondo mandato quinquennale, mentre a Michel la legge vieta di continuare a guidare il Consiglio europeo, poiché la carica è limitata a due mandati consecutivi di 2,5 anni ciascuno.

Secondo le prime proiezioni di Europe Elects, il centro-destra del Partito Popolare Europeo (Ppe) potrebbe perdere qualche seggio, ma è favorito per restare la formazione più numerosa, seguito dal gruppo dei Socialisti e Democratici (S&D). Un grande tema delle europee sarà l’ascesa della destra sovranista di Identità e Democrazia (Id), già salita al terzo posto nei sondaggi e ulteriormente rinfrancata dal trionfo di Geert Wilders in Olanda. Inseguono i liberali di Renew Europe (Re) e il Gruppo dei Conservatori e dei Riformisti Europei (Ecr). L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, la crisi del costo della vita, le forniture energetiche, il cambiamento climatico e la migrazione sono i temi principali in vista del voto del prossimo giugno.

A chiudere l’anno più elettorale di sempre sarà l’attesissimo voto statunitense. In attesa delle primarie repubblicane e democratiche, il cui primo round andrà in scena già a gennaio, tutto lascia pensare che il 5 novembre sarà nuovamente corsa a due tra Biden e Trump, in un remake del voto 2020 il cui risultato fu a lungo contestato dal magnate newyorchese. Per il 77enne Trump, che ha annunciato la sua nuova candidatura oltre un anno fa, c’è grande fiducia di poter essere ancora l’uomo forte della politica americana. L’ex presidente è saldamente al comando non solo nei sondaggi verso le primarie del Gop senza aver partecipato ad alcun dibattito pubblico (seguono Ron De Santis e Nikki Haley), ma anche nelle previsioni verso la sfida a Biden del prossimo novembre, dove sarebbe già in significativo vantaggio in 5 dei 6 Stati decisivi. Per l’82enne Biden, che punta a diventare il più anziano di sempre a vincere le elezioni americane (il record è già suo dal 2020), il tema della campagna elettorale verso novembre appare già chiaro e analogo a quello vincente di quattro anni fa: fermare Trump e la sua minaccia alla democrazia. D’altronde, lo stesso leader originario della Pennsylvania ha ammesso che “probabilmente non si sarebbe ricandidato se non ci fosse stato Trump dall’altra parte”. Da settimane i rumor parlano di un leader dem frustrato dal proprio calo di popolarità a seguito anche della complessa gestione del conflitto palestinese, per cui sarà importante monitorare i movimenti diplomatici di Washington dei prossimi mesi inevitabilmente condizionati dal voto del prossimo novembre.

adnkronos

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