A passeggio tra l’arte: mostre e musei – IV

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Antonio Donghi, La magia del silenzio

È stata presentata a Palazzo Merulana, alla presenza del sindaco di Roma Capitale Roberto Gualtieri, l’attesissima mostra “Antonio Donghi. La magia del silenzio”, un’approfondita retrospettiva, a cura dello studioso Fabio Benzi, che fino al 26 maggio riporterà all’attenzione di appassionati ed esperti le opere del più grande esponente del Realismo magico del secolo scorso, per ricercarne e cogliere nuove suggestioni. Classe 1897, romano, Donghi fu fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 1963, un artista schivo e introverso, che tuttavia divenne noto in tutto il mondo e sul quale moltissimi critici si sono confrontati per definirne l’appartenenza culturale e classificarne lo stile. La sua è una raffigurazione della realtà chiara, gentile ma ambigua, all’apparenza semplice e decifrabile, ma che nasconde un magnetico e magico senso di aspettativa, dando all’osservatore l’impressione di poter ricevere da un momento    all’altro una rivelazione che lo coinvolge o una domanda inquietante.
Il progetto espositivo vuole offrire diverse chiavi di lettura attraverso un percorso che riunisce trentaquattro capolavori. La mostra è stata fortemente voluta da CoopCulture che l’ha prodotta e la propone a Palazzo Merulana, il museo che gestisce e valorizza a Roma, sede della Fondazione Elena e Claudio Cerasi, luogo per vocazione in cui “l’arte non solo si ammira ma si produce”. L’esposizione è stata realizzata grazie al sostegno del Main Sponsor UniCredit, che ha anche contribuito con sedici importanti prestiti delle opere di Donghi, provenienti dalla straordinaria collezione esposta a Palazzo De Carolis, sede di rappresentanza del gruppo bancario a Roma. Gode inoltre del sostegno della Regione Lazio e del patrocinio gratuito di Roma Capitale.
I nuclei più significativi provengono dalla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Roma, dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, dalla Banca d’Italia, dalla UniCredit Art Collection e dalla Fondazione Elena e Claudio Cerasi, che nel loro insieme rappresentano l’intero percorso dell’artista, toccandone tutti i temi principali: paesaggi, nature morte, ritratti, figure in interni ed esterni, personaggi del circo e dell’avanspettacolo. In particolare, la mostra si pone come approfondimento di uno dei principali nuclei pittorici rappresentati nella Fondazione Elena e Claudio Cerasi, che possiede ed espone in permanenza proprio a Palazzo Merulana tre fondamentali capolavori donghiani: Le lavandaie (1922-23); Gita in barca (1934); Piccoli saltimbanchi (1938).
Il mistero della metamorfosi dello stile di donghi.

Il percorso artistico di Antonio Donghi è silenzioso e misterioso almeno quanto i contenuti della sua pittura, espressi in una forma algida e apparentemente impenetrabile. La sua produzione, nel giro di pochi mesi, tra la fine del 1922 e l’inizio del 1923, subì un mutamento radicale e rapidissimo con il passaggio da uno stile basato su una tradizionale pittura di matrice ottocentesca a una visione completamente rinnovata, capace di inserirsi e incidere nell’avanguardia europea che presto lo avrebbe visto incluso in quella tendenza del Magischer Realismus (Realismo magico), lanciata in Germania da Franz Roh, come uno dei maestri più significativi, e lo avrebbe proiettato con successo persino nelle mostre e nel mercato americano. Il curatore Fabio Benzi individua le ragioni del cambiamento nella frequentazione della galleria Bragaglia a Roma e nell’incontro con l’arte di Umberto Oppi, che nella stessa galleria arrivò con una sua personale: “Le opere di Oppi, con i personaggi immobilizzati in un’atmosfera senz’aria, i paesaggi costruiti da edifici geometrici sovrapposti nella loro volumetria come negli affreschi giotteschi, il disegno nitido e affilato, le espressioni interrogative e penetranti, l’aria di realismo magico al limite della “Nuova Oggettività” tedesca devono essere state il vero precedente saliente e l’ispirazione scatenante per Donghi. Ma la folgorazione di Donghi non fu passiva. Al glamour rarefatto di Oppi, egli preferì una popolarità nostrana, quasi    romanesca, che spogliava la figurazione dai preziosismi e la adattava a pollarole, lavandaie, donne del popolo, cacciatori e teatranti dell’avanspettacolo”.

Fino al 26 Maggio 2024

Dove: Palazzo Merulana – Roma

Info: http://www.palazzomerulana.it

 

Enzo Guaricci. Natura scultura

A un anno dalla scomparsa dell’artista Enzo Guaricci (Acquaviva delle Fonti, 1945– 2023), questa prima importante retrospettiva, ospitata nelle due sedi museali della Città metropolitana di Bari – Pinacoteca “Corrado Giaquinto” e Museo Archeologico Santa Scolastica – ricostruisce, con circa cinquanta opere, oltre mezzo secolo di attività artistica vissuta tra la Puglia e le città di Firenze e Roma. Qui, nella seconda metà degli anni Sessanta, Guaricci avvia la sua formazione di scenografo e la produzione pittorica nel solco della Nuova Figurazione Romana, prendendo parte ad alcune rassegne espositive del Capoluogo, anche grazie all’apprezzamento e alla vicinanza del maestro Renzo Vespignani. In questi anni l’artista ragiona su tematiche di carattere sociale e ambientale, aspetti che torneranno al centro del suo interesse anche nella successiva produzione scultorea.

A partire dal 1990 – in seguito alla brusca interruzione della produzione pittorica nel 1977 e al coinvolgimento in attività professionali divise tra l’insegnamento negli Istituti d’arte di Bari e Monopoli, la scenografia e l’architettura d’interni – la ripresa dell’attività coinvolge l’artista nella produzione di opere in bronzo, caratterizzate da colate incandescenti e tentativi di organizzazione formale che privilegiano la geometria del quadrato. In seguito, Guaricci elabora una singolare procedura tecnica, realizzando sculture in polvere di marmo, resina e ossidi in grado di conferire alla materia un aspetto fossile e pietrificato. Una svolta che porterà l’artista a produrre numerosi “reperti archeologici” assolutamente verosimili, erosi dal tempo, allegorie di un presente già archiviato e tracce iconiche di “come eravamo domani”. 

Fino al 31 maggio 2024

Dove: Pinacoteca Metropolitana “Corrado Giaquinto” – Bari

Info: http://www.pinacotecabari.it


Helene Pavlopoulou. Oculus

Aperta al pubblico fino al 30 Aprile 2024, la prima personale in Italia dell’artista greca Hélène Pavlopoulou che, in oltre 12 opere di grande e medio formato, racconta attraverso il cromatismo inverso, il collage e la riscrittura visiva, le gesta del nostro tempo, popolate di pulsioni contrastanti, di codici linguistici amalgamati, e a volte indecifrabili, e di antiche convinzioni. L’artista ricrea così un inventario di relazioni, di richiami e di nessi attraverso una raffinata commistione di rimandi tra passato e memoria, tra storia dell’arte, politica e cronaca recente.

Oculus è un progetto espositivo che nasce dalla profonda riflessione dell’artista sulla memoria e su i collegamenti esistenti tra diversi linguaggi (pittorico, linguistico, musicale). Pavlopoulou richiama frammenti di storia, figure emblematiche dell’arte e della politica, leader di ideologie del passato e del presente che, ricomposte in un’originale sintassi, innescano una sorta di processione panatenaica. I volti e i personaggi che compaiono in maniera “spettrale”, quasi di passaggio, sono simboli del collegamento tra le culture e il tempo, che, inteso come un cerchio infinito e mai concluso, si rovescia e si spande, attraversando lo spazio pittorico interpolato con scene sconnesse di violenza e di distruzione e, allo stesso tempo, di ribellione, di trasgressione, di critica ed infine, anche di speranza e rinascita da parte della comunità globale. Oculus, uno sguardo che attraversa la materia e interroga lo spettatore, mette in discussione il tempo e la natura individuale, rievocando storie, leggende e simboli appartenuti al mondo classico e moderno in un tentativo di attualizzare il decaduto mito della nostra società contemporanea. Affermava Cicerone: “Ut oculus, sic animus, se non videns, alia cernit” (Come l’occhio, così l’animo, pur non vedendo sé stesso, distingue altre cose); è dunque con gli occhi dell’anima che è possibile esplorare il mondo che ci circonda per resistere all’erosione dell’oblio e del distacco attuali.

“Un elemento centrale [nelle opere della Pavlopoulou] è la combinazione di immagine ‘reale’ e negativo fotografico. Attraverso questa combinazione sottrae all‘osservatore la certezza del suo punto di vista. Le posizioni di immagine positiva e negativa, di realtà rappresentata e realtà percettiva, di interno ed esterno, sono combinate in un unico lavoro. Si pone quindi la domanda: dove si trova l’immagine e dove si trova l‘osservatore? L’osservatore guarda l’immagine, ma allo stesso tempo si trova in uno sguardo che proviene, per così dire, dal retro dell’immagine – dal negativo”.

Hélène Pavlopoulou originaria di Larissa (Tessaglia, Grecia) ha studiato pittura e incisione (1992-97) alla Scuola di Belle Arti di Atene, sostenuta dalla Fondazione statale per le borse di studio (IKY). Ha continuato i suoi studi post-laurea in pittura (2002-2004) presso la Scuola di Belle Arti di Atene con una borsa di studio della Fondazione statale per le borse di studio (IKY).
Ha realizzato mostre personali in Grecia, Belgio, Francia, Cipro, Turchia e ha partecipato a numerose mostre in fiere d’arte, biennali e musei in tutto il mondo.

È stata artista residente allo Schuetz Museum in Austria nel 2022, partecipando a una mostra nello stesso Museo nel 2023 e, ad altre mostre, in fiere d’arte in Austria. Nel 2023, ha vinto una sovvenzione della Fondazione Adolph ed Esther Gottlieb, New York. Le sue opere si trovano in diverse collezioni private e pubbliche in tutto il mondo. Vive e lavora ad Atene, in Grecia.

Fino al 30 aprile 2024

Dove: Andrea Nuovo Home Gallery – Napoli

Info: http://www.andreanuovo.com

Vertigo. Le mutazioni della società in videoarte

Fondazione MAST presenta la mostra Vertigo – Video Scenarios of Rapid Changes a cura di Urs Stahel: 29 artisti internazionali affrontano il tema delle mutazioni della società attraverso il mezzo della videoarte.
Fino al 30 giugno le Galleries del MAST ospitano 34 opere video che analizzano, commentano, approfondiscono e indagano il rapido cambiamento in ambiti come il lavoro e i processi produttivi, il commercio e i traffici, i nuovi comportamenti, la comunicazione, l’ambiente naturale, il contratto sociale.
Quale mezzo artistico è più indicato dell’immagine in movimento per restituire, appunto, l’dea della trasformazione, della transizione e, infine, della vertigine che provoca questa mutazione continua?
La mostra è strutturata in sei sezioni tematiche accompagnate da una serie di “Intermezzi“, video installazioni disseminate lungo il percorso espositivo che fungono da commenti agli eventi che costellano il presente, allo stato del mondo, alla condizione globale. «L’esposizione nasce dalla riflessione sulla mole di informazioni elaborate da ciascuno di noi ogni giorno, che, combinate alla velocità e alla complessità, si trasforma in un fattore travolgente di cambiamenti nella società – spiega Urs Stahel –.  I dati mostrano che oltre il 40% della popolazione europea si avvia alla totale rinuncia ai mezzi di informazione tradizionali. La scrittura e il calcolo li lasciamo volentieri alle macchine. La comunicazione scritta è ormai obsoleta o si è ridotta a poche righe. La lettura, il pensiero e la memoria sono destinati a indebolirsi. Il risultato è che oggi ci troviamo a fare i conti con parametri in continua evoluzione, cambiamenti di proporzioni così colossali in termini di portata, velocità e qualità che non siamo più in grado di comprenderli, e nemmeno riusciamo a reagire in maniera adeguata. Il più delle volte ci sentiamo storditi, insicuri e smarriti: la vertigine – intesa nel senso più ampio, come incertezza, ottenebramento, mancanza di chiarezza e capogiro – è divenuta la nuova normalità».

LE SEI SEZIONI TEMATICHE

  • Lavoro e processi produttivi: Friend Watan (2013, 36m 46s) di Chen Chieh-jen ci accompagna in un viaggio malinconico e ricco di suggestioni visive e sonore attraverso una fabbrica del passato; 15 hours (2017, 15 h 50 m) di Wang Bing è girato in un solo giorno all’interno di una fabbrica cinese di indumenti che impiega lavoratori migranti; Tea Time(2017, 7m 17s) di Ali Kazma affronta il tema dell’automazione e della conseguente accelerazione del lavoro nella produzione del vetro; in Unboxing the future (2019,29m 09s) di Anna Witt gli operai della fabbrica giapponese Toyota discutono dell’impatto dell’automazione e dell’IA sul loro lavoro; After Hours (2013, 6m 39s), Calvin and Holiday(2014, 13m 47s), Lazy Nigel (2015, 13m 41s), Without Light (2106, 11m 17s) di Simon Gush affrontano il tema delle condizioni lavorative, della visibilità/invisibilità, della performatività, del sovraccarico di lavoro.
  • Commercio e traffici: Asia One (2018, 63m 21s) di Cao Fei ci consegna una storia d’amore fantascientifica e surreale in un grande deposito di merci, che racconta il passato della Cina e il futuro globale; Intermodal (2023, 24m 40s) del duo Kaya & Blank è stato girato nei porti commerciali globali; protagonista di Anima Overdrive (2023, 4m 18s) di Stefan Panhans & Andrea Winkler è una rider dall’eloquio frenetico e dalla gestualità bellicosa che elenca le proprie consegne in uno assolo rap.
  • Nuovi comportamenti: The Rise (2017, 18m) di Nina Fischer & Maroan el Sani,mostra il mistero, l’imprevisto in agguato sotto la superficie levigata del presente; Performance (2017-2018, 25m) di Gabriela Löffel documenta le prove del giovane direttore tecnico di un’azienda di sicurezza americana che guidato da una coach cerca di rendere il suo discorso convincente; Take the Long Way Home (2016, 10m 19s) di Sven Johne segue la vicenda di un uomo che guida la sua auto nella notte: non dorme da una settimana, è sovraccarico di lavoro, teso e sopraffatto dalla stanchezza ed è bombardato dalle terrificanti notizie di cronaca internazionale trasmesse alla radio; The Stroker (2018, 14m 26s) di Pilvi Takala narra le due settimane trascorse dall’artista a Second Home, un rinomato spazio di coworking di East London dedicato ai giovani imprenditori e alle startup, nel quale impersona una wellness consultant fittizia; Kapitalism (2016, 6m 25s) di Paulien Oltheten mostra una panchina su cui campeggia la scritta “Capitalismo” che rappresenta il sostegno a chi ha perso il lavoro per vari motivi, ma non rinuncia a mantenere in movimento il corpo facendo esercizio fisico.
  • Comunicazione: If you didn’t choose A, you will probably choose B (2022, 19m 48s) di Ariane Loze ci mostra una donna dinamica sulla trentina costantemente analizzata, spiata e inseguita in una Parigi deserta da algoritmi “viventi” la cui intelligenza artificiale è asservita a scopi commerciali mentre Profitability (2017, 14m 53s) è una satira sul mondo dell’arte; Praying for my haters (2019, 17m) di Lauren Huret è incentrato sulla moderazione dei contenuti operata con criteri opachi dai social media attraverso la verifica da parte di operatori sottopagati; Sieben bis Zehn Millionen (2005, 5m 30s) di Stefan Panhans esplora da un lato la tragedia della scelta in una società intrinsecamente permeata di consumismo e, dall’altro lato, la comunicazione che domina questa società; in Neighbour Abdi (2022, 29m), film realizzato da Douwe Dijkstra insieme al vicino di casa Abdiwahab Ali, di origine somala, viene intrapreso un viaggio di ricerca attraverso una storia dolorosa segnata dalle guerre concentrandosi sul processo creativo; The Bots – Italian Market, 2020, 8m 51 s; Turkish Market, 2020, 7m 29s e Spanish Market, 2021, 8m 24s – di Eva e Franco Mattessono una serie di video realizzati con il giornalista investigativo Adrian Chen e con alcuni attori  partendo dalle testimonianze anonime di content moderators che hanno lavorato per Facebook a Berlino.
  • Ambiente naturale: Contaminated Home (2021, 22m) di Nina Fischer & Maroan el Sani si concentra sulle conseguenze dell’incidente nucleare di Fukushima, in Giappone, a dieci anni di distanza; Sowing the Seeds for the Future (2020, 60m) di Dominique Kochintreccia tre narrazioni che convergono in una “poesia fantascientifica”. Il film mostra immagini girate nell’istituto di ricerca ICARDA (International Center for Agricultural Research in the Dry Areas), il cui programma di studio e raccolta dati ad Aleppo, in Siria, è a rischio distruzione a causa della guerra attualmente in corso; in Flush (2023, 15m), Lucy Beechincentra la sua opera poetico-scientifica su una mucca intersessuale che non dà latte, è sterile e dunque inutile sotto il profilo agricolo. Il bovino fornisce interessanti spunti per una riflessione di natura visiva, sonora e scientifica sulla formazione e differenziazione del sesso biologico e sui risultati della ricerca endocrinologica; Broken Spectre (2022, 74m 11s) di Richard Mosse – al Livello 0 – progetto è l’ultimo lavoro colossale e immersivo dell’artista dedicato alla foresta amazzonica, devastata dalla radicale deforestazione attuata durante il governo di Bolsonaro.
  • Contratto sociale: The only reason… (2019, 8m 49s) di Julika Rudelius è stato filmato nel distretto di Skid Row, nell’area di Central City East a Los Angeles, e mostra le strade del quartiere, dove è sorta una tendopoli di tossicodipendenti e persone senza fissa dimora che evidenzia l’enorme divario economico presente in una società benestante; The Common Sense (2014, 6m 5s ciascun episodio) di Melanie Gilligan è concepita come una mini serie in 15 episodi che attinge al linguaggio del teatro e della fiction per approfondire tematiche sociali, politiche ed economiche, esplorando le insidie dei concetti di “comune” e “collettivo” e per questo scopo ha ideato una tecnologia immaginaria chiamata The Patch che consente di percepire direttamente le emozioni degli altri.
  • GLI INTERMEZZI

    Everyone is a Worker, 6m 33s; Building a New Road, 6m 02s; Water, 5m 33s e The New Family, 11m 20s di Simon Dybbroe Møller sono riconducibili al progetto What Do People Do All Day (2020-2022), che riprende il celebre libro per bambini di Richard Scarry sostituendo ai disegni originali, che hanno per protagonisti buffi animali antropomorfi impegnati alle più diverse mansioni umane nell’industriosa città di Sgobbonia (in originale Busytown), una galleria di persone in carne e ossa che operano nel paesaggio schizofrenico del postcapitalismo; What is Money? With Babak Radboy (2018, 7m 49s) del collettivo americano DIS appartiene alla serie Circle time, un programma che spiega ai più giovani le problematiche del mondo odierno, e mostra un adulto che parla a un gruppo di bambini del ruolo del denaro, del lavoro e del capitalismo; A Good Crisis (2018, 3m 48s), sempre di DIS, fa invece parte di PSA, Public Service Announcement, programma pensato per fornire un’informazione più puntuale e precisa e illustra i recenti sviluppi del mercato immobiliare americano; All Bleeding Stops Eventually (2019, 40s ciascun episodio) di Will Benedict consiste in sei brevi video nei quali alcuni animali, il sole e la luna hanno accesso alla parola umana e si rivolgono direttamente a noi per affidarci un messaggio importante in merito al nostro rapporto con la natura: cambiate le vostre abitudini o vi estinguerete.

    Fino al 30 giugno 2024

    Dove: Fondazione MAST – Bologna

    Info: http://www.mast.org

     

    Backstage. Mimmo Cattarinich e la magia del fotografo di scena

    I volti di grandi attori e registi della storia del cinema internazionale come Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini, Bernardo Bertolucci, Anthony Quinn, Marcello Mastroianni, Alberto Sordi, Capucine, Catherine Deneuve, Roberto Benigni, Claudia Cardinale, Maria Callas ma anche protagonisti contemporanei come Giuseppe Tornatore, Pedro Almodovar, Antonio Banderas, Javier Bardem, Isabelle Huppert, Rupert Everett, Rutger Hauer, Carlo Verdone, Monica Bellucci, Natalie Portman e Penelope Cruz sono soltanto alcuni dei protagonisti delle fotografie di Mimmo Cattarinich, al quale il Museo Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme dedica fino al 16 giugno 2024 la mostra BACKSTAGE. Mimmo Cattarinich e la magia del fotografo di scena a cura di Dominique Lora. 100 fotografie provenienti dall’immenso archivio dell’Associazione culturale Mimmo Cattarinich di Roma, capaci di raccontare la storia del cinema italiano e internazionale dagli anni Sessanta ai giorni nostri. Cinema e fotografia, linguaggi visivi nati quasi simultaneamente, da sempre condividono e scambiano tecniche narrative e ispirazioni estetiche, generando quella complessa rete di rapporti che stimola sperimentazione e creatività, una dicotomia narrativa nata da un dialogo naturale in cui immaginario, ispirazione e sovversione sono atti di reciprocità e di scambio. La fotografia documenta il cinema e ne rivela il gesto celato, l’emozione rubata, ritraendo in immagini istanti di vita dietro le quinte: è un linguaggio complementare capace di mettere a nudo i soggetti, svelandone i misteri e raccontandone la vulnerabilità. 
     
    Guardare il cinema attraverso l’obiettivo del fotografo di scena è un’esperienza complessa, interdisciplinare e organizzata attorno a tre grandi soggetti che, smascherando la finzione cinematografica, rivelano tutta l’essenza umanistica di questa ricerca: la rappresentazione del reale dietro le quinte, il ritratto dell’attore all’interno e oltre la scena e il rapporto tra cinema e arte. 

    Ad accomunare i soggetti ritratti da Mimmo Cattarinich è la tensione alla diversità: alterazioni corporee, atteggiamenti di sfida o di esibizione, caratteristiche che contribuiscono a renderli veri, trasparenti e vulnerabili. Il fotografo traspone su pellicola sogni ed emozioni dei singoli individui, rivelandone la realtà presente e le aspirazioni.

    Mimmo Cattarinich (Roma, 1937 – 2017) si può definire uno degli autori italiani che hanno forgiato la storia della fotografia cinematografica italiana e internazionale. Nel suo lavoro è evidente una cifra stilistica che culturalmente va oltre il suo essere italiano, offrendoci uno straordinario mosaico di immagini che ricostruisce epoche, tendenze ed evoluzioni della società occidentale dal dopoguerra ai giorni nostri. I suoi scatti, pubblicati su importanti riviste italiane e straniere, offrono uno spaccato significativo sulla fabbrica dei sogni Made in Italy.

    Fino al 16 giugno 2024

    Dove: Museo Villa Bassi Rathgeb – Abano Terme (Padova)

    Info: https://www.artribune.com/ufficio-stampa-pr/lara-facco/

     

    Pauline Curnier Jardin & Feel-Good Cooperative. Triviale

    La mostra Triviale presenta il lavoro dell’artista francese Pauline Curnier Jardin (1980) con e all’interno del collettivo Feel Good Cooperative, fondato a Roma nel 2020 dalla stessa artista insieme all’architetta e ricercatrice Serena Olcuire e a un gruppo di sex worker trans colombiane. Il nucleo della Cooperativa è composto anche dalla fotografa e sex worker Alexandra Lopez, Giuliana Mira, Gilda Star, Barby de Martinez e Diana Veruzca Martinez.

    Per la prima volta in questa occasione, Feel Good Cooperative espone il suo lavoro in forma di mostra nella stessa città in cui ha concepito e portato avanti la sua pratica collettiva.

    “Triviale” è inteso come qualcosa di volgare e prosaico, banale. Trivia, invece, è la divinità romana degli incantesimi e degli spettri; è la protettrice dei trivi, gli incroci a tre vie, che veglia su tutte le persone che viaggiano a piedi. Il suo triplice sguardo si riflette in tutta la mostra sia dal punto di vista spaziale sia da quello concettuale, posandosi sulle strutture di potere che si sovrappongono nella monumentalità della città di Roma – l’Impero Romano, la Chiesa, l’eredità del fascismo – e rivelandole dalla prospettiva di un gruppo di sex workers.
     
    La mostra si presenta come un set teatrale in cui mettere in scena tanto la dimensione pubblica del sex work che quella domestica, affrontando con ironia temi quali l’identità di genere, le questioni migratorie e i lasciti del colonialismo.

    In aggiunta alle installazioni attorno ai tre video realizzati da Feel Good Cooperative Fireflies/Lucciole (2021), The Death of the Pope (2023), Le Colonne della Colombo (2023) che dividono la mostra in capitoli e lo spazio in isole, lo spazio espositivo ospita elementi scultorei concepiti dalle singole componenti della Cooperativa. Nel loro insieme, le opere in mostra presentano l’esperienza stratificata della Cooperativa con spudoratezza e senso del gioco. Esplorano l’arte della gioia e dello stare bene attraverso la performance, il gioco di ruolo, la bellezza e l’intrattenimento, rivelando la presenza fondamentale di questi elementi sia nel sesso che nella pratica artistica.

    La mostra è stata concepita nell’ambito di un laboratorio continuo, denominato Feel Good Accademia di Belle Arti, lanciato all’inizio del 2023. Si tratta di una serie di incontri, proiezioni di film, lezioni e sessioni pratiche con artigiani, accompagnate da conversazioni sul significato del fare arte: sull’autorappresentazione e sull’autodeterminazione, ma anche sul tema poco affrontato della remunerazione economica.

    Triviale cerca quindi non solo di estendere i confini dei linguaggi dell’arte e dell’autorialità, ma anche di rivelare voci e visioni che raccontano la città di Roma, con e dai suoi margini. Nascoste sotto l’imponenza degli stessi monumenti di cui cercano di decostruire il potere, le componenti della Cooperativa presentano così la loro storia liminale di Roma.

    Fino al 12 Maggio 2024

    Dove: MACRO – Museo di Arte Contemporanea – Roma

    Info: http://www.museomacro.it

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