Parte seconda: Le paure dei nostri padri
Nota di apertura (Ricapitolazione): Un mese fa abbiamo aperto gli occhi sulle crepe strutturali della nostra “casa Italia”, capendo che cambiare i governi non serve a nulla se non cambiamo le regole del gioco. Ma per capire il presente, dobbiamo avere il coraggio di guardare indietro. Oggi entriamo nella mente degli uomini del 1946. Perché hanno costruito uno Stato così deliberatamente lento?
Capitolo primo: capire le paure dei nostri padri per liberare il nostro presente
Per capire perché l’Italia di oggi è imbrigliata in una rete di veti, lentezze e burocrazia, io devo fare un passo indietro ed essere intellettualmente onesto. Devo comprendere dove e come sono nate le nostre regole fondamentali.
Dobbiamo calarci con empatia nell’Italia del dopoguerra: una terra devastata dal secondo conflitto mondiale, uscita con le ossa rotte da vent’anni di dittatura e da una dolorosa guerra civile. Quando il 2 giugno 1946 gli italiani scelsero la Repubblica ed elessero i 556 membri dell’Assemblea costituente, a sedersi sui banchi non furono entità astratte, ma uomini e donne in carne ed ossa, segnati dal carcere, dall’esilio o dalla clandestinità.
C’era la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi, il Partito Comunista di Palmiro Togliatti, i Socialisti di Pietro Nenni, i Liberali di Luigi Einaudi e gli Azionisti. Portavano visioni del mondo e della società profondamente diverse, ma erano uniti da una sola, comprensibile priorità: impedire a tutti i costi la rinascita di un potere unico o di un uomo solo al comando.
1. La scelta di un esecutivo debole
Come evidenzia con grande accuratezza lo storico del diritto Giuseppe de Vergottini nel suo saggio Diritto costituzionale comparato (Edizioni CEDAM), l’architettura istituzionale della Repubblica fu progettata dando priorità assoluta alla funzione della “garanzia” e del freno, a discapito della “governabilità” e dell’efficienza.
Il ricordo traumatico e recente di Benito Mussolini, che aveva progressivamente accentrato ogni potere svuotando il Parlamento (come documentato dallo storico Renzo De Felice nella monumentale biografia Mussolini il fascista, Einaudi), portò i Costituenti a creare un Governo intrinsecamente debole. Il Presidente del Consiglio fu ridotto a un coordinatore dei ministri, privo di effettivi poteri di direzione e di comando.
Nei resoconti stenografici dell’Assemblea costituente del settembre 1946 si registra il celebre “Ordine del Giorno Perassi” (dal nome del giurista Tomaso Perassi), con cui si sceglieva la forma di governo parlamentare chiedendo però di adottare dispositivi idonei ad evitare l’instabilità. Purtroppo, quei dispositivi di stabilità vennero ampiamente annacquati dalla reciproca diffidenza tra i partiti.
2. Il “Velo d’Ignoranza” e le fonti di Indro Montanelli
Mentre scrivevano la Costituzione (1946-1947), le forze politiche lavoravano sotto quello che la filosofia definisce un “velo d’ignoranza”: nessuno poteva sapere chi avrebbe vinto le decisive elezioni del 18 aprile 1948.
Come spiegò Indro Montanelli nel volume L’Italia della Repubblica (scritto con Mario Cervi per Rizzoli):
“I Costituenti scelsero di costruire un sistema di veti incrociati perché i comunisti temevano che i democristiani, una volta al potere, avrebbero usato il Governo per schiacciarli; e i democristiani temevano che i comunisti avrebbero fatto lo stesso per instaurare un regime sovietico. Scrissero le regole non per far correre lo Stato, ma per imbrigliare l’avversario nell’ipotesi in cui avesse vinto le elezioni”.
Il risultato di questa paura fu l’invenzione del Bicameralismo Perfetto: due Camere — Camera dei deputati e Senato della Repubblica — che svolgono esattamente le medesime funzioni, approvano gli stessi testi, duplicano i tempi di ogni singola legge e si trasmettono i provvedimenti in un rimpallo infinito. Un meccanismo ideato non per correre, ma come freno a mano d’emergenza.
3. L’ombra della Repubblica di Weimar
La preoccupazione dei Costituenti diventa ancora più chiara se guardiamo a cosa accadde in Germania tra le due guerre. Nel saggio La Repubblica di Weimar di Erich Eyck (Einaudi), viene ricostruito come la democrazia tedesca del 1919 fosse basata su un sistema iper-proporzionale e su governi estremamente fragili. Quella paralisi continuativa finì per spianare la strada al nazionalsocialismo. Ma mentre la storia insegnava che la debolezza di uno Stato può essere pericolosa quanto l’autoritarismo, l’Italia del ’48 decise di rischiare la paralisi pur di evitare il ritorno dell’accentramento.
Il Gancio per il prossimo mese: Comprendiamo le loro paure. Ma la domanda che brucia sulla pelle della mia generazione è un’altra: i traumi di ieri possono diventare la prigione di oggi? Il mese prossimo daremo voce alle menti più brillanti della storia della libertà per urlare una verità scomoda: la Terra appartiene ai vivi, non ai fantasmi del passato.
