La memoria liquida di Matera

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L’acqua è sempre stata cruciale per l’umanità e ha plasmato la storia, la cultura e lo sviluppo delle civiltà. Essa si connota come risorsa vitale, forza sacra, generatrice di villaggi e città, culti e tradizioni. Fin dalla preistoria, sorgenti e fiumi hanno guidato gli insediamenti, come testimoniato dai laghi estinti del sud Italia, che hanno ospitato comunità preistoriche. Le grotte, utilizzate come rifugi e luoghi di culto, acquisiscono un’aura speciale grazie alla vicinanza all’acqua, simboleggiando la rinascita e il legane con il sacro. L’acqua è stata più volte la matrice delle civiltà: dalla Grecia, che ne regolò l’uso come bene civico, a Roma, dove divenne strumento religioso e politico, fino a Matera, esempio di come la scarsità possa generare resilienza.

Matera è una città molto antica e sorge in un territorio povero d’acqua, dove la comunità ha saputo trasformare la scarsità in risorsa, sviluppando un sistema urbano in cui architettura, paesaggio e tecnologia si fondano in un equilibrio straordinario. I Sassi, scavati nella calcarenite, si dispongono come teatro naturale lungo la Gravina. Ogni tetto, corte o terrazza non era solo elemento costruttivo, ma parte di una rete idrica collettiva, che convogliava l’acqua piovana nelle cisterne.

La città non nasce per accumulo casuale di case, ma come organismo ambientale integrato, dove la sopravvivenza dei materani dipendeva dall’ingegno tecnico e dalla collaborazione tra vicini. Matera è un laboratorio di resilienza ante litteram: un paesaggio scolpito dall’uomo per accogliere un insediamento antropico.

Sotto i Sassi si estende una città parallela di cunicoli, cisterne e serbatoi scavati nella roccia. Le cavità a campana, spesso profonde fino a 15 metri, raccoglievano e filtravano l’acqua piovana, connesse tra loro da pozzi verticali, con una capacità complessiva di oltre 116.000 m.

Il culmine di questo sistema è il Palombaro Lungo, la cisterna monumentale sotto Piazza Vittorio Veneto: un invaso alto 18 metri e lungo 50, capace di contenere circa 5 milioni di litri d’acqua. L’imponente opera idraulica ricorda la cisterna di Costantinopoli che permise, alla capitale dell’Impero romano d’Oriente, di resistere alle crisi idriche e ai lunghi assedi fino alla sua caduta, nel 1453. 

La cisterna materana, impermeabilizzata in cocciopesto, è un vero e proprio “tempio dell’acqua”, testimonianza della raffinatezza tecnica raggiunta. Questa rete ipogea non era solo funzionale: garantiva sicurezza idrica, proteggeva i pendii dell’erosione e manteneva un equilibrio tra comunità e ambiente. Matera non possedeva un acquedotto centralizzato, ma una rete diffusa, frutto d’ingegno collettivo e di un rapporto sapiente con la natura.

Data la bassa piovosità della zona, i materani hanno sviluppato un elaborato acquedotto sotterraneo composto da canali e cisterne, permettendo di conservare sia l’acqua proveniente dal sottosuolo che quella della condensa dovuta alla differenza di temperatura. Il sistema costruttivo dei Sassi è una città verticale e multilivello. Le abitazioni, i cosiddetti “lamioni”, si sviluppano lungo i pendii: il tetto di una casa inferiore diventa giardino, aia o strada per quella superiore. Ogni livello urbano serve il successivo, in una catena virtuosa di riuso. Gli spazi aperti si organizzano nei vicinati, corti collettive che ospitavano cisterne comuni, orti e luoghi di socialità. Qui la vita quotidiana era condivisa: la raccolta dell’acqua, l’uso dei forni, la gestione del verde e degli animali si svolgevano in un’ottica comunitaria.

Questo modello garantiva efficienza e coesione: la città era allo stesso tempo casa, infrastruttura agricola e sistema idraulico. I terrazzamenti sostenevano i versanti e ospitavano giardini pensili, mentre le linee di scorrimento delle acque diventavano scale e collegamenti verticali. Una città paesaggio in cui ogni elemento era funzionale alla comunità.

Oggi, di fronte alla crisi climatica e alla crescente scarsità, l’acqua è al centro dell’attenzione. La memoria liquida della città lucana è il punto di partenza per cercare soluzioni innovative, come il riuso delle acque reflue, la dissalazione a basso impatto, l’agricoltura di precisione e la trasformazione delle città in “spugne”. Questo dialogo tra antichi saperi e nuove tecnologie ci invita a riflettere sull’acqua come bene comune, fondamento della vita e sfida nel nostro tempo.

Su quest’argomento è stata organizzata un’interessante mostra dal titolo “Nel segno dell’acqua”, per iniziativa di ASSET (Agenzia regionale Strategica per lo Sviluppo Ecosostenibile del Territorio), a Bari presso il padiglione n.152 della Regione Puglia, in occasione dell’88a edizione della Fiera del Levante.

L’evento espositivo, con il supporto del Dipartimento Turismo, Economia della Cultura, Valorizzazione del Territorio della Regione e di Acquedotto Pugliese, ha permesso di riflettere sull’importanza delle risorse idriche e sui comportamenti virtuosi da osservare da parte dei singoli cittadini, nella considerazione che l’acqua è una risorsa limitata.

Vincenzo Legrottaglie

Fotografia

Vista sui Sassi di Matera, foto di Vincenzo Legrottaglie.

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