Opera senza autore

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 È abbastanza singolare il fatto che nell’ attuale società materialista, in cui i ragazzi sono dediti alla costruzione dell’immagine di sé, trasformando in merce la propria presunta personalità, sponsorizzando prevalentemente make-up, vestiti e articoli di consumo e generando ciò che Baudelaire definiva “gouffre”, ovvero un vortice sensazionalistico in cui vendersi al miglior offerente pur di ottenere fama e denaro, vi sia chi, a soli ventitré anni, pubblichi una silloge poetica.

 E’ il caso del giovanissimo Luciano De Pascalis, andriese di nascita ma salentino d’adozione, che nell’ottobre del 2020 ha affidato alle cure della casa editrice Albatros la sua prima raccolta di poesie, Opera senza autore.

 Un titolo che è una boutade, giacché l’identità dell’autore è espressa senza nemmeno ricorrere ad uno pseudonimo, e che esprime da subito la forte consapevolezza della volontà poetica di De Pascalis. Un paradosso, quello dell’autore, che già Borges aveva affrontato, smarcando l’io dalla figura di chi scrive per paura che fagocitasse la stessa figura del costruttore dell’impianto narrativo, impianto poetico in questo caso. L’identità dell’autore va taciuta, sostiene lo scrittore argentino, perché è portavoce dell’essere umano e del suo sentire, l’autore deve scomparire in un gioco di specchi rinunciando al narcisismo esibito. Ed è della stessa idea il De Pascalis, evidentemente, per il quale scrivere non equivale ad una partita a scacchi in cui tutte le mosse sono prevedibili, ma è più simile ad una partita a tennis, governata dalla imprevedibilità della risposta dell’avversario.

 De Pascalis ha partorito queste liriche e ce le consegna: il testo viene verso di noi come veicolo di una intenzione umana in forma di linguaggio avviato da una spinta iniziale, si muove autonomamente cercando di raggiungere il suo obiettivo, chiede di essere letto, genera cerchi concentrici nella nostra coscienza. È in questo il gioco della verità nella finzione della finzione che il giovane poeta mette in scena.

La raccolta si divide in quattro sezioni: Solitudine, Storie e personaggi, Notturni e Amore. Quattro stagioni dell’anima a ripartire la vita di un uomo in modo ciclico e costante.

 Solitudine come sentimento dolente e non come status momentaneo relativo alla mancanza di compagnia, che pure è fondamentale per l’uomo, per definizione animale sociale, coinvolto sempre in un intimo dialogo con gli altri. “Non è mai stata così semplice / la solitudine”, scrive De Pascalis, affermazione quanto mai attuale nel periodo di isolamento e reclusione forzata legato alla pandemia da Covid del 2020. Un’esperienza molto forte che ci costringe a pensare, a confrontarci vis a vis con l’assoluto senza mediazioni, a dispetto del predominio del fare. Una condizione dell’anima, una personale e intima ricerca, un desiderio interiore talvolta progettato ad hoc, come quando “un uomo ha spento all’istante / … / l’esercito trapuntato di stelle… / per sentirsi un po’ più da solo”. Perché De Pascalis, come pure Emily Dickinson scrisse, pensa che l’essere umano sarebbe forse più solo senza la sua solitudine, una condizione esistenziale bivalente resa molto bene dalla lingua inglese, che si dimostra più precisa e netta dal punto di vista semantico distinguendo la solitude, il piacere di star soli, dalla loneliness, il dolore dell’isolamento.

 Per il Poeta la solitudine è una personale e intima ricerca, un desiderio interiore, una sorta di ribellione al mondo che spesso si mostra insensibile alle emozioni di chi lo abita; è la nostra stessa individualità a imporcela ed è impossibile sfuggirle se non a costo di perdere la nostra identità.

 Come la Dickinson aveva la poesia, i libri, le parole, la stanza, De Pascalis, vede l’uomo muoversi “tra libri e scarti e scontrini persi di gioco” e “la fattura per la gastrite”, laddove la gastrite rappresenta il calderone bollente dell’essenza individuale ricolmo di ingredienti succulenti, acidi e disgustosi al contempo “in questo insano mondo verticale”, un mondo che giudica, che non sa mettere in discussione la propria ignoranza, un mondo contrapposto a quello orizzontale più democratico, inclusivo, egualitario.

Una solitudine basata anche sulla tragedia atavica dell’incomunicabilità umana, rappresentata da “un libro letto da un giovane cieco a un sordomuto”, da “una traduzione di lingua straniera in una lingua stranita”, ma anche una solitudine addolcita dalla consapevolezza di non aver perso la speranza “di non poter più sperare”.

 La seconda sezione racconta storie e personaggi come Euridice, metafora dell’animo umano che soccombe sotto lo sguardo analitico di chi vuol vivisezionare la sfera dei sentimenti (Orfeo “le tolse la vita e amore per la curiosità di un’umana specie”), ma anche come Ofelia, protagonista indimenticata dell’Amleto shakespeariano, icona della follia d’amore satura di estetica simbolista, la cui bellezza “è come un calcio dritto nel culo, un pugno nello stomaco” alla stessa maniera dell’amore, abbattendo il dualismo cartesiano tra res cogitans e res extensa grazie all’anatomofisiologia del dolore.

Si legge anche la storia di chi vuole capire e “forse non capirà mai”, di un uomo arrestato nei giardini dell’università, di “donne curve di carità agli angoli delle strade”, della guerra che fa “strazio di fanciulle inermi”, raccontando un’umanità variegata e piegata nella sua solitudine senza rimedio, percependone il non-senso alla maniera di Emil Cioran.

 Nella terza sezione vi si trova un rigurgito romantico dell’alternanza di sentimenti dolci e sognanti e sentimenti cupi e di profondo sconforto. E’ emblematica l’immagine della poesia che è nel cielo e “che lascia su questa amara terra gravosa / l’inetto passare delle solitudini degli uomini / chiusi in un giardino di quattro mura” tra pareti stanche e consumate. Al contempo il Poeta scrive “Come può esserci un vita senza osservare il cielo / così la forza delle nature delle nostre anime sovrapposte / ha perso la voglia di salutare le amicizie disperse / e di guardarsi negli occhi per chiedersi – come stai? -”, riproponendo lo scenario pandemico di un tempo sospeso e di una socialità sempre più rarefatta, coordinate che intercettano il dramma della solitudine, risultato della desertificazione delle occasioni di incontro nel silenzio delle strade, delle città vuote, dell’individualismo diffuso, il quale, nella retorica mainstream, coniugato con la libertà in un binomio vincente, ritrae il cittadino cosmopolita contemporaneo. Essere soli appare un dato quasi più ordinario della vita sociale. “Incomprensibilmente”, denuncia il Poeta.

 

Quarta e ultima sezione è quella dedicata all’amore, vissuto come “marchio registrato di luoghi comuni / teoria consumistica che evolve la specie”, frutto del liberismo, mero accessorio di una società liquida dai toni freddi e inespressiva. Un amore incompiuto, subordinato al consumismo imperante, con data di scadenza a latere. De Pascalis riesce a trovarlo ancora nei matti, a metà strada tra gli dei e gli uomini, esseri che si sono privati della corazza di invulnerabilità, liberi da ogni etichetta e da ogni strategia, impavidi dinanzi alla sofferenza che dall’amore può scaturire.

 Paradigmatica del pensiero dell’Autore la lirica Lettere per una donna mai amata, che contiene “l’inesorabile scoramento per un ti amo mai sfiorato” e che tanto ricorda Zoo o lettere non d’amore di Viktor Sklovskij, con tutto il racconto dello straniamento d’amore che viene rifiutato, negato come fosse un veleno letale, nella distopia medica del confinamento, nel terrore “di vivere la dimensione del fallimento”.

Una raccolta poetica costruita con frasi brevi ed essenziali, ossute fin quasi a far male, dallo stile eterogeneo e dal ritmo incalzante, libere da ogni gabbia metrica, in cui poetica e grande impegno sociale si intrecciano e compenetrano producendo liriche di grande espressività artistica, ma anche strumento di denuncia grazie all’ “inchiostro ignifugo ai sentimenti respinti”, dice De Pascalis.

 Un poeta giovanissimo che sembra un contemporaneo pifferaio magico con lo strano cappello in testa – la Poesia -, che grazie alla musicalità del verso libero recluta cuori verso il sogno di una vita più consapevole, giacché l’uomo non è solo un agglomerato di cellule e cromosomi, ma è anche un coagulo di genio, creatività e amore.

 

 

 

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