CANE NON MORDE CANE (MA MORDE TUTTI GLI ALTRI)

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Un tempo si diceva: “cane non morde cane”. Forse è ancora così. A tre giorni dall’arresto di un ex vicedirettore di una testata nazionale, accusato di pedopornografia insieme alla sua compagna trevigiana, i loro nomi restano ignoti.

Si parla di tutela dei figli minori di lei, presunte vittime della vicenda. Ma, a pensar male, si fa peccato e spesso ci si azzecca. Perché in altri casi analoghi queste cautele non sono state adottate? Quanto pesa il nome di questo ex vicedirettore?

Di lui sappiamo solo che è un giornalista importante e, quindi, molto probabilmente iscritto all’Ordine nazionale dei giornalisti, e che ha un’età compresa tra i 47 e i 53 anni: anche su questo punto i giornali hanno riportato le più svariate versioni. Sappiamo inoltre che è stato vicedirettore di un telegiornale nazionale ed ex dirigente della comunicazione di una società statale.
Un curriculum non certo comune, e quindi un identikit facilmente ricostruibile anche con una ricerca un po’ più approfondita. Eppure tutto tace: nessuno sa nulla, neppure della sua residenza.

Della compagna, invece, che è un’insegnante, sappiamo molto di più: oltre all’età, anch’essa nello stesso range, è indicata come originaria del Trevigiano, restringendo così di molto il raggio d’azione.

Perché della donna sappiamo molto più che dell’uomo? Semplice: perché “Mister X”, come lo chiameremo d’ora in poi, conta molto più di lei. E il riserbo sulla professoressa serve, di fatto, a proteggere lui.

È allora inutile scomodare il ricordo dell’ingiustizia subita da Enzo Tortora: questa vicenda, anche per le modalità del fermo, non ha nulla a che vedere con ciò che accadde al presentatore di Portobello.
È vero: nel nostro sistema giudiziario si è innocenti fino al terzo grado di giudizio. Ma è altrettanto vero che non tutti partono dallo stesso punto. E chi ha relazioni, visibilità e peso pubblico ha anche più strumenti per difendersi — soprattutto mediaticamente.

Ciò che segue non è moralismo. È, o dovrebbe essere, etica della professione. Perché, diciamolo senza ipocrisie, in Italia la categoria dei giornalisti — insieme a quella dei politici e dei giudici — non gode esattamente di grande fiducia. E comportamenti come questo non fanno che peggiorare le cose.

Se l’informazione è il sale della democrazia, un’informazione che protegge alcuni ed espone altri è un’informazione marcia.

E allora, per quanto possa far sorridere la celebre battuta del Marchese del Grillo — “io so io e voi non siete…” — qui non c’è proprio niente da ridere.

Volete esempi? Eccone alcuni.

Partiamo dai più deboli: i minori. Quelli che, sulla carta, dovrebbero essere i più tutelati.

·         2024 – Pescara, il caso Luciani. Un sedicenne ucciso per un debito ridicolo. Nel giro di pochissimo tempo il suo nome, il suo volto e pezzi della sua vita sono diventati di dominio pubblico. Altro che tutela: qui si è costruito un racconto, anche a costo di sporcare la memoria della vittima.

·         2023 – Caivano. Nomi protetti, certo. Ma con una tale quantità di dettagli su quartiere, contesto e dinamiche da rendere quelle bambine riconoscibili a chiunque nel loro ambiente. Una tutela solo formale.

·         2019 – Bibbiano. Minori trasformati in bandiere politiche. Foto, storie, slogan: tutto utilizzato per alimentare lo scontro, senza alcuna reale protezione per chi avrebbe dovuto restarne fuori.

·         2010 – Avetrana. Il caso Scazzi resta il punto più basso: il dolore trasformato in spettacolo continuo. Una tragedia familiare consumata in diretta televisiva.

Ma non riguarda solo i minori.

·         2026 – Rogoredo. Un assistente capo di polizia fermato per omicidio. In meno di 48 ore il suo volto è ovunque. Nessuna sentenza, nessun processo: ma la gogna è già servita.

·         2016 – Il caso Cantone. Una vittima lasciata sola davanti a una macchina mediatica che ha fatto il resto. Qui non è mancata la legge. È mancato tutto il resto.

E allora la domanda è semplice: perché in alcuni casi si racconta tutto e in altri non si può raccontare niente?

Si osservi, ad esempio, quanto accaduto anche nella tragedia di Crans-Montana: nomi emersi solo quando resi pubblici dagli interessati, riserbo totale su contesti familiari e personali.
Una cautela che, a quanto pare, non è sempre garantita a tutti.

È davvero solo una coincidenza?

Il sospetto è che, al di là delle norme e dei codici, la tutela segua un’altra logica: quella del peso.
Non cambia la legge. Cambia chi hai davanti.

Altro che grandi narrazioni ideologiche. Alla fine la linea è sempre quella.
Chi sta sopra e chi sta sotto.

O, per dirla con Pasolini, i “borghesi” e i “fratelli dei cani”.

E allora sì, l’Ordine dei Giornalisti può continuare a imporre corsi, codici, aggiornamenti.
Ma se l’informazione resta selettiva — accomodante con alcuni e feroce con altri — il problema non è la formazione.

Il problema è la coscienza.

Lorenzo Valloreja

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