L’Odissea ricorda che gli eroi non sono quelli che non hanno paura

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Quando si esce dalla sala dopo un film di Nolan si ha sempre la sensazione di avere la testa piena, il cuore in subbuglio e la voglia di restare seduti altri dieci minuti al buio per metabolizzare lo tsunami di emozioni da cui si è stati travolti, sprofondati nella poltrona e con gli occhi puntati sullo schermo. Con The Odyssey tutto ciò si moltiplica per dieci. In quest’ultimo(capo)lavoro, Nolan non ha solo adottato e adattato Omero: ha preso il mito più umano che esista e ce l’ha restituito reimpastando il passato con il presente. Del resto, l’Odissea è materia viva, elastica e universale, nata all’interno di una lunga tradizione orale in cui gli aedi componevano e cantavano ciò che l’uomo prova di fronte alla vita e alla morte, adattando i testi di volta in volta per il pubblico che avevano davanti. Il mito, lo sa bene chi lo studia, non è qualcosa di statico, granitico, nasce continuamente, si trasforma. Rinnovare il mito non è tradimento, ma è l’unico modo per tenerlo in vita. E Nolan questo lo sa, per cui si trasforma in uno dei tanti aedi che ce lo raccontano, compilando una vera e propria denuncia all’Occidente e alla sua presunzione, perché a che vale ricordare a memoria i canti, i singoli episodi, i versi, se poi dimentichiamo il resto? A confermare queste parole uno dei più grandi storici e divulgatori italiani, Alessandro Barbero, che ha detto: “Questa non è l’Odissea di Omero, è l’Odissea di Nolan. E va giudicata secondo parametri diversi”.

 Sembrava impossibile riportare sui grandi schermi uno dei due grandi poemi epici della letteratura greca antica attribuiti al poeta Omero: ventiquattro libri, dieci anni di viaggio, divinità, mostri, naufragi, nostalgia. Eppure, nel primo weekend in sala, The Odyssey ha incassato un quarto di miliardo di dollari.Un successo clamoroso in cui Nolan non si è imposto di raccontare tutto, non ha voluto essere didascalico e fare una trasposizione fedele e scolastica del poema. Sterili, ad esempio, sono le critiche che hanno invaso il web riguardo alle armature imprecise, fumettistiche, perché si dimentica un dettaglio fondamentale: questo film non è un documentario alla Alberto Angela, ma è la visione del regista che fa una scelta coraggiosa: raccontare a modo suo, attraverso la lente della contemporaneità. Del resto lo stesso Omero, considerato una sorta di revisore finale della storia, mescolò a suo tempo tecnologie, usanze e armi di epoche diverse, descrivendo il passato antico con gli strumenti e la sensibilità dei suoi giorni e creando enormi anacronismi storici.

 Nolan segue Ulisse, lo racconta come uomo, non come eroe. Ulisse polutropon, dal multiforme ingegno, scaltro. Che si gioca il ruolo di protagonista con Sinone/Elliot Page, simbolo, quest’ultimo, dei giovani che partono in guerra pieni di belle promesse e tante speranze ma che finiscono schiacciati dagli stessi ingranaggi del sistema, divenendo vittime sacrificali per le ambizioni altrui. Il personaggio di Sinone, in realtà, è una contaminazione, una sorta di cameo tradotto dall’Eneide di Virgilio che resta in prima fila nonostante le disfatte, gli uomini persi e gli anni consumati cavalcando il mare, che dà la vita per convincere i troiani ad accettare il cavallo e a introdurlo nelle mura di Troia.

 Ulisse ricorda tanto Oppenheimer perché entrambi rappresentano Prometeo, entrambi donano il fuoco al genere umano, entrambi agiscono con astuzia ed entrambi sono condannati dalla loro natura e dalla loro scelta di costruire Los Alamos o un cavallo di legno. Del resto, il cavallo stesso è l’analogo di ciò che nella filmografia di Nolan era la bomba atomica inventata da Oppenheimer, il frutto altissimo dell’ingegno umano destinato a diventare un’arma di distruzione di massa.

 Il risultato è un kolossal da 250 milioni che non trasuda CGI e muscoli, che rifiuta ogni ricorso alla computer graphic, ma sa di sale, di sangue, di paura di rimorso. Di umanità. Un lungometraggio di tre ore cui sono stati effettuati dei tagli per farci entrare la storia del viaggio, tagli necessari, che hanno fatto storcere il naso ai puristi sofferenti per la mancanza del dialogo con Polifemo, dell’incontro con Nausicaa e della corte dei Feaci.

 Girato in parte in IMAX 70mm tra le coste della Grecia, di Malta e dell’Islanda, il film è visivamente devastante. L’IMAX non è un vezzo tecnologico, ma è una dichiarazione d’amore al cinema. Il mare di Nolan non è blu Egeo – cartolina patinata. È nero, è una minaccia che incombe, è dio, è il destino a cui affidarsi allentando le briglie del controllo.

 Nolan taglia, fonde, accelera. Non ci sono tempi morti.

Si parte da Troia che brucia. Ulisse non è l’eroe imbattibile che tutti conosciamo, è stanco. Ha quarant’anni, ha visto troppo, vuole solo tornare a Itaca, a casa dalla moglie Penelope e dal figlio Telemaco. È tormentato dai sensi di colpa, ripensa alla caduta di Troia, al momento simbolico in cui la civiltà tutta è stata distrutta. La caduta di Troia non è una vittoria di cui essere orgogliosi, segna la fine del mondo antico e l’inizio dell’era delle barbarie. Ulisse rinnega la metis, non la vede come la virtù concessagli da Atena, ma come la scintilla che ha fatto detonare il mondo. Mentre Troia brucia, violando la legge umana e divina, tra fiumi di sangue e palazzi che crollano, Ulisse decapita la statua di Atena, la dea che gli ha donato la metis. È la razionalità che perde la testa e cede il passo al caos. Ed è qui che sta la sua modernità, nell’essere un uomo di armi che abiura la guerra pur nella consapevolezza che sia connaturata alla natura umana. Mentre l’eroe omerico classico usa la metis per dominare la realtà, l’eroe di Nolan risente degli effetti della sua stessa intelligenza, è devastato dal trauma della guerra, è un soggetto vulnerabile che vive la nostalgia del ritorno, ma che anche quando giunge a Itaca non è in grado di ricomporre l’ordine iniziale, perché la guerra l’ha corrotto internamente e il massacro dei Proci non è che l’ennesima ripetizione e conferma della barbarie che ormai governa il mondo dopo la distruzione di Troia, dopo il tradimento della xenia, la legge di Zeus.

 Ulisse e i suoi uomini incontrano i Ciclopi, girati quasi in soggettiva, claustrofobici, incontrano i Lestrigoni, la maga Circe, che Nolan trasforma nel vero specchio di Ulisse. Circe/Samantha Morton, una delle sequenze meglio riuscite del film, che deforma a mani nude le ossa facciali degli uomini, ficca loro le mani in gola, prende le loro interiora, li eviscera e li fa grugnire. Lei gli chiede: “Vuoi tornare a casa o vuoi continuare a essere qualcuno?”

 Non mancano nel racconto le Sirene, ma niente canti dolci e soavi, il canto è lo stesso che si sentirà quando i sovrani di Itaca si ricongiungono. Sono voci nella testa, sono il rimorso, sono tutti i soldati che Ulisse ha lasciato a Troia, sono le leggi dell’ospitalità tradite per interesse di potere. Sono un “delizioso prurito sotto la pelle”, “il dolore di capire che il massimo che non puoi avere è ciò che già avevi e che hai perso”.

La sequenza più bella è quella degli Inferi. Una discesa in bianco e nero, silenziosa. Ulisse che parla con Achille, con Agamennone dalla gigantesca aura concentrata nel suo elmo, con sua madre, con Sinone. E capisce che la gloria non rende felici e orgogliosi.

Il film si chiude a Itaca con Penelope che finalmente guarda l’uomo distrutto e decide di accoglierlo.

 Per quanto riguarda la regia e la tecnologia, Nolan è all’acme della carriera artistica.

Straordinaria la fotografia di Hoyte van Hoytema che rende  il mare co-protagonista, motore visivo del film. Ogni inquadratura avvolge, bagna. Il suono delle onde entra nelle ossa. Quando c’è silenzio, è un silenzio che fa male. La colonna sonora di Ludwig Göransson è dominata da percussioni, corde, è un coro greco che gela. Un’intera partitura costruita in seguito a lunghe e accurate ricerche musicografiche su strumenti dell’antica Grecia come gong di bronzo, aulos e lira.

Nolan sceglie volti segnati, non statuari. Ulisse è interpretato da un attore sui quarantacinque anni, Matt Damon, stanco, con le mani che tremano. Non è trionfante ed eroico come Brad Pitt in Troy, è un reduce. Ogni volta che mente, che inganna, glielo si legge negli occhi.

 Penelope è il cuore del film. Forte, furba, di una intelligenza quasi politica, stanca ma determinata. Non è la moglie che aspetta. È la regina che tiene in piedi un regno e un figlio mentre tutti le dicono di risposarsi, che detta le regole del gioco anche quando i Proci giocano sporco, polutropon anche lei come il marito, che per quanto perigliosamente provi a tornare a casa non saprà mai cosa sono stati vent’anni di telaio fatto e disfatto e di quanto sia stato sofferto ogni filo.

E poi c’è Telemaco/Tom Holland, il ragazzo che diventa uomo mentre il padre è via. Il loro incontro sarà secco, doloroso, reale.

 Questa Odissea parla agli uomini di oggi: è un film sul ritorno e sulla guerra: Ulisse soffre di quello che oggi chiameremmo disturbo post-traumatico da stress. È astuto perché ha dovuto esserlo per sopravvivere. Ma l’astuzia gli ha mangiato l’anima.

E poi ci sono Calipso, con il volto etereo e magnetico di Charlize Theron, la tanto discussa Elena leukolenos, dalle bianche braccia ma che nel film appare di aspetto afro, interpretata da Lupita Nyong’o, che fa scuote la sensibilità di chi la vuole bionda e con gli occhi azzurri, dimenticando che Elena, come Ulisse, è un archetipo mitologico, un simbolo letterario, non una figura in carne e ossa storicamente esistita. E se il colore della pelle infastidisce, poiché l’Odissea è come uno specchio in cui riconoscerci, forse si dovrebbe riflettere su quella patina di razzismo che nascondiamo in qualche modo.

 Gli dei si manifestano attraverso il più reietto dei sentimenti, l’invidia, lo phthonos ton teon: essi non scendono a fare miracoli, non sono misericordiosi e mossi da benevolenza verso gli umani. Poseidone è evanescente e capriccioso e si nasconde tra le onde delle tempeste,mentre  Atena/Zendaya, più che una dea è la voce della coscienza. Sono il caso, la tempesta, la fortuna. Sono l’idea che non controlliamo niente.

 The Odyssey non coccola lo spettatore, gli ricorda che gli eroi non sono quelli che non hanno paura. Sono quelli che, pur avendo paura, scelgono di remare verso casa.

Come ha scritto Gianni Canova nella sua recensione, il cavallo “semisepolto nella terra ma con le zampe in aria rivolte verso il cielo, avvolto dall’acqua del mare e poi bruciato dal fuoco, il cavallo/dono/inganno, con cui Ulisse riesce dopo dieci anni a vincere la resistenza di Troia, è destinato a restare il simbolo non solo iconografico della rilettura del poema omerico effettuata da Christopher Nolan”.

 Del resto, l’arte non deve replicare i capolavori del passato imbalsamandoli, deve farli risuonare nel presente. E se un’opera concepita millenni fa riesce ancora a scaldare gli animi e a sollevare tanto clamore, significa che il viaggio di Ulisse non è mai finito. Ulisse che è uno specchio, ci restituisce la nostra immagine riflessa.

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