Spread vicino a 130 punti, cala la fiducia nei titoli di Stato. Cosa sta succedendo?

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Sale ancora lo spread, intorno a quota 130, su livelli massimi da più di un anno e mezzo. L”andamento del differenziale tra il Btp a dieci e l”omologo Bund tedesco, insieme alla crescita rapida dei rendimenti di molti altri titoli sovrani, è un segnale chiaro. Potrebbe essere finita l”ottimistica lettura da parte dei mercati di una realtà sempre più arrotolata in una spirale di bassa crescita, inflazione che sale e incertezza che regna incontrastata. L”aveva detto già all”inizio dell”estate, con sorprendente nettezza, il Governatore della Banca d”Italia Fabio Panetta: “I rischi sono incorporati solo in parte nelle valutazioni di mercato” mentre “la persistente incertezza geopolitica espone i mercati a correzioni anche brusche”. Parole che oggi suonano non più come un avvertimento ma come una previsione che si è concretizzata.

Cosa è cambiato in questi mesi?

La domanda che ricorre è: cosa è cambiato in questi mesi? La risposta che pesa di più nell”analisi di quello che sta avvenendo può essere sorprendente: sostanzialmente, niente. E questo è il problema. Ovvero, nessuna delle incognite che si vedevano è stata risolta e, anzi, lo scenario si è ulteriormente complicato. Gli investitori hanno un ragionevole tempo massimo di sopportazione e, quando si esaurisce, cambiano strada. A pesare è, come sempre quando si parla di finanza, un elemento più degli altri: la fiducia. Vale per i titoli delle grandi aziende e vale, a maggior ragione, per i titoli di Stato. Se le prospettive restano incerte troppo a lungo, vengono messe in discussione le capacità di tenuta e la reazione è una corsa alla vendita, che genera una pressione che fa aumentare i rendimenti e, di conseguenza, i costi di finanziamento.

Le guerre non si fermano, l”inflazione sale

La guerra in Ucraina va avanti da più di quattro anni e sette mesi, con le tensioni tra la Russia e la Nato sempre più forti e lo spettro di un incidente che possa allargare il conflitto sempre più vicino a un rischio reale che a un”ipotesi di scuola. Anche la guerra in Medio Oriente è sempre aperta, con le minacce e gli ultimatum tra Iran e Stati Uniti a scandire una cronaca fatta di un sostanziale immobilismo. La strategia sbandierata dal maggiore azionista dello scacchiere globale, Donald Trump, appare velleitaria anche agli occhi degli osservatori più ottimisti. E anche il ritorno delle petroliere nello Stretto di Hormuz non ha portato al calo dei prezzi di greggio, benzina e diesel. L”inflazione è tutt”altro che sotto controllo, come dimostrano i dati di settembre in Francia, Germania e Italia, superiori alle attese degli analisti.

Cosa succede a mutui e prezzi?

Questi dati, con un effetto a catena, rendono probabili nuovi interventi delle banche centrali, la Bce per l”Europa e la Fed per gli Stati Uniti. Il loro mandato principale è focalizzato proprio sulla stabilità dei prezzi e il percorso è sostanzialmente imposto proprio dall”andamento dei dati, prescindendo dalle puntuali obiezioni dei governi che vorrebbero ”commissariare” la politica monetaria. Le conseguenze più dirette sono, per i consumatori, quelle legate a un costo del denaro più alto: aumentano le rate da pagare dei mutui a tasso variabile già in essere, aumentano i tassi, anche quelli fissi, dei mutui di nuova erogazione. Tutto questo, stando alla dottrina economica, dovrebbe avvenire in cambio di un raffreddamento dei prezzi.

Perché gli investitori abbandonano i Titoli di Stato?

La catena innescata dalle guerre che non finiscono, e dalle relative conseguenze, ha contribuito a creare un contesto che spinge gli investitori a vendere i bond e che, in prospettiva, può scoraggiarli dall”aderire a nuove emissioni. Una fuga dal debito pubblico che fa riavvolgere il nastro della storia finanziaria. Non siamo ancora ai numeri e allo scenario della crisi del 2011, quando lo spread italiano arrivo a quota 570, ma il rischio che non va mai sottovalutato è che l”effetto contagio, con la complicità della speculazione, possa complicare rapidamente una situazione come quella attuale. I primi a essere presi di mira sono i Paesi più fragili da un punto di vista finanziario. E in questa fase lo sono quasi tutti i principali paesi europei: la Francia, per l”ormai cronica instabilità politica; la Germania, per la stagnazione economica e la crisi industriale; l”Italia, per il suo debito pubblico sempre troppo alto. (Di Fabio Insenga-adnkronos)

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