Monteruga: il potere seduttivo dei luoghi abbandonati

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MONTERUGA (Fandango Libri, 173 pagg., 16 euro) è la prima incursione nel mondo della narrativa da parte della giornalista Anna Puricella, classe 1982. Una prova di scrittura limpida e rara nel tempo silenzioso e privato di chi decide di restare nel luogo di origine, vivendolo, respirandolo e interpretandolo in una vertigine continua di cambiamenti.

Il focus della storia è su Monteruga, un paese abbandonato che ha resistito al tempo, al crollo parziale della parete laterale, all’abbandono degli abitanti. Vicino a San Pancrazio Salentino, dove l’Autrice è nata, Monteruga fu fondato nel ventennio fascista, tipico esempio di villaggio rurale che diede impiego a molti lavoratori nella produzione di tabacco, olio e vino. Era stata la promessa del riscatto di una terra intera, quel luogo. Un paese che la Puricella definisce eterna mia ossessione, poiché ne subisce la fascinazione. È il potere seduttivo dei luoghi abbandonati organizzato in una vera e propria scienza poetica dalla cilentana Carmen Pellegrino, l’abbandonologia, una sorta di recupero alla coscienza del vissuto storico legato al territorio. E infatti appare da subito evidente la tenacia con cui la Puricella oppone resistenza all’oblio del tempo, tiene in vita la memoria di chi, quei luoghi, li ha abitati, ricomponendo le loro esistenze con un coro di voci sommesse.

Il Sud che emerge non è quello patinato dei depliant turistici, quello instagrammabile i cui ingredienti sono mare caraibico, tramonti mozzafiato e parature policromatiche, ma è quello di Vittorio Bodini, quello delle “case di calce / da cui uscivamo al sole come numeri / dalla faccia di un dado”, quello di “qui non vorrei morire dove vivere / mi tocca”.

Monteruga diventa protagonista della scena nel momento in cui vi si trasferisce Angelo, un giovane invecchiato all’improvviso, vittima di un infortunio sul lavoro, “tra un palo che cade ed un tubo che scoppia” della Puglia cantata icasticamente dal rapper Caparezza. L’incidente rappresenta per Angelo la svolta in negativo della sua vita: da quel momento in poi fioccheranno una serie infinita di rifiuti, da quello della fidanzata storica a quello dei datori di lavoro. Angelo diventerà per tutto il paese Angelo Servequalcosa, perché “Serve qualcosa?” era la frase che lo accompagnava a ogni incontro casuale per la via.

La drammaturgia di scena, il motore propulsivo della storia, scaturiscono dall’incontro di Angelo con Valerio. Erano stati l’uno l’amico d’infanzia dell’altro, solitari com’erano, figli di poche parole.Valerio è l’alter ego di Angelo, quello che Si era immolato all’eroina e che Angelo non era riuscito ad aiutare. Valerio era diventato un altro e se n’era andato pure lui.

Angelo e Valerio sono “spatriati” alla maniera intesa da De Siati, nel senso di sradicati, scaleni, irregolari. Ma spatriati anche come frutto del giudizio degli altri quando non sanno dove metterti nel loro mondo ordinato e fisso. Due outsider degli anni Novanta, due ragazzi non integrati che vivono al margine della realtà del paese, definito dalla Puricella provincia cronica, che richiama la provincia animata da incertezze e perdizioni di Pier Vittorio Tondelli. La provincia diventa luogo di lotta e di difesa di sé, della propria identità, il punto zero da cui cominciare la costruzione di un atlante di percorsi sbagliati e sbarrati che svelano la profonda e irriducibile fragilità dei protagonisti.

La scena di Monteruga si fa irreale, albuginea tra le strade vuote e le case mute, scoperta nel suo rinviare alla falsità del quadro consumistico e alla solitudine bruciante dei personaggi che la abitano.

Anna Puricella sviluppa il tema del doppio come uguale ma contrario attraverso le figure di Angelo e Valerio, polarizzandone i caratteri e le storie e arrivando a delineare solo in filigrana colui che sarà il perdente, colui che Thomas Bernhard nel romanzo IL SOCCOMBENTE definisce come appartenente alla categoria “degli uomini da vicolo cieco”. Sarà Angelo che non sogna, non aspira a diventare, che è semplicemente risucchiato in una spirale ossessiva che ha fondamento, genesi ed epilogo nella marginalità periferica o sarà Valerio dal cui corpo l’eroina non se n’è mai andata cancellando, scrive la Puricella, le tracce del bambino che era stato?

In questo binomio antinomiale il presente si intreccia col passato senza soluzione di continuità, scandito al ritmo di sette notti. I piani temporali sono emulsionati nella sospensione che si consuma in una estenuante attesa di qualcosa che possa dare un senso alla vita, tra ore che scorrono e spazio scrutato. Quando il buio cala, il borgo torna ad essere popolato come se i suoi abitanti non fossero mai andati via da lì, allegoria di ciò che è stato e che inchioda all’essere qui e ora.

Monteruga come la Fortezza Bastiani de Il deserto dei tartari di D. Buzzati, una vecchissima e ormai inutile guarnigione in una zona di frontiera abbandonata, abitata dalla solitudine, dai gesti ripetuti, da silenzi profondissimi squarciati dal vociare festoso degli abitanti notturni del paese in cui non si muore, in cui Non mancava niente (…). La vita cominciava e finiva lì.

Intorno ai due personaggi principali ve ne sono altri ben costruiti che propongono un policentrismo narrativo funzionale all’idea della realtà composita e organizzata in archetipi, tanti quanti sono le sfaccettature dell’animo umano, dal barista Pasqualino Settebellezze dai mille trucchi per risparmiare caffè al fruttivendolo ambulante California e a Lucia detta Lucio perché il paese sa essere feroce, e gli basta una vocale per colpire al cuore. L’Autrice è assai abile nell’intercettare piccoli segni, impercettibili tic, che illuminano e danno profondità alla natura degli esseri umani, rivelando il senso delle cose meglio di qualunque sociologo. Una geografia umana fatta di frontiere, paesi e terre di mezzo, vite sacrificate e striminzite che risultano essere il fine ultimo del gesto spontaneo di Anna Puricella, la sua esigenza etica immediata, per dimostrare a sé stessa e a chi la leggerà che il mondo cui appartiene non è quello testimoniato dalle feroci cinghie di trasmissione di un turismo onnifagocitante, ma è quello effettivo, fatto di luci e ombre, di un passato glorioso e di un futuro nebuloso in cui è di casa.

Letteratura e luoghi si fondono in una texture alchemica che trasforma la rabbia di esistere in amore viscerale, bussola per orientarsi nella terra d’origine. Il tutto attraverso una scelta stilistica che lascia spazio, tradendo la sua appartenenza al mondo del giornalismo, alla cronaca, alla descrizione precisa e puntuale, quasi da regista, se pur con un linguaggio ed una sintassi altamente poetici al punto di incastrarsi in alcuni preziosi endecasillabi dalla musicalità dello scirocco d’agosto che tutto scombussola.

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