Era solo una bambina

67 Visite

Così come Paola Cortellesi ha voluto tradurre nel  film “C’è ancora domani” le storie che  le venivano raccontate da bisnonne, nonne e zie, componendole in una trama che disvela il ruolo della donna  nell’immediato dopoguerra, alla stessa maniera Isabella Antonacci dichiara nella nota finale del suo romanzo “Era solo una bambina” (379 pagg., 18 euro, Secop ediz.) che si tratta di pezzi di vita raccolti dalle voci di chi li ha vissuti, accomunate dalla vergogna che il tempo ha diluito ma non cancellato.

L’intento sia della regista Cortellesi che della scrittrice Antonacci è il medesimo: restituire dignità e voce a tutte le donne vittime di una vita ingiusta e che, a modo loro, hanno provato a riconquistare quella dignità che era stata portata via loro senza che neanche vi si potessero opporre in secoli di patriarcato in cui la condizione femminile si è sacrificata tra le mura domestiche. Una condizione caratterizzata da totale asservimento alle figure maschili grezze e violente, da abusi psicologici e fisici.

Isabella Antonacci lo fa attraverso la figura di Mariuccia, emblema personificato di tutte le bambine senza infanzia, delle ragazze senza adolescenza, delle donne violate nel corpo e nell’anima.

Nasce così questo romanzo che tocca corde profonde, radicate nell’inconscio, di soprusi e ingiustizie taciute, tracciando un solco di dolore fecondo nel sottosuolo di una umanità sfatta, povera, alla deriva.

 

La storia è ambientata nella diversità dolorosa del Sud di cui parlava Pier Paolo Pasolini, in quel paese della terra di Bari, scrive I.A. Siamo nel 1933, il consenso politico verso Mussolini sale, Hitler prende il potere in Germania, si prepara il terreno per l’avvicinamento dell’Italia alla Germania nazista che porterà ad una vera e propria alleanza tra i due Paesi. Mariuccia ha solo nove anni, orfana di padre, figlia di Nellina che, per assicurare il pane ai suoi figli, scioglie lo stato di vedovanza sposando Peppino, vedovo anche lui e con due figli a carico. Un matrimonio impastato con la morte che dà forma ad una sorta di famiglia allargata, maschilista e chiusa nei preconcetti e nei pregiudizi del periodo. Era quel pomeriggio di fine novembre quando troc troc, il rumore sordo della doppia mandata rimbomba nel silenzio della casa, segnando per sempre la vita della piccola Mariuccia, che verrà abusata dal fratellastro Angioletto, di diciassette anni. Il ragazzo occupa nella gerarchia familiare il posto immediatamente successivo al capofamiglia, godendo del rispetto di tutti, tant’è che la colpa dell’incesto/stupro ricadrà senza ombra di dubbio sulla piccola Mariuccia, la quale non potrà fare altro che chiudere gli occhi, trattenere il respiro e ingoiare senza sentire né sapore né odore come faceva quando le toccava di mangiare le cime di rapa e le fave. L’episodio diventerà il punto di non ritorno di un cavalcante processo di disumanizzazione dei membri della famiglia, a partire da Nellina, quella mostruosa madre che ha concepito e partorito i figli, forse senza mai desiderarli davvero. Un legame, quello tra Mariuccia e sua madre, che unisce e disunisce, che crea una gabbia utile non solo a confinare ma anche a proteggersi da ciò che viene rinchiuso nel silenzio connivente della società patriarcale, di cui la sottomissione, la perdita della propria identità e il sacrificio personale sono le colonne portanti.

 

Mariuccia verrà emarginata dal resto della famiglia, verrà carcerata in casa, in quella casa in cui si navigava nel veleno, per sopravvivere si dovrà adattare alle circostanze, dovrà aspettare e osservare il corso degli eventi in silenzio, facendo della mutilazione psicologica l’espiazione di unna colpa che non è sua, ma che deve sobbarcarsi per salvaguardare l’onore della famiglia. Quando compirà dodici anni, la madre le dirà “Mo’ finalmente ti puoi maritare”, dando l’abbrivio al folle epilogo del matrimonio riparatore, matrimonio celebrato in gran segreto e che ricorda tanto il matrimonio clandestino di Renzo e Lucia per il manzoniano sgattaiolare furtivamente in chiesa, dove ad attenderli vi è Don Savino, un ibrido ben riuscito tra la pavidità di Don Abbondio e la coraggiosa militanza sulla strada del Bene di fra’ Cristoforo. Numerosi i parallelismi con il romanzo di A. Manzoni, se non fosse che i promessi sposi di I.A. sono legati tra loro da un rapporto di vaga e indefinita affezione soverchiata dall’urgenza di sottrarsi allo scandalo e salvaguardare l’onorabilità della famiglia. Nessun amore tenero e tenace come quello degli sposi manzoniani, dunque, ma solo l’urgenza della riabilitazione sociale. Manzoniana è anche l’immagine struggente di Mariuccia che stringe a sé il corpicino esanime di suo figlio, ricordando la figura della madre di Cecilia.

Mariuccia non piange e non urla. Seduta sul pavimento, stringe tra le braccia suo figlio e lo culla, poi lo adagia sul letto e lo accarezza, in un susseguirsi di gesti sempre uguali, lo sguardo immobile, asciutto e vuoto. E Manzoni, invece, scrive della mamma di Cecilia: una donna (…) dal languor mortale, i cui occhi non davan lacrime ma portavan segno di averne sparse tante, una donna il cui dolore viene definito pacato e profondo.

 

E ancora manzoniana appare Suor Camilla, la superiora che accoglie Mariuccia con la misericordia dell’abito che indossava e la comprensione della donna, su richiesta di don Savino che, pure, manzonianamente, si interroga su dove sia la Provvidenza, su dove fosse il giorno in cui Mariuccia con i denti da latte ancora in bocca, ha dovuto rinunciare alla sua infanzia.

 

Alla microstoria dei diversi personaggi si intreccia la macrostoria collettiva: L’Autrice scrive in maniera lucida e veritiera pagine che evidenziano i meccanismi più brutali e mostruosi che portano sistematicamente alla sopraffazione dei più deboli, delle donne. Nonostante già dalla fine dell’Ottocento in Europa stessero sorgendo le prime organizzazioni femministe tra i cui principali obiettivi vi era l’emancipazione dalla tutela patriarcale, il romanzo rivela come restasse invariato l’atteggiamento discriminatorio nei confronti delle donne specie qui al Sud, dove la rispettabilità femminile veniva costantemente misurata in relazione allo stato matrimoniale e dove veniva loro concesso come massima realizzazione culturale e professionale di diventare maestre. Il sogno di Mariuccia, così entusiasta del gioco delle parole e del vocabolario ricevuto in dono per la sua Prima Comunione dall’amica Rosellina: Io voglio diventare una maestra, tutta bella e istruita, dice.

 

Non si risparmia, Isabella Antonacci, nel denunciare il fascismo che, strumentalizzando forme di maschilismo ben radicate nel nostro Paese, attuava un’energica propaganda demografica, relegando le donne al ruolo di fattrici: Sei figli, eh? Tu sì che sei una femmina italiana, afferma entusiasta uno dei due fascisti vestiti di nero dalla testa ai piedi che fermano Nellina con le sue bambine.

 

Mariuccia appare una straordinaria figura femminile nella sua contraddittorietà, nel suo commettere ingenui errori che le costeranno più di un’esecuzione familiare e ciononostante capace, per forza di volontà e genuini slanci d’affetto, di superare le difficoltà, rimediare agli errori e giungere ad una chiaroveggenza e ad un equilibrio interiori che le permetteranno di accettare la sorte con docilità e con fiducia, priva di pregiudizi.

 

Sembra di rivedere Adriana, la protagonista de La romana di A. Moravia, quando diceva di sé che la sua forza fosse la povertà, la mamma, la sua brutta casa, i suoi vestiti modesti, le sue umili origini, le sue disgrazie, e, soprattutto, quel sentimento che le faceva accettare tutto ciò e che era profondamente riposto nel suo animo come una pietra preziosa dentro la terra.

 Mariuccia è il ritratto complesso ed estremamente realistico di una giovane donna che, suo malgrado, si ritrova in un vortice di disgrazie ed equivoci e a cui riesce sempre a contrapporsi con spirito puro e genuino. Una creatura fatta per amare che non sembra corrompersi a contatto con un mondo gretto e avaro di felicità. Fulcro ideale attorno a cui ruota l’intero romanzo anche negli anfratti più drammatici, ci si augura il suo riscatto fino alle ultime pagine, perché mai ci si vorrebbe arrendere davanti alle ingiustizie della Storia che prosegue come se Mariuccia non fosse mai esistita.

Attraverso una prosa misurata, Isabella Antonacci trova nel dialogo il modo a lei più congeniale per rappresentare ogni singolo personaggio e sondarne la complessità psicologica. Soffermandosi su un variegato catalogo di sfumature verbali ed espressive, innalza la tensione narrativa necessaria per raccontare la condizione sociale della donna in un paese disperato, in cui ciò che spicca è il senso stoico e di fede della protagonista che affronta a viso aperto il suo destino segnato già dalla nascita con il marchio del malaugurio.

News dal Network

Promo