MEDITERRANEA

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Le regioni del Sud Italia nella loro ormai avviata corsa verso un maggiore protagonismo devono dotarsi di una riconoscibilità anche nel loro nome che faccia sintesi delle diverse identità che le compongono. Il passato come il presente offre una traccia che però rischia di apparire nostalgica laddove serve proiettarsi nel futuro. Il futuro del Sud non può essere meridione di qualcos’altro, né nord di altro ancora; inoltre il mare che circonda l’intera penisola non è un limite o un confine invalicabile ma una strada che mette in comunicazione le varie civiltà e le varie economie rivierasche. Serve che questa parte della penisola italiana venga nominata con un nome che faccia sintesi di queste oggettive realtà.

 

Riteniamo e proponiamo che il nome da dare a questa Terra contenitrice di genti così tanto differenti e che va dal Tronto e Volturno a nord fino alle estreme propaggini meridionali della penisola italiana può essere “Mediterranea” perché mediterranei sono certamente i suoi abitanti, e mediterranei sono i suoi interessi e destini, e mediterranea è la sua cultura, e mediterranea sarà la nuova economia che dovrà nascere. E questo nome utilizzeremo nel prosieguo della narrazione.

 

Queste economie che si affacciano sul Mediterraneo stanno subendo la esclusione dal banchetto planetario anche a suon di sanguinose guerre civili. In tutto il mondo ormai si attende un modello di sviluppo diverso da quello nordico; modello nordico che è poggiato sulla competizione, concorrenza e quindi sulla espulsione dei meno fortunati; serve individuare una filosofia economica e politica molto differente e cioè poggiata sulla inclusività crescente anche delle imprese marginali e delle persone meno produttive senza cedere alla scorciatoia della assistenza.

 

Lo sviluppo di Mediterranea coinciderà con lo sviluppo e la crescita e la nascita delle imprese che vi opereranno; imprese che non possono più pagare per servizi che non hanno.

 

 

 

Mediterranea dovrà riprendersi la responsabilità di forgiare il proprio futuro e quindi deve riappropriarsi delle proprie risorse iniziando dalla energia verde prodotta con il suo sole e il suo vento; produzioni di energia che dopo aver ammortizzato gli impianti fissi e aver realizzato un notevole profitto, ormai vengono prodotte a costi vicini allo zero; energia che va oggi ad ingrassare altri che pagano le tasse altrove lasciando che le nostre imprese paghino bollette pari a quelle delle imprese allocate in aree consumatrici e ricche ma che non producono sufficiente energia verde. Il nostro sacrificio ambientale (e quindi turistico e agricolo) e comunque le nostre risorse “verdi” -appunto il sole e il vento- non ci vengono accreditate e le bollette non ci vengono scontate. Sono risorse dei cittadini mediterranei e non della loro classe politica spesso di infimo ordine e selezionata dai partiti con sede e cervello altrove proprio in base al suo basso livello culturale. Quindi mai parti o la totalità dei ricavi di tali risorse devono andare alle multinazionali che non sono proprietarie del sole e del vento né, tanto meno, ai politicanti locali ma direttamente ai cittadini in ragione del consumo che fanno di energia perchè se l’ambiente e il sole è di tutti anche di tutti deve essere il vantaggio che se ne ricava; cioè questa è la giusta allocazione di questa risorsa! Così facendo si tonifica il mercato locale e si rendono più competitive le imprese locali esposte ai rigori della concorrenza ineguale delle multinazionali alleate della politica nazionale e sovranazionale compensando parzialmente le diseconomie subite dalla mancanza di infrastrutture e dai danni e costi ambientali e paesaggisti subiti..

 

Anche le energie fossili devono tornare ai loro legittimi proprietari che sono i cittadini di Mediterranea e non certo le caste politiche che li governano, né gli estrattori che hanno diritto a vedersi restituire le spese occorse alla estrazione e un giusto profitto. Mediterranea è la seconda produttrice di petrolio d’Europa e serve adottare anche in Italia il modello norvegese che rispetta la titolarità di quella proprietà che non è e non può essere altri che dei cittadini. Usualmente se un’area ha il petrolio la popolazione è ricca tranne che in quei posti in cui le multinazionali -forti delle concessioni avute dalle autorità locali come accade in Libia o altrove- portano altrove quelle risorse; lo stesso, come detto, accade per l’energia verde. Trattare Mediterranea e segnatamente la Basilicata, alla stessa stregua di territori africani o asiatici o americani del sud, è inaccettabile; essere poi lasciati letteralmente a se stessi e poi essere costretti a pagare le tasse come se si fosse beneficiari degli stessi servizi delle aree ricche sembra una vera beffa.

 

Tutto questo significa che l’intera area è energeticamente profondamente diversa dalle altre aree e quindi deve dotarsi di una Autorità per l’energia specifica per questa economia in profonda trasformazione.

 

 

 

L’altra risorsa decisiva di Mediterranea è il risparmio che tradizionalmente è eccedentario rispetto alle richieste locali. È necessario che il risparmio rimanga lì dove si è formato, (spesso con indicibili privazioni) e ivi investito con contratti di finanziamento che siano pensati ad hoc per le imprese minori locali. Ovviamente va ricostituito un sistema creditizio che riesca a riempire i vuoti lasciati dallo scippo del Banco di Napoli e quello ancora più grave (anche se più “piccolo”) della Banca Popolare di Bari; per non voler ricordare le altre decine e decine di banche scomparse negli ultimi decenni.

 

 

 

Inoltre la dotazione infrastrutturale di Mediterranea è una frazione di quella delle altre aree d’Italia e dunque non può essere accettato che il sistema fiscale sia lo stesso. Due aree molto diverse come potrebbe essere l’Albania e la Ruhr, il Nord Italia e il Montenegro non possono avere lo stesso sistema fiscale. La legislazione fiscale va profondamente diversificata non tanto per ridurre il gettito -che responsabilmente riteniamo necessario garantire- ma per azzerare la burocrazia e il rischio di accertamenti che per le imprese minori che non hanno i mezzi e la cultura adatti a reggere la odierna imposizione fiscale.

 

 

 

Un fisco differente, bollette più leggere, benzina più economica sono gli ingredienti necessari per una maggiore giustizia sulla quale si può poggiare il futuro del recupero della nostra competitività a tutto vantaggio anche dell’intera area vicina a Mediterranea.

 

 

 

Corollario non secondario è la fine del periodo degli “aiuti” sia che siano a fondo perduto o a credito d’imposta. Erogare parti peraltro significative del gettito fiscale per il rifacimento delle facciate dei palazzi o per il ristoro dei bilanci delle multinazionali che operano in Mediterranea è assolutamente fuori non solo dalla legislazione europea ma anche della logica più elementare e, qual che più conta, dai nostri interessi e dalla equità. Le risorse pubbliche fornite dai contribuenti vanno utilizzate per colmare il colpevole ritardo nei settori primari dell’attività pubblica: la sanità, la scuola, la sicurezza, la giustizia vanno modernizzati e efficientati con precedenza assoluta. Lo sviluppo futuro potrà essere sostenibile e duraturo solo se poggiato su risorse endogene e non certo su regalie di qualunque genere da qualunque bilancio provengano. L’epoca dei “trasferimenti” ha dimostrato di non essere stata all’altezza delle attese e quindi deve essere chiusa senza rimpianti. Né elemosinare poche o tante opere pubbliche che avrebbero dovute essere edificate da decenni può essere una qualunque forma di politica.

 

La nuova regola è quella dei fattori della produzione (energia, stato, risparmi) che vadano pagati a chi li produce e da chi li usa per il loro valore e nella misura in cui vengono utilizzati. Terminando con lo spreco delle risorse pubbliche per aiutare questo o quel settore.

 

CHE E’ L A REGOLA-BASE DI OGNI ECONOMIA CHE E’ CONFORME ALLA CULTURA E IDENTITA’ DI MEDITERRANEA; CULTURA CHE SI E’ DEPOSITATA PER VOLERE DEL SUO POPOLO NELLA SUA STORIA MILLENARIA. 

 

CANIO TRIONE

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