Bruno Calvani, l’artista che visse 2000 anni dopo la sua ispirazione

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Disegnatore, pittore e scultore di portata internazionale, Calvani maturò la sua linea stilistica raffinando l’estro, durante l’intera vita artistica, consolidando la passione per l’archeologizzazione delle sue opere, destinate all’immortalità.

Dev’essere stata questa la pulsione ispiratrice che lo portava ad amputare le figure antropologiche che produceva, talvolta acefale, emule dei reperti dell’età preclassica di origine romana e micenea.

Classe 1904, esordì studiando da ragazzino nel 1918, alla fine della Grande Guerra, quando suo padre, imprenditore di un cementificio, accondiscese a fargli frequentare a Bari la bottega di Gaetano Stella, prestigioso forgiatore di bronzi, alcuni dei quali attualmente adornano piazze della città di Bari.

Era in quel periodo che Benedetto Croce criticò quella fiorente produzione con la stroncatura racchiusa nel termine ‘Monumentomania’, il cui concetto fu ripreso successivamente da Carrà, autorevole recensore di Calvani.

Retrospettiva “Bruno Calvani. La luce dell’antico”

Nella cornice del meraviglioso Castello angioino-aragonese di Mola di Bari, la cooperativa Armida è stata l’organizzatrice, nella persona del Presidente Carlo Mansueto, di un’importante Mostra retrospettiva dell’autore articolata nelle tre fasi della vita artistica: giovanile, post-formativa e matura, in corso dal 1°marzo al 30 settembre 2026.

La diffusione al pubblico di un vasto assortimento del patrimonio artistico dell’autore molese, scomparso nel 1985, è stata affidata alle cure del prof. Massimo Guastella (Docente UniSalento e curatore della mostra) che, con il patrocinio del Comune di Mola, ci ha lavorato su per circa 18 mesi perseguendo ricerche filologiche di attribuzione di autenticità e di significato condotte su appunti autentici e prove indirette di senso cronologico.

La vita

Calvani appartenne alla schiera degli ‘Italiens de Paris’ (Italiani a Parigi), con Giorgio de Chirico, Gino Severini, Mario Tozzi, dove condusse una vita bohemienne tra il 1928 e il 1942. Lì si distinse per poliedricità, coerenza e sobrietà. Appartenne all’associazione comunitaria del Sindacato degli artisti italiani, a Parigi, finalizzata all’organizzazione delle mostre collettive.

In quella compagnia spiccava il suo concittadino Onofrio Martinelli, sempre presente e buon amico, con il quale scambiò diversi ritratti reciproci tra cui un esemplare che è riportato nella Mostra.

Con l’amico Martinelli, B.C. condivise un minuscolo studio nell’impasse du Rouet durante il periodo parigino segnato dal post-avanguardismo. Era il periodo delle ristrettezze economiche, imposte dal carattere schivo del Calvani e dalla sua concezione anticonformista della cultura, non finalizzata alla sua commercializzazione.

A peggiorare la situazione intervenne l’abolizione del sussidio di 7 franchi che percepiva.

Per la sua tendenza antifascista, nel 1940, fu internato per alcuni mesi ai piedi dei Pirenei. Alla sua liberazione trovò il suo studio devastato. Non sappiamo quante opere andarono perse nel saccheggio.

Fu costretto a tornare in Italia, su segnalazione dell’amico Severini, per non incorrere nella ritorsione del partito di stampo nazista, in Francia, che perseguitava gli oppositori.

La produzione artistica, in mostra al Castello angioino-aragonese

Le opere attualmente esposte nella Mostra provengono prevalentemente da collezioni private, alcune dal Comune di Mola di Bari, altre dalla Pinacoteca Metropolitana di Bari e una dalla Galleria Nazionale di Bitonto.

La prima sala mostra le opere scultoree giovanili di Calvani, quando ancora voleva fare il pittore. Nello studio di Stella imparò le tecniche dell’arte plastica producendo, a soli quindici anni, rilevanti sculture di teste (cavallo, muliebre, uomo) ma, poco attratto dalle ultime propaggini del Verismo di fine ‘800, si trasferì a Roma.

Nelle prime opere si delinea già l’essenza dell’autore, interessato a modellare la plasticità dell’espressione e intento a conferire personalità ed emozione al modello rappresentato, non bloccato in una staticità morfologica. In tutta la sua produzione, egli studia attentamente la postura e le torsioni del corpo scolpito come testimonianza del movimento percepito, ‘congelato’ nell’attimo dell’osservazione tra la ricerca dell’equilibrio e l’esordio del movimento.

Transitando dalla prima sala, dedicata alla formazione, nella seconda si entra nel periodo adulto in cui frequenta De Chirico, Picasso e altri celebri interpreti di un periodo, per lui, non sempre costellato di soddisfazioni. Fa anche il decoratore e, per sopravvivere, deve sbarcare il lunario con occupazioni eterogenee: dal pugile allo scaricatore di porto, avendo la prestanza fisica che glielo consentiva.

Non aveva di che pagare i modelli delle sue opere. Per due anni non produsse nulla fin quando si servì della moglie come modella, la svizzera Helene Kristler che sposò nel 1936.

Le fotografie che la riprendono, assieme alle opere, consentono la datazione certa di queste ultime.

B.C. dovette rinunciare nel 1926 alla partecipazione alla Biennale di Venezia, al quale era stato invitato, perché non aveva il denaro per fondere le sue opere nel bronzo.

Solo per quest’affinità biografica e non per altre ragioni artistiche, le sue vicende finanziarie ricordano le peripezie che passò Vincent Van Gogh, costretto a dipingere continuamente autoritratti per mancanza di altri modelli.

Fu, forse, per il pittore olandese la monotonia del soggetto a impostare in lui il tratto espressionista come elemento distinguente un’opera da un’altra, in chiave introspettiva. I due autori, vissuti in tempi e luoghi diversi, non sono accostabili per altro, se non per la povertà come denominatore comune di orientamento di una parte della carriera. Calvani condivide un altro breve tratto comune casuale con il pittore olandese che potrebbe essere ravvisato nel ritratto della moglie, in una delle sue ultime opere, che presenta tratti vagamente espressionisti, peraltro distanti dal resto della sua collezione.

Entrambi vissero un clima familiare rigido: Vincent fu turbato da un profondo isolamento sociale. Bruno restò scosso dall’atteggiamento burbero del padre, seppur attento al figlio, ma che ne selezionava le propensioni. È popolare l’aneddoto che il padre di Calvani gli bruciasse gli strumenti musicali che usava per approcciarsi a questo genere, non più coltivato perché osteggiato.

Calvani restò sempre un convinto anti-impressionista.

Quello parigino fu un periodo prolifico di partecipazione e di organizzazione di mostre.

Nel continuo studio che lo portava a spaziare tra i generi, alla ricerca di un personale tratto figurativo, compaiono anche maschere di memoria greca, plasmate nell’argilla e in materiali più duttili del marmo e utili alla ricerca dell’espressione, oltre che della forma.

Qui si delinea il suo carattere filo-classicista nella produzione di opere che riproducono simil-reperti antichi. Questa propensione darà un tratto marcato della cifra stilistica, di cui sono testimoni i sorrisi arcaici di alcune sue opere.

Nel 1937, il suo estimatore Filippo De Pisis, artista e critico, lo invitò a partecipare all’esposizione Universale di Parigi dove Calvani arredò il padiglione italiano con un monumento alto tre metri, dal nome “La Corporazione del mare e dell’aria”. Quella mostra passò alla storia per la presenza inedita del murale “Guernica”, di Picasso.

Nel 1952, ormai nella fase matura, partecipò alla XXVI Biennale di Venezia (1952) presentando il Ritratto di Maria Giulia Fazzini, che ora è esposto nella Camera dei deputati.

Il prof. Guastella riferisce un aneddoto, emblematico delle condizioni economiche degli artisti, sull’episodio di Calvani che dovette farsi finanziare dal padre della modella Giulia a cui consegnò, per contratto, una delle due repliche della scultura affinché l’altra fosse esposta in quella Mostra.

 Nel 1961, realizzò per la città di Mola di Bari il monumento “Dona Flor”, dedicato all’opera lirica di Niccolò Van Westerhout. Questa statua non è stata tra le sue opere più apprezzate perché non era ‘nelle sue corde’ riprodurre un’immagine realista, in una fase conclamata di spiccato pre-classicismo.

Acclamato tra premi e mostre, fu anche nominato accademico di San Luca nel 1965.

La ricerca scultorea si interruppe a causa dell’ictus che lo colpì nel 1981. Per il conseguente impedimento psico-fisico si dedicò prevalentemente alla pittura. Morì, mai dimenticato, nel 1985.

La Mostra, attualmente presente a Mola, contiene anche un giallo: la presenza di una statua di donna, posizionata alla fine della prima Sala, che artisticamente non c’entra nulla con lo stile di Calvani. Il suo proprietario privato ne rivendica l’appartenenza autentica che, però, è alquanto controversa in quanto costituisce una soluzione di continuità stilistica se non, addirittura, un elemento di evidente discontinuità.

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Un elemento di rilievo è l’Arlecchino, dipinto da Calvani, ispirato alla commedia dell’Arte, esposto alla Mostra di Bergamo nel 1966.

Questa produzione rappresenta un ritorno all’ordine, forse una rivendicazione dell’identità italiana.

Come riferisce la storica dell’arte dott.ssa Valeria Nardulli, durante il Convegno successivo alla visita guidata del prof. Guastella tenutasi il 7 agosto 2026, la plasticità delle statue di soggetti umani, di Calvani, ricorda la scultura di Lisippo, risalente al 330 a.C. circa e dedicata ad Alessandro Magno, dove è evidente la postura di un piede avanti all’altro, così come verrà ripreso da Calvani.

Conclude il Convegno l’intervento della storica dell’Arte dott.ssa Rosanna Carrieri, intitolato con la frase di Calvani: “Portare e non prendere”, riferito allo scopo dell’arte di dare valore aggiunto e non di ricavare successo, notorietà e guadagni economici.

La sua prolusione ha avuto la capacità di andare oltre l’ambientazione artistica e storiografica, resa magistralmente dai relatori che l’hanno preceduta, immergendo gli spettatori nell’ambientamento realistico nella vita e sulle vicissitudini parigine dell’epoca.

La descrizione degli episodi, delle motivazioni e delle emozioni riferite hanno calato il pubblico in una realtà aumentata da quel ‘film storico’, reso con realismo partecipativo e sensoriale.

L’ascolto delle parole di chi conosce bene gli addentellati, le cause e le conseguenze dei fatti riportati immerge l’uditore in un metaverso contestualizzato dalle nozioni, dai riferimenti e dalle sensazioni evocate anche con la modulazione della voce, usati come veicolo ermeneutico. 

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