L’Italia ha un tesoretto ma non è in diligenza

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Lo sapevate che l’Italia possiede un tesoretto in lingotti d’oro?

Certamente sì, lo sapevate. Però, non si può fare l’assalto alla diligenza perché è ben custodito nei caveau. Ma lo sapevate che vale oltre € 300 mld? È un importo di tutto rispetto. Sono ben 2.452 tonnellate affidate alla Banca d’Italia che fa parte dell’Eurosistema. Questo è l’autorità monetaria dell’area dell’euro dove convergono la BCE (Banca Centrale Europea) e le banche centrali nazionali degli Stati membri dell’Unione Europea che hanno adottato l’euro. Quindi il patrimonio aureo dell’Italia sostiene il sistema finanziario della EU che, però, non ne dispone.

Quell’oro è, e rimane, di esclusiva proprietà della Repubblica italiana.

Ciò è stato riaffermato, con specifica determinazione e a scanso di equivoci, dal Governo, non più di un paio di anni fa. 

Quel valore di € 300 mld è contabilizzato sull’attuale valore dell’oro: solo un anno fa valeva € 10 mld di meno.

Quello che importa sono le 2.452 tonnellate che fanno dell’Italia il Paese con più riserve auree dopo Stati Uniti, Germania e FMI (Fondo monetario internazionale). Gli Stati Uniti ne hanno 8.133 tonnellate, la Germania 3.352 tonnellate e il Fondo Monetario Internazionale 2.814 tonnellate.

È strano che Germania e Italia, pur avendo perduto la guerra, abbiano riserve d’oro così consistenti, collocandosi al 2° e 4° posto nella graduatoria mondiale. Come è potuto accadere? Ebbene, i due Paesi possiedono grandi riserve auree perché le hanno ricostruite e accumulate nel dopoguerra, grazie al boom economico e alle politiche delle rispettive banche centrali, nonostante che, alla fine della Seconda guerra mondiale, le loro scorte fossero state prosciugate o saccheggiate.

Da non credere; ma veramente noi eravamo così virtuosi? 

Forse dovremmo cancellare questo ultimo mezzo secolo di abbrutimento e ricominciare da capo; fin quando siamo in tempo. Fatto sta è che quel patrimonio aureo di € 300 mld non copre nemmeno un decimo del Debito Pubblico italiano arrivato a oltre € 3.150 mld, quasi il 140% del PIL.

Ma quel tesoro non si può né si deve toccare perché è una asset strategico, soprattutto in periodi di grande instabilità caratterizzati da guerre infinite, quasi endemiche; da tensioni geopolitiche che non accennano ad essere sedate; da inflazione di origine esogena di cui non si riesce ad avere il controllo; da scombussolamenti economici che creano incertezze del futuro; da scarsa competitività che il sistema partitico non riesce a risanare; da sconvolgimenti sociali che inducono il degrado della Società Civile.

Basti osservare che quell’oro, che è sempre stato considerato un bene rifugio, valeva per l’Italia, nel 2024, solo € 197 mld e, nel 2025, addirittura € 289 mld con un balzo di quasi € 100 mld.

Questi dati sono sufficienti per arrivare a due conclusioni di estrema importanza. La prima è che né la Banca d’Italia, né il Governo, possono mettere in circolo quel tesoro inserendolo come voce del Bilancio dello Stato; la seconda è che è urgente pianificare e attuare una adeguata politica economica per la crescita e lo sviluppo.

Sulla prima si ha la ragionevole certezza che non avvenga; sulla seconda insiste il ragionevole pessimismo che anch’essa non avvenga.

È sufficiente osservare che, nei numerosi congressi del sistema partitico italiano, il tema della economia non è toccato nemmeno di striscio.

Tutti dibattono su alleanze, su di un mondo di pace, sulla necessità di disporre di risorse, sulla allocazione di risorse che non ci sono, su aiuti al mondo produttivo e sociale … nessuno su come incrementare la produttività, su come ridurre inefficienze costose, su come sviluppare fattori che risveglino la competitività, su come evitare che la burocrazia costi al settore produttivo circa  € 100 mld all’anno, su come incrementare l’entusiasmo di intraprendere; su come restituire alla gente la speranza del futuro; su come riavviare le energie che vengono dall’entusiasmo del vivere.

Tutti i partiti, nelle loro proposte, chiedono risorse; che poi sono soldi. Tutti si affannano a fare i conti sulle percentuali per settore paragonandole a quelle di altri Paesi, presi a casaccio, come se l’Italia non avesse una propria identità; come se, allineando le percentuali si risolvessero i problemi.

Ma come, l’Italia centro di civiltà e di creatività, dovrebbe copiare?

Questa sindrome da esterofilia è più ridicolo infantilismo che consapevole tragicomicità.

Ma, poi, per quei soldi di cui si fa questua, non c’è traccia di come si debbano impiegare. Infatti, diventa carta da tappabuchi temporanei che finisce, al solito, ineluttabilmente, nelle tasche di pochi.

La dimostrazione? In Italia, non si riesce a fare una riforma strutturale degna, perché c’è sempre qualche casta e qualche corporazione che ne verrebbe penalizzata.

Ma bisogna essere fiduciosi perché la gente, quando non ne può più d’essere sotto pressione, vilipesa, discriminata e impoverita, in qualche modo, reagisce.

Qualcuno perderà la poltrona. Speriamo solo che siano gli ostruzionisti alla crescita e allo sviluppo.

Antonio Vox

 

 

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