A metà della notte

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Il titolo A metà della notte (Secop edizioni) si rifà all’oscurità della notte, arco temporale fra tramonto e alba, quando il sole si nasconde al di sotto dell’orizzonte, ad un tempo sospeso, dilatato, incerto, minaccioso, terrifico, in cui tutto può accadere al riparo dalla coscienza collettiva, quando persino i lumi della ragione vengono spenti.

La copertina riporta Il bacio di Munch, bacio meno popolare di quello di Klimt, ma non meno evocativo, anzi. Vi è rappresentata una coppia circondata dall’oscurità, avvinta in un sensualissimo abbraccio, i cui volti sono senza limiti netti di demarcazione, sfumando l’uno nell’altro senza soluzione di continuità. L’ambiente scuro circostante è indicativo dell’ambivalenza dell’amore, che nel romanzo è vissuto da un lato come un sentimento demoniaco “che in solo cinque lettere nasconde milioni di trappole”, ma è anche quel sentimento che ti rende “ubriaco e nello stesso tempo padrone dei pensieri”.

Il protagonista, infatti, ad un certo punto dirà “Immagino che nessuna droga al mondo possa dare un forte stato di voluttà come quello” indotto dall’amore.

Chi è il protagonista? Un diciassettenne di estrazione borghese, Diolino, diminutivo di Demetrio, nome greco che significa dedicato a Demetra, divinità della fecondità e dell’oltretomba, elementi entrambi molto importante nel dipanarsi della storia. Ma significa anche, come fa notare Angela De Leo nella bellissima prefazione, “uomo che ha perso la misura”.

 Infatti, Dolino perde la misura già nelle prime pagine del libro, che inizia con la sua reazione di rabbia ad ampio spettro. Dolino viene descritto come “pieno di rabbia”, ma anche “nervoso”, “non dell’umore giusto”. Il ragazzo si presenta intollerante verso l’ambiente marcatamente borghese che lo circonda. “Ma che diavolo ci faccio tra questi microcefali?”, si chiede tormentandosi.

 Gli amici, i familiari (donna Eleonora, la mamma bigotta e tutta d’un pezzo, “eterna dama di carità”; Dora, la sorella “partita per la tangente”; zio Adolfo, “uomo petulante e maleodorante”) vengono percepiti come presenze disturbanti, disarmoniche, distoniche.

Dolino ricorda molto i personaggi antiborghesi di Moravia, come, ad esempio, ne Gli indifferenti, in cui campeggiano sentimenti come la rivolta contro i clichés morali tipici della classe borghese, il clima di costante menzogna, l’ipocrisia insita nella morale comune e convenzionale.

 La vita di Dolino si interseca fatalmente con quella di Luciana, donna bellissima, probabilmente la più bella donna della città di Bari di quel periodo (siamo negli anni Sessanta), moglie di un facoltoso medico dalla dubbia personalità. Nonostante la notevole differenza d’età, tra Diolino e Luciana divampa ben presto una passione divorante, morbosa, a tratti perversa, sotto gli occhi apparentemente ciechi dello stesso marito di lei, Sandro.

In questo torbido rapporto si disegna un nuovo aspetto del ragazzo, che apparirà “Bacco redivivo, orgiasta e frenetico, dolce e duro come i suoi attributi, terribile angelo decaduto con mani possenti aduse a far male”.

Il luogo dove gli amplessi più liberi e ancestrali si consumano è la villa dello zio paterno di Diolino, delimitata da un cancello. E questo cancello serve a separare due mondi differenti: da un lato il mondo pagano dei sensi, dall’altro il mondo della morale borghese, ricco, silenziosamente permissivo, malato di ipocrisia e buoni sentimenti.

Fondamentale per lo sviluppo della trama la figura di Luciana, giovane donna di buona famiglia che si fregia di essere stata “innalzata al ruolo di mignotta” dall’adolescente cui si è legata sessualmente. “Non era più Luciana, ma la rappresentazione tragica di una mantide che divora il proprio maschio”.

 Attraverso Luciana, la metamorfosi di Dolino si compirà sino all’epilogo sorprendente e inaspettato, sebbene i prodromi siano chiaramente espressi già al principio.

Il romanzo, che nasce sotto l’insegna del genere erotico, vira gradualmente verso il genere giallo-thriller. La luce violenta che ammanta le azioni ricorda quella caravaggesca. Diolino è fisicamente sovrapponibile al Bacchino malato, infatti, il cui colorito cianotico può essere interpretato come un effetto notturno, lunare delle baldorie bacchiche.

 Pian piano il protagonista diventa la violenza, che, “forse, è una macchia nera in un angolo buio, in un piccolo anfratto della mente; poi, in un solo attimo si espande e copre tutto il cervello. Mai nessuno potrebbe stabilire il momento in cui avverrà questa esplosione. Questo grumo scuro è dentro di noi, come i denti stanno nella bocca, come gli occhi stanno sotto la fronte, come il sangue scorre nelle arterie. Semplicemente è.…”.

Consigliato a chi ama la notte, a chi odia il filo di perle al collo, a chi si lascia affascinare da Charles Manson e Richard Ramirez, a chi adora le sorprese noir, a chi vive di storie.

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