Fuori da ogni tempo

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Fuori da ogni tempo (Besa ed., 168 pagg., 15 euro) è il romanzo pubblicato da Rita Lopez, sociologa nata e cresciuta a Bari e poi trasferitasi a Roma.

Un romanzo che gira intorno al fulcro della memoria intesa in senso storico, emotivo e clinico e grazie alla quale il tempo stratificato a costituire il nostro humus, la nostra coscienza, viene recuperato.

 “Quindici metri di terra separano il livello attuale del cuore di Roma dal suo strato vergine (…) Quasi quindici metri di archivio silenzioso (…) Quindici metri di vita dimenticata.” Inizia così il racconto di Rita Lopez, una sorta di nuova ricerca del tempo perduto sedimentato sotto strati di terra e tra profondi solchi di materia grigia da scandagliare attentamente. Un certosino lavoro da archeologa volto al recupero del bandolo della matassa temporale, giacché questo è il tempo, un gomitolo che cresce su sé stesso, una bestia feroce che morde le cose e ci lascia l’impronta dei denti.

 Protagonista assoluta della storia è la donna declinata in ben tre figure. La prima a comparire sulla scena è Beatrice Novelli, barese di nascita, romana di adozione, madre di Luca e Davide, ormai più che adolescenti, un matrimonio alle spalle e una laurea in archeologia per seconda intenzione a quasi quarant’anni. A vent’anni Bea si era innamorata di un coetaneo studente di matematica tutto dedito allo studio, Gianni, poi divenuto suo marito, e alla sua causa si era votata come una moderna vestale, nonostante le proteste di sua madre che, ogni sabato, le telefonava da Bari redarguendola “Guarda che poi te ne penti! Guarda che poi non studi più.”

 E infatti Gianni si era laureato, aveva vinto il concorso a cattedra mentre lei non si era più iscritta ai successivi anni accademici. Era arrivato il matrimonio, erano nati i figli e la sua vita si era adattata ai ritmi della scuola, delle riunioni condominiali, delle tonsilliti, delle torte di compleanno, dei pranzi, delle cene, delle feste comandate…

“Il tempo acquista un’accelerazione desolante e ci si sente trascinati in un vortice che non permette di fermarsi”, scrive la Lopez. E “forse non ci si vuole neanche fermare”. Fino a che non ci si accorge che qualcosa sta inceppando il meccanismo. Beatrice scopre il tradimento da parte del marito e si ritrova caparbia e decisa a dire “voglio il divorzio” davanti alla “irritante consapevolezza di essere stati clamorosamente beffati”.

 Riprende le redini della sua vita, pronta a riappropriarsi del suo tempo. “Era contenta. E i suoi figli erano contenti di vederla contenta” con la trowel, la cazzuola, tra le mani.

Durante la campagna di scavi presso la casa delle Vestali, in un giorno soffocante di metà giugno, Beatrice farà la conoscenza di Lucio, un fotografo, una sorta di Clint Eastwood, un uomo gentile e dal sorriso disarmante che si farà travolgere immediatamente dal fascino della bella archeologa e dai mille miracoli di Roma.

Quando tutto sembra andare per il meglio, Beatrice inizia a notare delle stranezze nel comportamento di sua madre, seconda figura femminile del romanzo, seconda Vestale della storia, votata alla cura della famiglia che sottende il sacrificio del proprio tempo. Bea tornerà quindi nella città natale, Bari, ritrovandosi tra le mani un inquietante referto tac che nulla di buono lascia presagire: “atrofia corticale diffusa”.

 La diagnosi avrà presto un nome a confermare l’inquietudine della donna. Sua madre è affetta da Alzheimer. Beatrice, sconvolta dalla parola, si chiede quale sarà l’evoluzione della malattia, quanto velocemente procederà, inizia a immaginare quando sua madre non saprà più nominare gli oggetti di uso quotidiano, quando non saprà più badare a sé stessa, non saprà più vestirsi in maniera consona, non riconoscerà più i suoi figli e le resteranno solo tenui e rarefatte scintille di ciò che è stato. È terrorizzata dalla visualizzazione della mente svuotata dal male, erosa giorno dopo giorno dal morbo, e, pian piano, comincia a muoversi nel passato sottocutaneo della vita di sua madre per poi raggiungere gli strati più cavernosi, così come la sua professione le ha insegnato. Il suo obiettivo è quello di ristabilire un contatto con il proprio passato, scendendo nelle pieghe più profonde del rapporto con la mamma, aprendo i battenti della memoria, forzandoli finché è possibile, convinta che l’identità sia ciò che ci rende unici e irripetibili.

 In Salvare le ossa, Jasmin Ward scrive che il potere dei legami tenta di superare i torti dell’esistenza. Stessa operazione porta avanti la Lopez.

Il lettore assisterà all’attraversamento di un dolore acuto e intimo in maniera delicata. Il dolore della perdita non avrà mai la violenza di un pugno nello stomaco, ma la soavità della carezza materna, della dolcezza di un compagno innamorato.

La terza figura femminile del romanzo, stratificata nei livelli più bassi del tempo andato, è Cornelia, nata a Roma sull’Aventino secoli fa durante la festa dei Vestalia, coincidenza che appare come un chiaro segnale da parte della dea Vesta che un giorno Cornelia sarebbe diventata lei stessa una sacerdotessa Vestale, suscitando l’invidia di sua sorella Flavia, quattro anni più grande. Cornelia, infatti, all’età di otto anni verrà condotta al tempio, odorosa di cannella e cinnamomo; ego te amata capio, le dirà il Pontefice Massimo per consacrarla a Vesta e a Roma tutta. Un rito paranuziale che ricalca quello matrimoniale che sarà, invece, destinato a Flavia (a sedici anni sposerà per volere paterno un uomo molto più anziano di lei).

 Beatrice, Anna e Cornelia: tre vestali. Una per volontà propria, una per contingenza storica e l’altra perché costretta. Mentre Anna, la madre di Beatrice, resterà fedele tutta la vita alla sua missione sacerdotale, anche dopo la morte del marito e la partenza dei due figli, Beatrice cercherà il riscatto nella laurea, Cornelia attraverso l’amore per il suo littore, Valerio, sfidando la legge degli uomini e quella divina. Un amore travolgente, impetuoso, assoluto, epico, che decreterà la fine della sua stessa vita. Infatti, la giovane Vestale sarà condannata alla sepoltura da viva per aver violato la sacra regola della castità, documentando come il femminicidio non sia un fenomeno esclusivo della società moderna, ma sia radicato nel tempo più antico, tradendo la cultura del rispetto, della tutela e della sacralità della vita. Un’antesignana della contemporanea Saman Abbas, vittima della cultura patriarcale, di un delitto d’onore come quelli che in Italia abbiamo tollerato sino agli inizi degli anni Ottanta.

 Del resto, la stessa storia di Beatrice è qui a mostrare come non bastino le leggi per tutelare i diritti delle donne. Sulla scia di Simone De Beauvoir, di Hanna Arendt e Agnes Heller, la Lopez mette in scena la sottomissione condizionata della donna, perché essere state liberate dallo sguardo dell’altro non vuol dire essere libere. È necessario che ogni donna modifichi profondamente abitudini, costumi, atteggiamenti, modi di pensare invalsi da migliaia di anni.

Tutte e tre le figure femminili del romanzo dovranno farsi carico delle macerie accumulate lungo il proprio individuale cammino per recuperare la propria identità e per scoprire che l’amore sopravvive all’oblio del tempo e delle malattie neurodegenerative.

 La memoria anatomica della mamma di Beatrice si appannerà, Cornelia verrà sottratta allo sguardo dei vivi e consegnata alle viscere della terra, ma l’amore verrà fuori prepotentemente come l’ago crinale in avorio, dono di Valerio alla stessa Cornelia, che rivedrà la luce durante gli scavi archeologici centinaia di anni dopo, a testimoniare ciò che è stato.

 Memoria, radici e sentimenti: questi i temi attorno a cui si sviluppa l’intreccio delle tre storie raccontate dalla Lopez a costruire un romanzo intenso, struggente, profondo, stratificato in tre periodi storici differenti, a restituirci il senso della preziosità dell’identità senza la quale non si può vivere appieno il presente né costruire il futuro.

Ottima la caratterizzazione a tutto tondo dei personaggi. Ben curata l’introspezione psicologica che scava, alla stregua di un archeologo, nelle emozioni, nei sentimenti più viscerali e bui, nelle paure più indicibili. Un lungo e tormentato viaggio che ricostruisce esistenze ed essenze smarrite e, con tono spesso disarmante, racconta la forza dell’amore che alla risulta essere la sola cosa che ci appartenga veramente e rimanga per sempre.

 Un’unica storia dai tanti volti in luoghi ben definiti (il passato rivive attraverso un flusso inarrestabile di vita che scorre nel dedalo di strade, tra gli edifici della memoria) e articolata in tempi dinamici, tra passato remoto, presente alternato a flashback che introducono il dinamismo cronologico nella narrazione.

Perfettamente equilibrate le sequenze d’azione, descrittive, riflessive e dialogiche. La capacità narrativa della Lopez si conferma altamente evocativa e ci lascia con il monito sottile di puntare alla tota vita, perché solo così il tempo diventa eterno, perde i suoi connotati cronologici e diventa un unicum, salvando l’essere umano dagli abissi.

“Nulla è cambiato. Il corpo trema come tremava prima e dopo la fondazione di Roma”, avrebbe sentenziato la grande poetessa polacca Wislawa Szymborska.

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